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Made in Italy: 3 interventi

Che lo voglia o no, che ne sia cosciente o meno, il cinema trascina con sé la Storia. Lo spettatore non può ignorare che il film ha in qualche modo "parlato" anche di lui, lo ha spinto a riconoscere momenti della sua vita, anche sotto i rivestimenti metaforici che lo hanno coinvolto. Ogni film è sempre anche un richiamo a questa Storia, in un senso o nell'altro: lo spettatore non è mai né fuori del tempo, né fuori dallo spazio.

Omissis: Italia delle stragi e quella degli schermi

E’ proprio questo (lo sbriciolamento, l’annullamento della memoria: quella individuale, quella collettiva, quella storica) l’obiettivo di chi vuole mettere una grossa pietra sopra a tutte queste storie, con il pretesto che sono storie che dividono, fomentano l’odio, provocano le divisioni, allontanano gli equilibri, le riconciliazioni, gli accordi. E’ vero il contrario. Quel passato aiuta a capire. Illumina i comportamenti, altrimenti incomprensibili, dei personaggi che affollano i palcoscenici di oggi (M.Nozza)

La recente polemica Tarantino-Bellocchio ha un cuore assai più antico di quanto l’informazione abbia voluto sottolineare e di quanto un giovane e infantile regista americano possa sapere: se vogliamo, oppone un’idea di cinema che non è facile condividere alle velleità di un cinema provinciale che fatica ad ammettere la propria inadeguatezza ai tempi e la propria inferiorità nei confronti del sontuoso e straricco apparato americano. Personalmente non ritengo né che quest’ultimo sia da mitizzare a qualunque costo, né che una possibile età dell’oro del cinema italiano sia da ricercare nei B-movies di qualche decennio fa, né voglio tirare nuovamente in ballo la commedia all’italiana o addirittura il neorealismo, perché ogni forma di nostalgia è tanto deviante quanto inutile e servirebbe solo a nascondere ciò che il cinema italiano degli ultimi decenni non ha fatto: ancora una volta insomma le lacune contano più delle azioni o, per lo meno, diventano tristemente complementari ad esse. E nelle lacune affondano alcune ragioni di una differenza radicale.

 

Twin Towers e anni di piombo

Il cinema americano ha vissuto il trauma delle Twin Towers, spesso recuperandone solo gli aspetti più superficiali (la sostituzione della guerra fredda con un nuovo terrorismo, sotto sotto islamico, come dettano le istanze conservatrici e pseudopatriottiche che formano il terreno di cultura bushiano), oppure tentando di farne il sottotesto di una spettacolarità con immancabili tendenze didascalico-propagandistiche. Alla pura fenomenologia da trauma di La guerra dei mondi si è accompagnato, ad esempio, Spider Man, con il suo messaggio, dichiarato esplicitamente, sul rapporto fra potere e responsabilità, un rapporto che la politica americana degli ultimi decenni ha relegato a pochi discorsi fra intellettuali o a qualche battuta di irriverenti entertainers televisivi (si pensi alla martellante insistenza con cui il Dave Letterman Show mette a confronto le parole di Bush con quelle, di ben altro spessore, di Roosevelt e Kennedy): è chiaro che non bastano poche frasi, rimosse per altro nei sequels, a fare di Spider Man un capolavoro, ma è anche chiaro che quelle frasi e quelle prospettive ci sono, che insomma il trauma ha lasciato un segno; e che a volte basta poco (una frase, un’inquadratura) ad aprire i confini di un film e rivelarne la memoria. Non è necessario che si muovano il Pollack di I tre giorni del Condor e Yakuza, persino di The Interpreter, o il Kubrick di Il dottor Stranamore e Full Metal Jacket, del Gus Van Sant di Elephant, lo Scorsese di Gangs of New York, lo Spike Lee di La venticinquesima ora, persino l’Altman di Radio America – per capire che il mondo in cui si svolgono tanti film americani (non tutti, ovviamente, e forse nemmeno molti, ma qualcuno sì, e anche fra quelli non d’autore) è attraversato da traumi, sia pure di natura e storia diverse, e che si tratta, malgrado i filtri della fiction (o grazie ad essi), del nostro mondo.

