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TV 2006

Medium/Maximum

Non capita spesso che compaia in tv una series dignitosa quel tanto che basta per non farti impazzire col telecomando, che poi non serve a niente. Forse per questo i programmisti, persino quelli di RAITRE, presi alla sprovvista, le hanno tentate tutte per massacrarla: ogni episodio dura 45’ ed ha cadenza settimanale? Bene, allora diamone due per sera e per due sere consecutive. Il prodotto ci rimette? E chi se ne frega? Intanto abbiamo riempito due sere.

E’ successo con Medium, la series creata da Glenn Gordon Caron, interpretata da una Patricia Arquette che recita e soprattutto non sembra appena uscita da un salone di estetisti. Negli USA è alla seconda stagione (16 episodi fra gennaio e maggio 2004; 14 iniziati a settembre). La storia è semplice: una certa Allison DuBois, dotata di shining, collabora con la polizia di Phoenix, Arizona; solo che le sue visioni sono frammentarie, segnali sospesi nel tempo, solo parzialmente riconoscibili e il thriller nasce appunto di qui. Dopo tutto la realtà è talmente complessa che nessuna mente, nemmeno paranormale, riesce a decifrarla.

Lo spunto è reale (una DuBois esiste, è una medium, collabora con la polizia e ha scritto persino due libri sulla sua attività), ma sembra nascere da The Gift (2000), il film di Sam Raimi interpretato da Cate Blanchett, di cui riprende il montaggio di visioni del reale e del possibile. In ogni caso pone il solito problema: se si può prevedere il futuro, possiamo anche impedire che si avveri? Se ci riusciamo, che cosa abbiamo previsto, dal momento che quel futuro è diventato un altro? La cosa non ci tocca: anche sapendo quello che può succedere, continuiamo a fare gli stessi errori. Come diceva Fukuyama il futuro non esiste più, la storia è finita, gli amici se ne vanno, che magnifica serata…

Sicuramente la series diventerà ripetitiva, si arricchirà di aggiunte e complicazioni inutili, come succede a tutte le series dopo le prime due stagioni, ma per il momento accontentiamoci. Il suo effetto lo fa. Tant’è che, dopo la puntata di Porta a porta in cui mister B, il viso più tirato del solito, è stato criticato apertamente e in diretta e nemmeno Vespa o Feltri ne hanno preso le parti – non come al solito, per lo meno - ho immaginato che fosse cominciata la fine della resistibile ma non resistita ascesa: il primo gli ha addirittura fatto notare che le vittorie delle sinistre nelle amministrative non sono un complotto mediatico di chi detiene il potere pressoché assoluto dei giornali e delle tv, ma una scelta degli elettori; il secondo lo ha rimproverato di non aver fatto, come sostiene, tutto ciò che aveva promesso e soprattutto di aver tentato un’ingerenza nella libertà di stampa (leggi il <> di qualche giorno prima). Un flash me lo ha mostrato, con gli abiti elemosinati da Fede e da Bondi (i primi stretti, i secondi larghi), a un angolo della strada o della superstrada, a chiedere denaro per un panino e una Coca Cola (l’amico Bush non gliele manda più).

A riprova della fondatezza del mio shining, la reazione di mister B è stata quasi isterica: si è fiondato immediatamente in una trasmissione di Fiorello e in una conferenza stampa, trasmessa pressoché integralmente, guarda un po’, su raiuno e retequattro, dove ha potuto parlare solo lui, come, con l’anno nuovo, da Biscardi e da Ferrara, dove il flebile contraddittorio della Armeni (la ricordiamo più cattiva con Cofferati) non è bastato a interrompere il flusso trionfale di parole in (casa della) libertà. Ha insomma dato il meglio di sé, come l’acuto di un tenore che sta per affogare e ovviamente stecca. E’ questa la domanda? Bene. Sì, IO l’ho capita, ma IO rispondo quello che MI pare, e cioè che il MIO paese non è mai stato così bene, che IO ho fatto quello che nessun altro ha fatto prima, che IO avrei fatto anche di più se MI avessero dato il 51% dei voti, che IO sono il salvatore della patria, che le FaMIglie (non i cittadini, badate bene, ma le FaMIglie con la F maiuscola, così la chiesa sta buona, con quello che IO le faccio risparMIare), che le FaMIglie, IO dicevo, devono solo esserMI grate, che in tutto il mondo ogni volta che si deve decidere qualcosa interpellano ME perché sono tutti MIEI aMIci, da Putin a Bush e compagnia bella, che Mariella Venditti è proprio elegante e se lo dico IO che sono un noto trombeur de femmes potete crederMI, che solo IO sono il futuro, che gli italiani devono sapere tutte queste cose che la tv e la stampa tengono nascoste, che i comunisti usano la politica per fare soldi, MIca come ME, che IO metterò fine alla par condicio, che IO ritornerò vincitore all’alba del 10 aprile, che nessuno riuscirà a incastrarMI perché IO ho portato soldi e una ventata di freschezza nelle vostre case, che IO, che IO, che IO…

