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Elia Suleiman

Intervento divino

Come ho imparato ad amare la pentola a pressione e a non avere più paura

 

(Yadon ilaheya, Elia Suleiman. Francia-Marocco, 2002)

 

Nazareth, duemila anni dopo. Un Babbo Natale fugge per le campagne inseguito da una turba di ragazzini e finisce, non si sa come, accoltellato. In città la vita è quella di tutti i giorni, fatta di piccoli dispetti quotidiani: gente che lancia sacchetti di pattume nel campo dei vicini; uomini che smantellano lavori in corso; altri che sgonfiano il pallone con cui un giovane gioca per strada, sotto gli occhi indifferenti di due anziani. Un uomo percorre in macchina le strade della città rivolgendo saluti a tutti quelli che incontra, ma accompagnandoli con improperi; nel frattempo altri giovani scorazzano in macchina gettando bombe molotov nel suo giardino o sparando raffiche di mitra contro la sua casa (il padrone, abituato, spegne tranquillamente l’incendio con un estintore).

Una mattina, dopo la chiusura della sua officina e il sequestro di alcuni mobili, l’uomo ha un infarto; viene ricoverato in ospedale, dove tutti i degenti si ritrovano a fumare nei corridoi in compagnia dei medici. Suo figlio e una donna si incontrano tutti i giorni davanti a un posto di blocco tenuto da soldati israeliani che non sanno mai che decisioni prendere e quali ordini impartire. Coltivano la loro storia d’amore accarezzandosi le mani fino a sera, quando le loro macchine si allontanano prendendo strade diverse. L’uomo gonfia un palloncino con l’effigie di Arafat e questo sorvola la linea di confine e i tetti della città sotto gli occhi incerti dei soldati.

Dopo la morte del padre, il figlio si ritrova in cucina a fianco della madre: entrambi fissano una pentola a pressione sul fuoco; il sibilo della valvola aumenta progressivamente, ma lui non si alza e non va a spegnere il fuoco. Il sibilo della pentola si fa sempre più forte. Cominciano a scorrere i titoli di coda.

 

Scherzare oggi sulla questione palestinese, o quanto meno sorriderne, non è facile. Il problema è scottante, esplosivo, sia alla lettera che metaforicamente: in Italia, come nel resto del mondo, la vasto eco dei mass media va da coloro che giudicano morali o politicamente comodi i gesti suicidi dei kamikaze terroristici (e quindi anche le loro vittime innocenti) a coloro che, sul versante opposto, giudicano altrettanto giusta l’oppressione che Israele esercita sulla Palestina da circa cinquant’anni. I primi pensano che uccidere americani e loro alleati sia un grosso risultato politico o una guerra santa, i secondi pensano che lo sia uccidere o far morire di fame gli altri, quelli che non sono abbastanza ricchi da fare mercato. Pur di non affrontare in modo serio il problema, ci si rifugia dietro questioni religiose che hanno radici millenarie e sono diventate perciò buone per ogni uso oppure dietro le persecuzioni subite dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, che c’entrano poco o niente con la storia in corso (gli ebrei non sono Israele). Il risultato oggi è una situazione incancrenita a tal punto che una soluzione ragionevole e razionale è difficilmente recuperabile e non basta sedersi attorno a un tavolo a discutere perché quella pentola smetta di bollire; essa fa parte sia della nostra quotidianità, che della nostra storia e la sua esplosione è già in atto.


Babbo Natale e il carro armato

La metafora della pentola a pressione conclude alla perfezione un film che scivola, con apparente leggerezza, su due binari contrastanti e complementari: da un lato c’è un mondo quotidiano in cui un uomo esce di casa, lancia il sacchetto dei rifiuti nel povero giardino della vicina, finisce di fumare la sua sigaretta in piedi accanto alla sua macchina, poi vi sale e percorre le strade della città salutando con abitudinari cenni del capo tutti coloro che incontra, ma dentro di sé accompagna questi saluti con improperi altrettanto rituali; un mondo in cui qualcuno accumula bottiglie da scagliare contro gli importuni, altri lavorano alla propria casa oppure alla sistemazione di una strada che non favorisce il passaggio delle macchine, altri ancora a distruggere l’operato dei vicini. Il tutto immerso in un torpore da città meridionale, da città del Sud del mondo: dopo tutto anche i palestinesi hanno una loro quotidianità, non necessariamente terroristica. Dall’altro lato c’è un uomo che vagabonda in macchina (è sempre lo stesso, il protagonista, se un affresco può avere un protagonista) mangiare un’albicocca mentre guida; quando ha finito, getta il nocciolo dal finestrino; il nocciolo colpisce un carro armato e il carro armato esplode. Ecco: basta un niente.