Salvo rare eccezioni (Salvatore Giuliano, La battaglia di Algeri), il cinema italiano è stato per lo più refrattario ad un recupero spettacolare della storia moderna e non in costume. Rinunciando comunque a opinabili storie parallele, non si può ignorare che anche l’Italia ha vissuto un trauma, meno spettacolare, se vogliamo, delle Twin Towers, ma egualmente profondo: pensiamo ai cosiddetti “anni di piombo”, la cui tragicità ha raggiunto la punta più emblematica nel delitto Moro, ma è stata presente, eccome, nelle tragedie più dolorosamente collettive di Piazza Fontana, della Stazione di Bologna, di Ustica e via dicendo. Eppure tutto si può dire, tranne che quelle stragi siano entrate nel cinema italiano. Qualche eccezione c’è: A porte aperte oppure Il muro di gomma o Buongiorno, notte ne parlano, ma è come se ostentassero l’etichetta Attenzione!Contiene terrorismo. Niente di male in sé, ma non è nei “film di denuncia”, come si diceva una volta, che il mondo e le sue trasformazioni si fanno più trasparenti e convincenti: quella dovrebbe essere la strada battuta dalla tv, non dal cinema – dalla cronaca, insomma, non dalla storia. Nel complesso domina invece un silenzio impaurito, uno sguardo che cerca disperatamente di parlare d’altro, di eludere una presenza ingombrante, che sembra (o finge di) ignorare che è successo qualcosa. Non se ne sente più parlare, non la s’intravede, neppure in filigrana, non solo come se non si volessero accreditare le pesanti e motivate accuse sulle stragi di stato, ma proprio come se il terrorismo stesso non fosse mai esistito. Nel primo caso si può invocare una titubanza politica (che non è comunque una giustificazione), ma nel secondo si deve chiamare ancora una volta in causa quella che Marco Travaglio chiama la «scomparsa dei fatti». Alla paura di prendere posizione si accompagna o si sostituisce un’evasività testarda e irresponsabile. E così assistiamo anche alla scomparsa delle idee.

Quando guardiamo, che so, un film di Pupi Avati oppure un film tratto dai vari Federico Moccia del momento (cito due esempi a caso, non due vessilli, e in ogni caso non i soli), non respiriamo certo l’atmosfera di un paese che è passato attraverso una pagina particolarmente tenebrosa della sua storia, bensì quella di un paese che non c’era e continua a non esserci. L’assenza di senso storico è la stessa che domina gran parte degli sceneggiati televisivi, che, invece, di pretese storiche fingono di averne, se non altro nelle etichette, ma il problema è ancora vistosamente attuale. E ancora vistosamente rimosso, non solo dal cinema.

Quando alla fine di maggio, sulle pagine di «Repubblica», Giuseppe D’Avanzo allude al possibile risveglio di una rete di cui irresponsabili frange terroristiche non sono che una delle maglie, riprende in definitiva il discorso racchiuso qualche anno fa in un libro di Marco Nozza, Il pistarolo (Il Saggiatore, Milano 2006), forse letto da molti, ma messo accanto a tanti altri, in un mucchio di carte che non diventa memoria. Eppure è un libro di notevole valore e interesse, trascinante via via che la lettura procede (forse anche perché, più vicina a noi, la memoria si fa più viva). Nozza è stato per trent’anni cronista di «Il giorno», dedicato a seguire le piste (da cui il titolo apparentemente derisorio) di vario colore e livello che hanno accompagnato la crescita del paese verso gli aurei orizzonti della modernità. Qui racconta per l’appunto trent’anni di quella nostra vita nascosta, impenetrabile, in cui solo qualcuno è riuscito a gettare uno sguardo, ma di sfuggita, senza la possibilità o il permesso di osservare a fondo e con calma: una vita segnata dagli omissis, dalle collusioni omertose, dai segreti di stato e di persona, in cui una DC avviata ad un indecoroso tramonto si mescola alla mafia, agli pseudosocialisti di Craxi, ai servizi segreti, ai terroristi (per i quali destra e sinistra erano solo parole senza alcun senso metaforico), su cui le ombre di Gelli, Andreotti e tanti altri disegnavano prospettive allucinanti. Eppure nulla di tutto questo è mai entrato nella propaganda elettorale, né nelle dichiarazioni dei vincitori, né in quelle dei vinti. Forse, in nome di un’incomprensibile coerenza, i segreti si combattono in segreto – o non si combattono, che alla fine è poi la stessa cosa. Eppure persino i poteri occulti – che sono tali per definizione - lasciano sempre qualche traccia, o almeno qualche sospetto.