Le visioni che ne posso avere grazie allo shining rispolverato da Medium, non sono né migliori, né diverse – e nemmeno sempre chiare. Sì, forse la destra perderà le elezioni o forse le perderà il solo mister B, o forse le perderanno tutti, contemporaneamente. Comunque vada, saranno guardati con sospetto tutti coloro che, professandosi o no di sinistra, avranno un c/c alla BPL, un’assicurazione con Unipol e faranno la spesa alla Coop. Qualcuno ritirerà fuori la storia del conflitto d’interessi, ma così, tanto per fare quattro chiacchiere e sapendo che nessuno lo prende sul serio – come quando si tira in ballo la morale, che con la politica c’entra come i cavoli a merenda, e forse per questo se ne riempiono tutti la bocca, perché non si vive di sola cicoria. Fassino andrà a Chi vuol essere miliardario, oppure a Un giorno in pretura: a elezioni concluse gli permetteranno di scegliere, a patto che sia un programma RAI, in nome della par condicio. Mister Ruini si deciderà a consigliare Luciana Littizzetto sulle tende da intonare alla tappezzeria. Prodi scriverà, assieme alla moglie, a Bertinotti e a Rutelli, un secondo volume delle sue memorie, Ancora insieme? Fiorani e Consorte fonderanno un club dei gentiluomini insieme a Tanzi, Gnutti, Ricucci e chissà quanti altri soci onorari, dove si potrà fare di tutto, tranne che telefonare. Il mondo assomiglierà sempre più a quello di Rapina record a New York (S. Lumet, 1972), in cui piccoli delinquenti come Sean Connery verranno intercettati e puniti, ma i grandi no. Mediaset potremo vederla anche sui cellulari che il fratello di mister B produrrà dopo aver abbandonato i decoder. Pecoraro Scanio esigerà un posto da ministro, chiunque vinca: se ci sono riusciti i leghisti… Petruccioli si sveglierà sbadigliando e stropicciandosi gli occhi: Che cosa dite? Io presidente? Ma non scherzate, via. Cossiga si deciderà a tener fede alla sua promessa di non parlare più, nemmeno di Beautiful, per prepararsi dignitosamente all’estremo saluto. Gli asini voleranno. A proposito: per quanto mi riguarda continuerò a scrivere ‘ste cazzate su una tv che merita si e no una riga al mese, da un pezzo non sapendo più che cosa inventarmi.
(«Cineforum», n.451, gennaio-febbraio 2006)

 

Trombette e campanelle

Arriveremo davvero a votare? Oppure, visto che l’attuale governo ha scoperto che doveva anche lavorare (meglio tardi che mai, o forse no), gli concederemo qualche altra settimana, mese o anno? Possibile che si arrendano così facilmente alle bizze di quella strana cosa chiamata Costituzione? Possibile che si chiuda così rapidamente questa amabile tenzone? A metà febbraio so solo che contro le tre punte B, C e F pare che si presenti il compagno P (me l’hanno detto un amico che frequenta i corridoi della politica e uno che guarda Porta a porta), ma non escludo che sia una scelta obbligata, dal momento che non ci sono più spazi liberi in tv, né sui muri e via dicendo, fino ai bagni in autostrada, accanto alle profferte amorose dei camionisti (in realtà quest’ultimo incarico è stato affidato a Bondi, che infatti è un po’ che non si vede: che stia studiando come si ritorna comunisti?).

In realtà questa storia delle tre punte è una delle tante balle che ci raccontano da cinque anni e il candidato della destra è uno solo, mister B. E’ stato lui a tirar fuori dal suo cilindro, come il mago Casanova o come MacRonay, non un coniglio, ma la trappola per conigli in cui buona parte della sinistra è caduta, Fassino in testa. Per la serie del bue che dà del cornuto all’asino, mister B ha accusato la sinistra non solo di essere incolta (mentre lui…), ma anche di conflitto d’interessi (il caso Unipol-Coop, come lo definiscono tutti, per far credere che sia una cosa sola). E poi ha cominciato a snocciolare il suo pezzo forte, come la mossa delle sciantose d’un tempo (rullo di tamburi e tà-tà), ovvero la litania di tutte le cose buone che ha fatto e con quali sacrifici personal-patrimoniali (eh, sì, cara signora, sapesse quanto costano oggi le persone di servizio!). Tra queste citerò soltanto la determinante partecipazione della sua mamma alla Resistenza.