Questa invenzione che si libera surrealmente del realismo è uno dei tanti episodi spiazzanti del film: il primo è il prologo, con quel Babbo Natale che muore in piedi, nei dintorni di Nazareth (e al quale Michel Piccoli fornisce il suo ansimare, in un cammeo davvero originale). E’ probabilmente inutile chiedersi chi lo ha accoltellato: tutti coloro che hanno scritto del film sostengono che sono stati i ragazzini che lo rincorrevano; può darsi, ma l’atto non si vede e potrebbe anche essere un intervento divino, allo scopo di punire la degradazione neocapitalistica e d’importazione di un mito che avrebbe ben altre radici religiose.

Non sono le sole soglie che aprono e riaprono la scena a una dimensione incongrua, ironica, perturbante: una bella ragazza attraversa il posto di blocco dei soldati israeliani e questo crolla; un palloncino recante l’effigie di Arafat attraversa il confine e sorvola le chiese della città, sotto gli occhi dei soldati che non sanno cosa fare; al poligono di tiro un’esercitazione viene interrotta da una sorta di balletto ninjia in cui una ragazza palestinese evita tutti i proiettili che le sono indirizzati e finiscono per circondarle il capo come un’aureola.

Surrealismo e simbolismo interrompono e chiosano ripetutamente la rappresentazione di un quotidiano dominato dalla solitudine e da un’aggressività latente, sempre pronta ad esplodere, ora in una sequela di insulti, ora in gesti ostili che vanno dai sacchetti di rifiuti alle bombe molotov. Ma il confine fra le due dimensioni non è sempre netto: esse devono coesistere, perché sono entrambe il senso di un’esistenza che non è fatta solo di realtà e di cose, è fatta anche di simboli. Proprio come i sogni e l’ironia, che mescolano senso e non senso come se fossero la stessa cosa.

 

Amore fra le rovine

Suleiman ricorre a una messa in scena che alcuni hanno paragonato a Nanni Moretti, ma solo per la frammentazione narrativa da strip, mentre la si riconosce più dichiaratamente ispirata a Jacques Tati (accostamento sottolineato anche da Bruno Fornara in occasione della presentazione a Cannes, dove il film ha ottenuto anche il Premio della Giuria: cfr. «Cineforum», n.416). Il suo è infatti uno sguardo sorridente e distaccato, affidato ai campi lunghi, in cui i personaggi sono poco più che figurine stilizzate, a mala pena riconoscibili; il racconto procede più per ellissi che per azioni, a volte al limite del criptico, come si è visto per Babbo Natale; la scena si affida in gran parte al sonoro, ma più ai rumori di fondo che alle voci (fortunatamente il film non è stato doppiato: tuttavia qualche didascalia nella canzone provocatoriamente trasmessa a tutto volume contro il vicino israeliano in macchina non avrebbe stonato). E, come in Tati, più che ridere, si sorride: le gag sono discrete, spesso soltanto alluse, con l’implicazione sospesa del loro proseguimento possibile, che non è necessario mostrare. Fa eccezione quella della turista americana che si è persa e chiede a un soldato nella sua camionetta dove può trovare il Santo Sepolcro; poiché però non è casa sua, il soldato fa scendere un prigioniero bendato chiuso nel retro della camionetta e lo invita, senza togliergli le bende, a indicare la strada. Il giorno dopo la stessa situazione si ripete, la turista si è persa nuovamente, solo che adesso il soldato scopre che il prigioniero non c’è più.