Oggi Adriano Sofri si lascia andare a qualche strana ammissione su richieste fattegli a suo tempo e rifiutate: perché non ne ha parlato prima? Che cosa ci ha tenuto nascosto? Come ha sottolineato ancora Travaglio, perché si sono rivolti proprio a lui? Certo, Sofri non è un Andreotti né un Cossiga, ma qualunque rivelazione, dopo decenni di buio, non potrebbe che essere salutare. Potrebbe aiutarci a capire se e come sta lavorando il nuovo silenzio (si spera non inventandosi un passato falsamente glorioso). Se luci sinistre le gettano le squallide e minimali intercettazioni che oggi riempiono i giornali, chissà cosa potrebbero fare i carichi pesanti.

Io non so se i sospetti e le paure di Nozza o di D’Avanzo siano in tutto e per tutto la Verità. Non so se una vera e propria rete esista ancora o si stia in qualche modo riattivando (e con quali mezzi e quali fini); non so se le nuove brigate che oggi ricominciano a farci sentire sul collo il loro fiato pesante siano la ripetizione di un passato osservato con nostalgia o una nuova strategia del terrore, coltivata ad arte per ragioni che noi, popolo di sudditi, non dovremo mai conoscere. Non so nemmeno se le nuove sinistre, quelle di lotta o quelle di governo o quelle di non si sa più cosa, meritino tanto e siano immuni da questa epidemia di silenzio; ma so che anche in passato la sindrome della sinistra ha dettato strategie sproporzionate, eccessive, tragicamente luttuose, sotto gli occhi di coloro che trattavano l’argomento come se fosse stato un plot da fantascienza made in Italy o un gioco perfettamente funzionale alla torre d’avorio di un potere nascosto e, a quanto pare, inafferrabile. So che qualcuno avrebbe dovuto non sottovalutare gli allarmi, a parte coloro che li facevano nascere. E so anche che molti non dovrebbero sottovalutarli oggi, per sostituirli con trattative sotto banco o difese corporativo-bipartisan. Forse gli uomini politici non sono all’altezza e non è colpa loro: ma mai una volta che provino a non esserlo! Proprio come i nostri registi, insomma.

Sia chiaro: non mi piacerebbe rivedere risorgere un cinema falsamente “impegnato” come il poliziottesco o il presepe politico degli anni Settanta, in cui si spiegava tutto come se fosse, appunto, un presepe; ma non mi piace neppure che questo silenzio da struzzi continui, con la scusa, magari, che la gente non ne vuole più sentire parlare. In un paese civile la storia dovrebbe essere respirata ogni giorno, non nascosta sotto i tappeti degli omissis. E un cinema civile dovrebbe essere capace di vivere fino in fondo la propria cultura, senza accontentarsi di etichette tanto remunerative, quanto devianti.

«Cineforum», n.467, agosto-settembre 2007

 

Manganello e aspersorio 2

 

Ma perché tenete ancora il Vaticano? Perché non lo vendete a Berlusconi?

(Stephen Frears, Berlino, febbraio 2008)

 