Senza alcuna pretesa di completezza, si possono ricordare (ma anche dimenticare, ché non cambia niente): 1) un intervento a Isoradio, che ha provocato una decina di uscite di strada di camion; 2) un incontro con Costanzo, in sostituzione del mago Otelma; 3) un promo con Bertinotti a Porta a porta; 4) una puntata a Uno Mattina da quel bel campione del giornalismo italiano che è Luca Giurato; 5) un faccia a faccia con Rutelli a Matrix, sotto gli occhi da mammoletta di Mentana e con una telecamera che nove volte su dieci riprendeva il pubblico plaudente di destra, mentre a quello di sinistra riservava solo un audio generico e senza facce, perché tanto quelli sono tutti uguali; 6) una performance “improvvisata” a Il senso della vita, in cui l’abbiamo visto assiso sul trono di Arcore circondato da una famiglia con i capelli al vento (ma non chiudono le finestre? E poi perché la prima figlia ha i capelli al vento da una parte e la seconda dall’altra? c’è tanta corrente?); 7) un acceso dibattito con Anna La Rosa, quella di Alice, una che sa quello che dice; 8) qualche incontro con il distaccato e obiettivo Ferrara, il risorto Martelli, la Pivetti con tutto il suo onorevole passato appeso ai denti (capito, Casini, che cosa ti aspetta? Dopo la multa alla ex presidente, Liberitutti ha posti da vendere); 9) ha telefonato a Ballarò e ha cercato poi inutilmente di andarci, ma D’Alema (<>, è noto) gli ha chiuso la porta in faccia; 10) qualcuno asserisce di averlo visto persino a Torte in faccia, in pieno stile Mediaset, cioè travestito da donna per venire incontro alle quote rosa; non ci credo, ma riporto per completezza d’informazione; 11) è solo leggermente più credibile la sua apparizione a Alla prova del cuoco, dove avrebbe elencato e cucinato in diretta, come aveva già fatto dai giudici, tutte le portate che i suoi avversari hanno consumato parlando con noti banchieri comunisti.

Qualcuno sostiene che così fa il gioco dell’opposizione; altri che questo bombardamento televisivo, ovviamente in nome della pace, è la prova concreta della sua disperazione e che comunque la tv non fa vincere le elezioni; altri ancora che bisognerebbe sparargli, per legittima difesa, grazie alla legge che ha appena fatto approvare su direttiva leghista. In ogni caso, di fronte a un simile accanimento mediatico ci vorrebbe un esame antidoping pre-elettorale: lo troverebbero magari pieno di prozac come Fassino di valium, mentre Prodi ha invece finalmente licenziato lo scienziato inglese Jack Griffin (un quiz per i cinefili più preparati. Soluzione: era il personaggio interpretato da Claude Rains in L’uomo invisibile, dal romanzo sinistramente profetico di H.G. Wells), anche perché si è scoperto che era in realtà un cugino di Giovanardi. E così si è presentato da Vespa dissipando ogni sospetto: è proprio lui il candidato della sinistra e non è affatto suonato come altri volevano far credere. Se uno si aspettava una fotocopia di mister B, sarà rimasto deluso: si è avuta l’impressione che, contrariamente all’originale (si fa per dire), pensasse prima di parlare e non ripetesse una filastrocca mandata a memoria nella lontana infanzia. E poi: ottima la mossa di sfidare il tridente, in attesa che decidano se il candidato sarà il solito o lo sorteggeranno a elezioni avvenute (vincerà chi ha più voti, come pensano in due, o chi ha avuto un incremento maggiore come sostiene il terzo?)

Ciò non toglie comunque che anche la sinistra abbia risposto con campanelli alle trombette o viceversa. Con l’aiuto di Dio (un acquisto recente) Rutelli si è difeso bene, tranne che con Bertinotti; questi, da uomo di spettacolo qual è, è stato come sempre elegante, in ogni senso. Ma Fassino? Ve lo ricordate a Che tempo che fa? Non ha piovuto in studio, ma era come se. Persino Tremonti e Storace avevano almeno un’idea del programma e del suo conduttore. Anche Fini, a dir la verità, vista la sua mal mascherata ostilità.

In compenso ancora a Torte in faccia si sono viste note personalità della sinistra italiana (un nome per tutti? Di Pietro) ballonzolare ridendo sul palcoscenico come a La corrida e farsi imbrattare di panna montata (non è escluso che prima o poi si passi alla merda, che a colori viene anche meglio). Proprio divertente. L’Italia dei valori, il futuro del paese. Non mi consola che nello stesso trivio abbiano fatto la loro comparsata anche Schifani e Gasparri; al contrario, mi deprime.

Mi consola il fatto che il Vaticano abbia scelto di non pronunciarsi: votate per chi vi pare, anche ladri e bugiardi, basta che non siano favorevoli ai PaCS, che facciano partorire mamme che non vogliono essere mamme, sopravvivere famiglie che non sono famiglie e non riconoscerne altre che invece lo sono. Questo sì che è un atteggiamento serio, mica come quei musulmani che s’incazzano per vignette che non hanno nemmeno visto, come ha detto Eco a Che tempo che fa. Eh, già: siamo proprio fortunati noi italiani.