A questa discrezione risponde in modo egualmente ambiguo la love story che accompagna il dipanarsi ripetitivo delle tante microstorie di un film che risulta praticamente irraccontabile. Un uomo e una donna seduti in macchina, in una no man’s land davanti al posto di blocco, attendono l’arrivo della notte tenendosi per mano: nient’altro, neanche un bacio o una carezza. Solo primi piani, i rari primi piani del film, silenziosi, che scandiscono un tempo immobile e privato di ogni tensione mélo. Più che una love story, sembra un sogno, come il palloncino di Arafat che parte proprio da loro – o come il via vai finalmente libero delle macchine al posto di blocco che l’uomo osserva-immagina quando è rimasto solo. «Sono pazzo perché ti amo» scrive più volte l’uomo alla donna, ma potrebbe egualmente scrivere (ed è in fondo quello che fa attraverso le immagini): «Sono pazzo perché sogno».

L’amore fa parte di questo sogno e non a caso la ragazza riveste più di un ruolo: è lei la compagna di quelle sere passate in silenzio a guardare il posto di blocco che impedisce una vita normale; è lei che lo attraversa sfrontatamente provocandone il crollo; ed è sempre lei che riemerge dalle sagome delle donne-bersaglio nel balletto al poligono di tiro, per mettere in mostra i suoi poteri superumani da eroina ninja., la cui kefia disarma l’ultimo dei soldati. Una sorta di trinità femminile, dunque: un presente borghese e tranquillo, una tradizione che non si cancella e combatte l’oppressione, un futuro occidentalizzato nella sua forma più sexy, usato come arma per combattere gli oppressori che si fanno forti soprattutto del futuro, ovvero di una tecnologia qui ridotta ad armi e a un carro armato che esplode non appena gli butti contro un nocciolo di albicocca.

Elia Suleiman, quarant’anni, palestinese, un volto immobile e malinconico che qualcuno ha paragonato a quello di Buster Keaton, non nasconde certo il suo prendere parte, ovvero il suo essere palestinese: basterebbe il palloncino rosso di Arafat a ricordarcelo; ad esso si possono aggiungere la battaglia ninjia, oppure il sarcasmo – discreto anch’esso, ma duro – con cui osserva i soldati israeliani (non solo la gag del prigioniero scomparso sopra ricordata, ma soprattutto la sequenza degli ordini dati a casaccio, con tutti gli spostamenti da una macchina all’altra). Tuttavia non è tenero nemmeno con i palestinesi: se ne fa degli eroi, è solo attraverso la mediazione fantastica della battaglia ninjia; cioè ancora attraverso un sogno; per il resto vediamo solo gente preoccupata più dei propri vicini che degli «invasori», gente che trascorre il proprio tempo coltivando soprattutto l’orticello di una ostilità da condominio, o infine un uomo che aspetta, con una disperazione divenuta asintomatica, l’esplosione finale.

Suleiman ha ribadito in più d’un’occasione – anche di recente, a Roma, alla presentazione del film - la sua volontà di restare un regista e di non voler suggerire proposte politiche in alcuna direzione. Intervento divino è tutto fuorché un film a tesi: non vuole indicare soluzioni e proprio per questo mescola i toni apparentemente minimalisti dell’affresco e della quotidianità all’invenzione deliberatamente fantasiosa e surreale. Il suo pregio più evidente è la discrezione con cui mette in scena le contraddizioni e i simboli (la reciproca ostilità propria del vivere sociale da un lato, Santa Claus, Arafat, la mezzaluna dall’altro); ne esce un film quasi rarefatto, capace tuttavia di evocare un’atmosfera di cui i dibattiti di solito non tengono conto, con il loro considerare gli uomini come pedine di una partita a scacchi. Nessun artificio argomentativo, dunque, nessuna più o meno mascherata arringa propagandistica, ma una sottile operazione di linguaggio, raffreddata e ironica, quanto basta per invitarci a riconsiderare, con uno sguardo diverso (e per una volta intelligente), la situazione. Ancora una volta, insomma, l’ironia e il comico traducono una forma del pensiero e invitano a una riflessione distaccata, in cui le contraddizioni del pensiero cosiddetto serio sono destinate ad esplodere. Paradossalmente, per sua fortuna, il film di Suleiman non è destinato a quel grande successo che toccò, a suo tempo, al Benigni di La vita è bella o al Chaplin di Il dittatore: questo gli risparmia un mucchio di sciocchezze sull’incompatibilità fra comico e tragico.

«Cineforum», n.421, gennaio, 2003.