Anche se in realtà i precedenti non mancano, tutto è cominciato con Caos calmo e con la tanto strombazzata scena di sesso, che ha dato ai vescovi il pretesto di intervenire raccomandando ai giovani di non far sesso in quel modo così brutale; non hanno precisato a quale santo avrebbero dovuto ispirarsi Moretti e Grimaldi, magari per mostrare il primo che si masturbava silenziosamente in un angolo o sulla sua panchina davanti a una scuola. Da Berlino Isabella Ferrari ha giustamente spiegato che la scena non doveva essere «dolce»; Moretti e Gassmann hanno precisato, altrettanto giustamente, che un film è un film e che i vescovi potrebbero occuparsi di altre cose, se non più serie, almeno più inerenti alla loro professione. Vorrei aggiungere - io che non ero a Berlino – che sì, un film è un film, ma non basta vederlo, né tanto meno farselo raccontare, per capirlo. Che cosa resterebbe se da quella sequenza si togliesse la rabbia e la cupezza dei volti? Una scopata e basta, una delle tante scopate che vediamo in tanti film, tutte uguali, patinate o volgari che siano. Ne sarebbe uscito insomma un altro film, un simil-bassa hollywood in cui l’amore trionfa e tutto finisce in gloria. Ma se i vescovi capiscono poco di cinema, forse capiscono ancora meno della vita (sto generalizzando, come è evidente, ma non troppo, visto che la fanno cominciare a livello cellulare) e forse ancora non interessa capire: sono – o comunque si dicono – uomini di fede e credere, come far credere, non implica che si capisca, al contrario. Dicono d’interessarsi alle anime, non ai corpi, a patto che questi - sempre per loro - obbediscano alle anime, le quali a loro volta non devono appartenere ad altri che alla chiesa [1]. La catena di significanti che ne esce porta così da una parte alla repressione del desiderio tolto alla sua aura di remedium concupiscientiae e procreazione e dall’altra, contemporaneamente e complementarmente, al dominio politico della chiesa.

Il guaio è che, col fatto che loro sono ispirati direttamente da Dio, si sentono legittimati a parlare di tutto, dalla scienza al sesso, che vedono tra l’altro pericolosamente abbracciati, come dai piani urbanistici al cinema. E sin qui pazienza, perché ciascuno è libero di dire la sua, ma non si dà assolutamente che dire significhi imporre: «va bene credere, ma pretendere di essere il pastore di chi crede, questo è troppo» [2]. E l’altro guaio è infatti che c’è chi li ascolta e crede che abbiano la verità: gente normale, come Giuliano Ferrara (direbbe Ascanio Celestini) o come le forze dell’ordine che, dietro denuncia anonima di «feticidio», sono entrate in un ospedale di Napoli, per far vedere che con la chiesa non si scherza, e per lanciare un segnale molto preciso: badate, voi donne che abortite seguendo una legge che ve lo permette, ma che non è la legge della chiesa, badate che noi vi sputtaniamo agli occhi di tutti, così un’altra volta ci pensate su due volte, sia a scopare che ad abortire; non ci interessa perché lo fate, sia l’una cosa che l’altra, c’interessa solo che non lo facciate.

L’episodio napoletano non poteva non ricordarmi un vecchio libro che s’intitola Il manganello e l’aspersorio (basterebbe il titolo a giustificare il desiderio d’una rilettura): l’ha scritto Ernesto Rossi nel 1958 (Parenti, Firenze-Roma) ed è stato ristampato da Laterza, Bari, nel 1967; è dedicato a Gaetano Salvemini e infatti si apre con la citazione da una lettera scritta da questi a Francesco Luigi Ferrari nel 1930: «E’ solo dopo essere vissuto in Paesi protestanti che io ho capito pienamente quale disastro morale sia per il nostro Paese non il “cattolicesimo” astratto che comprende 6666 forme di possibili cattolicesimi […], ma quella forma di “educazione morale”, che il clero cattolico dà al popolo italiano e che i Papi vogliono sia sempre data al popolo italiano». Parole di comunisti atei e mangiapreti? No, parole di un vecchio liberale, di quelli che sono finiti da un pezzo.

Educazione morale? Ma dove? Ma quando? E’ morale predicare l’eliminazione dei dubbi e dei contraddittori? E’ morale trattare la gente come se fosse tanto stupida da avere sempre bisogno di una guida? (anche se fosse, è proprio la morale collettiva giusta?) E’ morale ripetere continuamente: io posso decidere per te e tu puoi solo obbedire e pagare? E’ morale dar ragione solo a chi ti dà ragione, magari solo formalmente? E’ morale organizzare un monoteismo acritico e addestrare uomini politici e forze dell’ordine a metterlo in pratica, nel nome di una difesa della fede che suona tanto come una difesa della razza [3]? E’ morale sfruttare il proprio potere, definito morale per antonomasia, per guadagnare cifre che permettono soltanto di perpetuarlo? E’ morale nascondersi dietro a un Dio per limitare, per di più di nascosto e per interposte persone, i diritti altrui? E’ morale usare «selettivamente i dati scientifici nel tentativo di conciliarli con presupposti religiosi e morali indiscutibili» [4] e sfuggire così alla ricerca della verità e alla storia? Ovvero «sottrarsi al dibattito scientifico in atto, sostenere accuse false, negare la realtà empirica condivisa in un determinato campo di studi e portare in questo modo la discussione su un piano totalmente ideologico» [5]? E’ morale proteggere col silenzio e per anni adepti che si sono macchiati dei delitti più infami, come la pedofilia?