In ogni modo, come si dice, chi vivrà vedrà. E non è detto che sia una fortuna.


(«Cineforum», n.452, marzo 2006)

 

 

Vincitori e vinti

Ciò che ha più interessato i media nel mese successivo alle elezioni non è stato la sconfitta di Berlusconi, ma la vittoria di Prodi: un’improvvisa virata a sinistra? Una speranza? No. Solo una vittoria giudicata da quasi tutti precaria e quindi capace di suscitare suspense, secondo la regola per cui non si guarda al passato o al presente, ma solo al futuro: non si danno notizie, ma s’inventano possibilità.

Non faceva notizia che Berlusconi non si rassegnasse, nemmeno verso il fatidico 5 maggio, a rassegnare le dimissioni, ovvero a mollare il seggiolone su cui era assiso come su un trono, ma insistesse in un minigolpe strisciante all’italiana, cioè all’insegna del nun ce vonno stà; facevano invece notizia la cattura di Bernardo Provenzano (e fin qui ci siamo), ma anche la Pasqua, come se fosse a sorpresa, e lo scontro Bertinotti-D’Alema per la presidenza della Camera. Non facevano notizia le isteriche accuse di brogli elettorali da parte di chi, dopo la depenalizzazione del falso in bilancio, di queste cose doveva intendersene, né la candidatura Andreotti alla presidenza del Senato, mentre avrebbe dovuto farla, trattandosi di un candidato riconosciuto colpevole di intrallazzi con la mafia, anche se oltre venticinque anni fa (anche per l’etica vige la prescrizione?). Non facevano notizia né i mugugni di un tele-habitué come Tremonti, rimasto solo con la sindrome dell’amante tradito o del figliolo diseredato, né la lentezza di riflessi di Casini, che ci ha messo venti giorni a capire che cosa era successo (e non è detto che ci sia veramente riuscito, malgrado le ripetizioni prese da Follini e Tabacci). Di contro faceva notizia, eccome, la candidatura prima di D’Alema, poi di Napolitano alla Presidenza della Repubblica (due comunisti!), perché ricca di possibilità su cui ricamare e costruire fiumi di trasmissioni tanto povere di notizie quanto ricche di opinioni e preveggenze; ma soprattutto faceva notizia ogni previsione sulla durata del nuovo governo, sull’ostacolo che lo farà cadere. Si accettano scommesse: Bertinotti e Mastella sono dati rispettivamente a 3 e 3,5 a 1; ma è in lizza anche Fassino, se non gli spiegano bene come stanno le cose. Il primo si è distinto sostenendo con Lucia Annunziata che secondo lui Mediaset deve dimagrire – cosa che ha giustamente messo in fibrillazione Emilio Fede, ma non solo lui, anche non pochi giornalisti di sinistra. Si può capire lo sgomento di chi si trova di colpo privato del suo capro espiatorio preferito (santo cielo, ci toccherà criticare Canale 5 e Italia 1!). Insomma, sembra paradossale ma è riemersa la solita paura di vincere, anche a vittoria già decretata: non possiamo fare affermazioni del genere, non siamo mica degli arricchiti brianzoli, noi di sinistra, siamo dei signori. Ecco allora già pronta la soluzione, da prospettare democraticamente al tenutario Mediaset: noi liquidiamo una rete, magari RAITRE, che è la più seria, e dopo voi provvedete con la vostra equivalente, cioè ReteQuattro. Con comodo, naturalmente.

A questa paura di vincere, emersa in modo esemplare con la storia di Franco e Francesco al Senato (come ha detto Travaglio nella diretta su Sky mentre si rivotava per la seconda volta, non poteva esserci inizio peggiore - il solito ottimista: poteva, poteva), si aggiunge la leggerezza culturale dell’informazione, quella per cui 1) l’elezione di un presidente è solo un gioco; 2) le regole del gioco non sono diverse da quelle di un qualunque reality show. Nominations, ipotesi, anatemi, purghe, ecc, raccontano a priori successi e tonfi clamorosi, lasciando sempre emergere il lato peggiore della nostra finta democrazia, il gossip culturale.

Un gioco, già: questo è uno dei tanti danni che, come dice Nanni Moretti, Berlusconi e le sue tv hanno inferto al paese. Qualcuno, Il caimano, se lo ricorda ancora, avendolo visto da poco, ma in compenso molti hanno dimenticato che Moretti diceva anche che con questa sinistra non si fa strada. Si fanno tutt’al più dei viottoli dissestati, delle capezzagne fangose, dei sentieri da capre. Si gioca a nascondino, allo schiaffo del soldato, al vai avanti tu ché a me scappa da ridere, ai quattro cantoni del totoministri, al cadavre exquis, al facciamo finta che, e chi più ne ha più ne metta. L’importante è che la gente continui a non prenderli sul serio (cosa che fa molto volentieri e, a quanto pare, divertendosi, per la verità soprattutto a destra).