Si potrebbe continuare a lungo con le domande, più retoriche che utili. Ma non si può fare a meno di notare l’escalation anti-laica che ha attraversato l’Italia negli ultimi anni, l’arroccamento disperato di chi non capisce che la fede che vede perduta attorno a sé è una fede resa particolarmente fragile proprio da chi dovrebbe coltivarla. Ammettiamo pure che quello di Napoli sia un caso isolato – e non lo è: diventa difficile capire dove finisce l’aspersorio e comincia il manganello. Ma soprattutto dove si colloca il cestino per la questua. Perché la chiesa cattolica non costa al popolo italiano solo quell’otto per mille che sarebbe già tanto (circa un miliardo di euro [6]), ma fra una cosa e l’altra sono in ballo cifre che ricordano i fantastiliardi di Paperone: ancora Odifreddi parla di tre milardi, sempre di euro (che diventano nove grazie agli sgravi ICI [7]), Curzio Maltese di quattro [8]. Altro che “tesoretto”. E in ogni caso, più o meno grande che sia e che piaccia o meno, è una somma che interessa tutti, a chi crede e a chi non crede: perché se l’otto per mille che uno destina allo stato finisce poi, per vie traverse o mascherate, nelle tasche della chiesa, magari per finanziare attraverso lo IOR l’Organizzazione degli ex membri delle SS[9], il discorso cambia e non poco. Si tratta di concussione, di falso, di truffa, di associazione a delinquere, tutti reati per cui una responsabilità morale è il minimo che si possa imputare.

Naturalmente tutto questo non a niente a che fare con Caos calmo, come in altri tempi non aveva a che fare con L’avventura, Rocco e i suoi fratelli o Ultimo tango a Parigi - precedenti illustri di una repressione che non si limitava al cinema, ma si estendeva a/in tutta la vita sociale (come del resto avviene sempre, in un modo o nell’altro, a un film), tagliando immagini e pensieri. Anche allora l’espediente-occasione era il sesso e, se molte cose da allora sono cambiate, questa non è cambiata: aspetta solo che dia i suoi frutti. I solerti coltivatori non mancano.

[1] Si può veramente parlare di un «odio del corpo corruttibile, disprezzato in ogni più piccolo dettaglio», come di un «odio per le donne, per il sesso libero e liberato» (M.Onfray, Trattato di ateologia, Fazi, Roma 2005, p.65).

[2] Ivi, p.19.

[3] Da un lato «il riferimento storico-culturale alle “radici cristiane” [è] usato in funzione identitaria latentemente antagonista con l’islam»; dall’altro abbiamo la «raccomandazione a esporre il crocifisso in luogo pubblico quasi fosse un simbolo nazional-popolare» (G.E.Rusconi, Non abusare di Dio, Rizzoli, Milano 2007, p.11).

[4] Ivi, p.21.

[5] T.Piovani, Creazione senza Dio, Einaudi, Torino 2006, p.39.

[6] Cfr. P.Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, Milano 2007, p.164.

[7] Ivi, p.166.

[8] C.Maltese, I conti della chiesa, «Repubblica», 28.9.2007.

[9] P.Odifreddi, cit., p.141.

«Cineforum», n.472, marzo 2008

 

Che storia è?

Se le buone intenzioni contassero qualcosa, oltre che a lastricare il pavimento dell’inferno, ci sarebbe da essere contenti dell’attenzione che tanto recente cinema italiano riserva alla storia, anche quella abbastanza lontana da non permettere ai registi di averla vissuta o almeno intravista. Non mi riferisco certo a Paolo Virzì (N – Io e Napoleone, 2006) o Emanuele Crialese (Nuovomondo, 2006), che, anche se fossero meno giovani, non potrebbero avere vissuto né l’epoca napoleonica, né l’inizio del secolo scorso, quanto piuttosto a Carlo Mazzacurati o a Daniele Luchetti: il primo, nato nel 1956, ambienta il suo L’amore ritrovato (2004) nel periodo compreso fra gli Anni 30 e la fine della guerra; il secondo, nato nel 1960, fa iniziare la storia di Mio fratello è figlio unico (2007) nel 1962. D’altra parte anche Guido Chiesa non era ancora nato quando si svolgeva l’azione di Il partigiano Johnny (2000, dal romanzo di Fenoglio), ma in compenso aveva poco meno di vent’anni nel 1977, all’epoca di Radio Alice e della presa militare di Bologna (Lavorare con lentezza, 2004). Ma non sono i soli a fare film, se non proprio storici, quanto meno fuori tempo.