Non sarà che il partito dei tengo-famiglia non si fida di questa sinistra e quindi preferisce non sbilanciarsi? Nei pochi dibattiti che hanno riguardato, quasi per obbligo, il cambiamento è saltata ripetutamente, istericamente fuori la storia dell’Italia spaccata in due. Bella novità. Non era spaccata in due anche nel 2001? Non è stata spaccata in due per almeno 5 anni? Oppure Casini, Pera e compagnia bella, compresa quella fascista, erano nomine in ossequio all’opposizione e a quel 50-1% di italiani che non li avevano votati? E invece adesso bisogna dialogare. Perché, sì, Berlusconi è un po’ grezzo, anzi naïf, che è più fine, ma in fondo ha governato per cinque anni, voleva persino abolire l’ICI, possiede delle imprese che sono una risorsa del paese, e bla-bla-bla. Ha solo un difetto: il dialogo non è proprio il suo forte.

Nel frattempo, a deprimerci ulteriormente (ma questo è il lato migliore di RAITRE), è arrivato Report, con la sua puntata sul finanziamento pubblico dei quotidiani. Abbiamo sentito l’inesorabile Belpietro puntare l’indice accusatore su Feltri e l’altrettanto inesorabile Feltri puntare il suo sulla RAI e via di seguito in una brillante catena d’insolidarietà e di liberismo delatorio, quando era chiaro che ci si trovava di fronte a un vero e proprio regime di connivenze e truffe legalizzate, di fronte alle quali un semplice falso in bilancio o un campionato di calcio impallidiscono. E dire che 667 milioni di euri, allo stato in cui siamo tremontati, farebbero comodo. Se, come temo, non fosse possibile convincere Milena Gabanelli ad accettare un ministero ad hoc, sarebbe bello che ogni ministro, segretario, sottosegretario adottasse la puntata come vademecum e ne riguardasse almeno dieci minuti al giorno. Possibilmente senza ridere. Pensate un po’ a quanto si potrebbe risparmiare con un minimo di serietà e a quante cazzate in meno si leggerebbero e si videoascolterebbero. Agli eredi di Storace consiglierei invece la puntata n.3, quella sull’aviaria e gli OGM: arriverebbero altri milioni di euri.

Per fortuna, a risollevarci il morale, c’è stato il concerto del 1° maggio, un gioiello di partecipazione e regia. Solo che veniva da chiedersi: quanti di questi giovani, belli, puliti, entusiasti sapranno resistere alla tentazione di diventare come noi? Non eravamo giovani, belli, puliti, entusiasti anche noi? Com’era trent’anni fa quel Casini che oggi dichiara in camera look di avere votato scheda bianca all’elezione del Presidente, ma in fondo il suo cuore batteva per Napolitano?
(«Cineforum», n.455, giugno 2006)


Destini incrociati

La seconda metà del mese di maggio è stata davvero ricca, anche se solo di notizie. C’è stata l’elezione di un Presidente della Repubblica ex o postcomunista (non cambia molto, perché solo i fascisti possono diventare post, mai i comunisti); è nato un nuovo governo Prodi; D’Alema ha ricominciato a dire «qualcosa di sinistra» o comunque d’opposizione e per di più quando era già al governo (si vedano la puntata di Ballarò di fine maggio, in cui persino Casini si è risentito, e quella di 8 e 1/2, dove ha retto persino il peso di Ferrara); ci sono state le promesse di Berlusconi d’una possibile seconda marcia su Roma (sta già addestrando personalmente le ANuove camicie nere o verdi). Ma quello che ha tenuto veramente banco e ha segnato una nuova epoca è stato lo scandalo del calcio: la prima dichiarazione del DS (leggi Direttore Sportivo, mi raccomando) Luciano Moggi ai giudici napoletani è avvenuta il 15 maggio, lo stesso giorno dell’insediamento di Giorgio Napolitano.

Non sono di quelli che credono ai complotti più di quanto non creda al caso e ritengo quindi che non ci siano – è bene chiarirlo subito - legami diretti fra gli avvenimenti citati, se non la congiuntura cronologica e il fatto che la tv è stata costretta a un tour de force non da poco per dare spazio a tutti. Sicuramente qualche giornalista avrà deplorato in cuor suo una programmazione così sovrapposta del palinsesto della storia e pensato a quanto avrebbe potuto guadagnare da un susseguirsi più lineare e articolato degli avvenimenti invece di quell’affrettata opera di concentrazione per slogan cui è stato costretto. Ma, ammettiamolo, il rischio d’una certa confusione c’era.

Il caso Napolitano (chiamiamolo così tanto per intenderci) è stato accolto, come da previsioni, dalle solite accuse di regime, di occupazione delle istituzioni, di uno strapotere chiaramente usurpato, parola di quel Berlusconi che da due mesi conta ogni sera le schede, che non distingue dalle pecore, ma senza per questo riuscire ad addormentarsi, al contrario. E così, per difendere il buon nome del paese, l’insonne non solo si è preoccupato nell’immancabile Porta a porta di erudirci sulla figura che facciamo all’estero con tanti comunisti alle principali istituzioni, mentre quando c’era lui, caro lei…, ma ha scritto a tutti i suoi amici premier per spiegare come sono andate veramente le cose, compreso il fatto che forse non assegneranno d’ufficio al Milan gli ultimi scudetti, per via di un figlio (il)legittimo di Moggi che ha un ristorante e forse invita a pranzo gli arbitri.

Il governo Prodi ha risposto coi fatti, cioè cercando di coinvolgere il maggior numero di persone a disposizione, dimostrando come il miglior modo di risparmiare sia spendere (vecchio adagio liberista): il risultato è un governo di cencelliana grassezza, che, per risanare l’economia del paese, verrà a costare più del precedente, che invece badava solo ai propri interessi. Forse perché le presenze femminili si sono triplicate e le donne, si sa, sanno essere spendaccione anche quando sono senza portafoglio? Oppure perché è sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani? Ma possibile che nessuno abbia riflettuto sul fatto che più gente c’è, più probabili sono le possibilità di scontri interni? O che più squadre giocano in serie A più diffusa diventa la corruzione?

Dove il calcio ha rivendicato la propria autonomia morale è stato nelle dimissioni, che hanno travolto non solo la Juventus, ma anche qualcun altro: non molti e non abbastanza e comunque con l’eccezione più prevedibile, quella del fido bi-presidente Galliani, che ha dato ascolto al suo patron Berlusconi, un maestro nel non mollare l’osso, e ha detto in pratica che la cosa non lo riguarda. Perché mai il Presidente di una delle squadre più forti d’Italia e della Lega dovrebbe sapere quello che fanno le altre squadre? Perché mai il capo dell’attuale opposizione dovrebbe lasciare spazio ai suoi giovani virgulti e smettere di condurre campagne elettorali sbagliate? Non vedono entrambi lo scontento palese sulle facce dei loro compagni di merende, cui toccano solo i resti? E’ sufficiente che i vari Fini, Casini, Della Valle si allineino e poi se ne vantino?

Le intercettazioni di Moggi e compagnia telefonante hanno dato la stura a tutte le possibili previsioni sul futuro, che, com’è noto, sono il forte della nostra informazione: la Juventus in B, in C o in D, la svendita dei suoi giocatori, la necessità di rifare nel 2006-2007 il campionato 2004-2005, un campionato-devolution riservato alle sole incriminate, la castrazione (non necessariamente metaforica) degli arbitri, che essendo in sé poco simpatici corrono il rischio di pagare per tutti, certo più dei giocatori che sono i veri divi del sistema. Il tutto sotto lo stemma «Lo sapevano tutti». E’ vero, lo sapevano i tifosi juventini e ne gioivano, lo sapevano gli altri e brontolavano, come sempre, nei bar, ma poi, guarda un po’, si adattavano a quel male comune che è sempre mezzo gaudio. Ma saperlo non è come vederlo dichiarato da organismi giudiziari: ce lo insegna Berlusconi, ma non Lazio, Parma, Messina, Reggina e altre protagoniste minori (noi di Bologna ne sappiamo qualcosa).

Si è ripetuto fino alla nausea che «il calcio è un’altra cosa». Ma dove? Non certo in Italia. Non nell’«Italietta» che di Moggi, Galliani, Carraro sopravvive, telefonando a man bassa per avere o concedere favori illeciti (forse per questo siamo il paese con la maggiore diffusione di cellulari, anche se adesso si prevede un brusco calo nelle vendite, visto che sono così poco sicuri); non nell’«Italietta» in cui alcuni ex ministri col loro codazzo rumoreggiante scaglia anatemi sui senatori a vita di cui si sono serviti sino a poco tempo fa e che ora, visto che non votano per loro, non dovrebbero nemmeno votare, perché incapaci d’intendere e di volere, parola dell’ex ministro della Giustizia, uno che se ne intende (e che, per di più, da un po’ di tempo si è anche convinto di essere spiritoso, come ha dimostrato a Porta a porta – e dove se no?); non in quell’«Italietta» in cui un Saia è senatore, degno erede del Tremaglia dei «culatoni» e di un partito che in fondo, o almeno in un certo fondo, non smette di essere fascista (tra parentesi saranno davvero tutti, da Saia a La Russa, quegli amanti focosi che dicono di essere? e l’avranno tutti, da Berlusconi a Bossi, e magari anche a Buffon, così lungo e duro come lasciano intendere con sottili metafore? perché non si insedia una commissione per verificare che non ci siano brogli?). Non insomma in quell’«Italietta» in cui Pier Maria Bocchi («Cineforum» n.454) non vuol credere che Moretti, come tanti altri, creda. Beato lui, anche se Moretti non gli piace.
(«Cineforum», n.456, luglio 2006)