In ogni caso il problema non è l’anagrafe, anzi la bontà delle intenzioni sta proprio nel raccontare una preistoria che comunque ha lasciato segni visibili anche nel presente. Il problema è il rapporto con la storia: essenziale, dal momento che si decide di fare un film storico – o almeno anche storico – ed è un problema non da poco, se consideriamo l’idiosincrasia alla memoria che ci caratterizza (siccome abbiamo nel sangue anche la musica, uno dei nostri motti potrebbe essere «scurdammoce ‘o passato»). Eppure è successo, il numero è grande e basterebbe spulciare la memoria fornita dagli «Annuari di Cineforum» o altri almanacchi del genere per contare almeno qualche decina di casi.

Come sappiamo, il rapporto cinema/storia ha una propria particolarità: lasciando da parte i documentari, un film storico parla contemporaneamente del passato e del presente; quindi, istituzionalmente diacronico, richiede una riflessione e una conoscenza doppie. Per comprendere il presente bisogna conoscere ciò che lo ha preparato, e per mettere in scena il passato bisogna almeno avere un’idea del presente. Non è solo questione di costumi ed oggetti d’antiquariato. E non basta ripetersi che il passato è più facile inventarlo che raccontarlo.

Un’analisi esaustiva di tutti i film storici degli ultimi dieci anni richiederebbe troppo spazio ed è del resto ricomponibile dalle analisi dei singoli film. Per questo vorrei partire da un caso fra tanti, che non si può definire né un “brutto” film, né un capolavoro (sarebbe troppo facile): mi riferisco a Romanzo criminale di Michele Placido (2005), che all’epoca di cui racconta aveva già raggiunto i quarant’anni; nessun dubbio, quindi, che avesse a disposizione, oltre al romanzo di Gianfranco De Cataldo, gli elementi culturali e storici per svolgere in modo adeguato la sua rivisitazione, tanto più in un caso come questo che alla trama storicamente a margine (la Banda della Magliana) mescola o alterna una trama primaria come il caso Moro. In effetti le citazioni dai media dell’epoca (in particolare la tv) abbondano, come date inserite ogni tanto per ricordarci che cosa stiamo guardando; eppure si ricava una strana impressione, come se assistessimo a una qualunque storia dei nostri giorni, di malavita o di mafia, in cui, per uno scherzo del destino, la tv trasmettesse solo vecchi spezzoni o blob. Per dirla in poche parole, non si respira l’atmosfera di un’epoca che, tra l’altro, di atmosfera doveva averne parecchia. Si respira, al contrario, la storia personale e individuale di un gruppo alla deriva, impotente a seguire fino in fondo il destino che si è assegnato: non basta a far trapelare una storia d’Italia non lontana, se si vuole, da quella dei gruppi sfigati di Mario Monicelli (vero e proprio leitmotiv da I soliti ignoti al recente Le rose del deserto) o dall’irrisolto eppure pervicace dualismo raccontato da Luchetti (anche qui c’è dietro un romanzo, Il fasciocomunista di Pennacchi). Mio fratello è figlio unico è l’erede diretto di La meglio gioventù di M.T.Giordana (2003), un po’ meno logorroico e televisivo, insomma un film onesto e gradevole, solo che ci parla degli Anni 60 come di un periodo in cui la DC fosse temporaneamente andata in vacanza lasciando il piccolo mondo italiano a spaccarsi fra una destra e una sinistra nostalgiche, velleitarie e astoriche, sia pure in modi e con fini diversi, eppure entrambe destinate a consumarsi quasi specularmente in un doppio sogno fallimentare: solo che la storia è un po’ più complessa e non è necessario che un film la contenga tutta, ma i fondamentali sì; forse per questo, perché fuori da ogni dimensione metaforica, il personaggio più convincente risulta quello della madre, quotidiana e concreta, grazie anche a un’ottima Angela Finocchiaro – esattamente il contrario di quanto accade in Lavorare con lentezza, che i suoi limiti strutturali li mostra quando si sposta dal collettivo (verrebbe da dire dal docudrama) al personale. La fusione dei due livelli è un punto davvero cruciale, come mostra del resto Il partigiano Johnny, in cui quelle che Lorenzo Pellizzari indica come scelte produttive si coniugano a fatica con l’esigenza storiografica alla base del progetto, facendolo oscillare fra una coordinata e l’altra del racconto (fra plot e epica visionaria) e portandolo sul piano di una astorica genericità di prospettive [1].