 

Sogno d’una notte d’estate

Per quanto mi ricordi, ma con i sogni non si può mai essere sicuri di niente, tutto comincia con un ex re che in realtà pare non sia mai stato re, qualcuno infatti invita gli altri a riguardarsi il loro bignamino, così impareranno che questo ex-para-re si diletta non solo di sparare alla gente, ma anche di servire da esca e copertura a traffici illeciti che insiste a definire di nobili tradizioni, come il gioco d’azzardo e il favoreggiamento della prostituzione: sembra la parodia scollacciata di qualche vecchio film sulla crisi della Mitteleuropa, ambientato in uno di quei paesi esotici che una volta si chiamavano Warshovia o qualcosa del genere, ma per carità, niente a che vedere con Lubitsch o von Stroheim, anche grazie all’aggiunta, in sottofondo, di un emulo di Ligabue che canta Una vita da mezzano e di un nugolo di ragazze svestite che si offrono laide e compiacenti al miglior offerente ed è una bella gara, la nostra versione di Telethon, con mani cariche di mazzette e bonds e tutti sorridono, anche quattro loschi figuri simili a tanti ispettori Clouseau che nel buio d’una cantina o nel freddo di un furgone parcheggiato per strada registrano le telefonate di sua maestà e dei suoi ex sudditi, che adesso sono sudditi di altre realtà: sono telefonate complete di listino-prezzi ma soprattutto di parolacce scurrili, ed è proprio questo che mi suggerisce, sapete come succede, l’idea che possa trattarsi di un sogno, perché non si è mai sentito un re parlare così male e scendere così in basso, nemmeno quando lasciava che a governare effettivamente il paese fosse un altro. Intanto altri quattro figuri, non meno loschi dei precedenti, in un albergo di montagna, famoso per l’aria pura e i funghi allucinogeni, preparano la nuova costituzione del paese (sempre Marshovia o come cavolo si chiama, che cosa andate a pensare?): tra loro c’è un buontempone, la faccia sospesa fra Joker e Sganapino, il quale, spacciandosi da esperto di tutto, garantisce la riuscita del progetto, sostenendo che ogni sua iniziativa è da sempre destinata al successo, e gli altri gli credono e se ne vanno cantando <> stonati come ubriachi.

Poi deve essere successo qualcosa che mi sfugge, perché per le strade sfilano piangenti colonne di farmacisti vestiti di bianco, di impiegati di banca e assicuratori vestiti di blu, di primari ospedalieri e avvocati in gessato grigio che sembrano tante caricature di Al Capone, tutti con al collo cartelli stile mendicanti, ma soprattutto lunghe code di taxi che suonano i loro clacson a più non posso, come se avessero vinto il mondiale di calcio, e infatti gridano «Abbiamo vinto!» e così disturbano i cortei dei soldati che ritornano da qualche guerra lontana o forse stanno partendo, per l’Afghanistan o l’Iraq o il Libano non si capisce bene. Da un palco di cartapesta un ometto in grigio dice che c’era d’aspettarselo, che il governo sa solo prendersela con le «fasce più deboli», e infatti bancari e farmacisti e assicuratori: «Vedrete che la prossima volta toccherà alle television», urla minacciosamente in chiusura, paonazzo malgrado il cerone – e tutti giù a piangere come agnellini che hanno detto basta al silenzio, tranne alcuni, tutti abbronzati come manovali, che parlano e parlano di calcio come se fossero pagati a cottimo, fino a quando un giudice tira fuori una storia di corruzione, e allora gli avvocati nei loro gessati grigi - opera evidente dello stesso sarto che lavora in serie - abbandonano i loro cortei e cominciano a parlare anche loro e sembra che non la debbano smettere mai e che abbiano proprio ragione, soprattutto quando uno di questi, per l’occasione travestito da ministro, arriva a gridare, tutto rosso in volto: «Amnistia! Amnistia! Questo è un complotto politico!», mentre un altro, travestito da giornalista, strilla «Un complotto, sì», la faccia rossa larga ottusa sovraeccitata, con occhi porcini e untuosi cui non affideresti nemmeno un necrologio, e poi si vanta di appartenere a CL, e aggiunge intascando piangendo una mazzetta: «Io non sapevo niente e tutto quello che non sapevo l’ho fatto solo per salvare l’occidente dagli infedeli» - per trasformarsi subito dopo in un distinto signore vestito all’inglese che guarda tutti dall’alto, con palese disprezzo.