In realtà ogni epoca ha la sua atmosfera, che è però da inventare, perché non appartiene tanto alla storia quanto al cinema. E questo non è una macchina del tempo, in cui una data o qualche altro segno di riferimento basta a chiarire tutto o addirittura a renderlo convincente, come non bastano un presepe a celebrare il messaggio di Cristo o le figurine Panini a disegnare un’epoca. E invece l’impressione dominante è spesso proprio questa, come negli Anni 70, gli anni di Todo Modo, Il caso Mattei, ecc: i vestiti giusti, le locations rétro, qualche avvenimento storico sullo sfondo e via, la storia è servita. Poi si scopre che un film come L’amore ritrovato (2004, da un romanzo di Carlo Cassola, Una relazione) non ci dice sugli Anni 40 e sul passaggio fascismo/dopoguerra più di quanto direbbe la rilettura di un fotoromanzo dell’epoca (anche se bisogna riconoscere che la fine del fascismo come fine di un sogno non sarebbe un’idea niente male, ma pazienza, sarà per la prossima volta): non si tratta solo di quell’understatement cassoliano in cui Paolo Vecchi individua «una base di partenza ideale per la poetica di Mazzacurati» [2], bensì di una sorta di imbarazzo che trasforma la storia in un Golia che un solo Davide non riesce ad abbattere; non a caso, ancora una volta, più dei protagonisti convincono le molte figure di contorno, che potrebbero però, nella loro stilizzazione macchiettistica, andare bene in ogni altro film e in ogni altra epoca (quel senso dello spazio che è il pregio maggiore di Mazzacurati non basta a fare storia).

Lo slittamento pressoché costante dal livello generale della storia a quello particolare degli individui finisce per approdare, cam’è inevitabile, a una sorta di autobiografismo travestito, al racconto di se stessi come centro del mondo: così Sabina Guzzanti in Viva Zapatero! (2005), così molti dei film di Pupi Avati che, in nome di quello stesso personalismo, scambiano la nostalgia per memoria; ma così anche il Roberto Benigni di La tigre e la neve (2005), che assume la cifra della contemporaneità (anche questa qualche volta è storia) per mettere in scena un’astrazione buona per qualunque epoca, in nome del fatto che la poesia e l’amore sono universali.

Forse la chiave – o almeno una possibilità – sta nella scelta di personaggi che siano in sé emblematici di un momento storico, magari suffragati da un’aura di verosimiglianza referenziale che appartiene ai fatti: è la chiave scelta dal Giordana di Cento passi (2000), molto più convincente dell’assemblaggio didascalico-soapoperistico di La meglio gioventù. Arriviamo così a una conclusione che più banale non potrebbe essere: meglio una sola idea buona che tante confuse (e non sempre basta un romanzo per dare l’idea: l’incombenza del rapporto cinema/letteratura finisce per sovrastare quello cinema/storia). Ma il cinema italiano ha spesso bisogno di partire dall’A B C. E soprattutto ha bisogno di quella strana miscela formata da coraggio e lucidità. Tornando al punto di partenza, le buone intenzioni sono incoraggianti, ma non bastano.

[1] L.Pellizzari, Fenoglio in guerra: materiale resistente, «Cineforum», n,401, gennaio-febbraio 2001, p.34.

[2] P.Vecchi, L’amore ritrovato, «Cineforum», n.439, novembre 2004, p.41.

 

«Cineforum», n.474, maggio 2008