Altro cambio di scena, da qualche altra parte nel mondo: una folla inferocita di giovani biondi e ariani grida: «Abbasso la pizza e gli spaghetti!» e ammiccano fra loro e si danno di gomito come per dire: «Visto, Schultz, che siamo capaci anche noi di sparare cazzate?». Ma non basta: dagli stadi muscosi, dai fori cadenti, dai solchi bagnati di servo sudor, un volgo disperso intende l’orecchio, solleva la testa, percorso da nuovo crescente furor (tipico effetto Alzheimer, che riporta alla memoria frammenti scolastici di tempi lontani) e impazza coi caroselli di macchine, trombette e campanacci, come alla fine di Il giorno della locusta, romanzo o film, come preferite, mentre i soliti quattro loschi figuri intercettano e registrano tutte le telefonate di reciproche congratulazioni, che chissà un giorno potrebbero tornare utili, oppure no, e altri uomini dai vestiti costosi e le Tod’s ai piedi continuano a reclamare <> sventolando una bandiera tricolore al canto di «Fratelli d’Italia», compreso un ex regista, detto anche il «tappezziere» che sventola una bandiera viola e incita alla rivoluzione, ma soprattutto compresi alcuni uomini politici, convinti che, anche in questo caso, se ci sarà un’amnistia – e ci sarà, ci sarà - finirà per riguardare anche loro e verranno loro condonati le corruzioni, le responsabilità eluse, le menzogne, i falsi in bilancio, i furti, le leggi ad personam e le evasioni fiscali, perché una cosa è certa, che almeno in questo «we are the champions» (non a caso un gruppo di mafiosi si spartisce a suon di lupara i posti di comando nella commissione antimafia, non a caso la Juventus viene trattata con particolare favore proprio perché in fondo non ha fatto altro che procurarsi favori). Eh, sì, non siamo più a Barshovia, ma nella nostra cara Italietta. Dove proliferano gli accomodanti e accomodati balletti finali alla Clair, con l’ennesimo presidente-imprenditore travestito da vergine, coi lunghi capelli biondi sulle spalle – qualcosa fra Entr’Acte e Il milione; dove politici e giornalisti fanno il gesto dell’ombrello e cantilenano alla folla: «Noi abbiamo i PACS e voi noo, noi abbiamo i PACS e voi noo»; e dove mezzi re brillanti nella scelta di modi e mestieri per passare il tempo abbondano, nei palazzi come per le strade, negli stadi e in parlamento, e si prendono per mano e ci prendono per il culo. Come quel matematico israeliano che pone questo strano quesito: se 40 uomini stanno a 8 cavalli, a quanti soldati libanesi stanno 40 bambini?

Mi risveglio all’improvviso in un bagno di sudore e l’estate non c’entra. La vergogna non conosce stagioni. Né paesi d’adozione, né limiti, a quanto pare.
(«Cineforum», n.457, agosto/settembre 2006)

 

Un paese visto da lontano

Non abbiamo molto da imparare dagli USA, né in politica, né in gestione di salute e ambiente (tutte cose nelle quali siamo alla bassezza), né tanto meno nell’uso delle armi, soprattutto se intelligenti. Sicuramente, però, abbiamo molto da imparare per quanto riguarda la tv, più ancora che per il cinema, dove almeno ogni tanto qualche sprazzo di genialità o anche solo d’intelligenza sappiamo permettercelo. Con la tv, no. Sarebbe già qualcosa se sapessimo usare la loro; se, per esempio, non ci ostinassimo a trasmettere 2 o 3 puntate di una series tutte in una sera, il che non facilita né la comprensione, né la digestione (è quanto è accaduto alla fine di agosto su RAI UNO con Una donna alla Casa Bianca, su RAI DUE con N.I.C.S, su RAITRE con la rediviva Medium, che non si capisce proprio perché l’abbiano comprata, se devono poi trattarla così male, tipo saldi). Sarebbe molto se riuscissimo a scovare attori e registi degni di questo nome e non come quelli che hanno dato vita alla serie di Coliandro, tratta da romanzi di Carlo Lucarelli che erano già giocati più sul manierismo del genere che non su un’idea e figuriamoci quando il prodotto arriva in tv. Ci mancano la professionalità, la fantasia e, prima ancora, il coraggio.

Ve le immaginate in Italia serie come Tanner ’88, K-Street, Sex and the City, Desperate Housewives, o I Simpson e South Park?

Chi l’avrebbe mai detto che Homer Simpson potesse avere dei rapporti, ovviamente extradiegetici, con Aristotele o Karl Marx e Bart con Nietzsche? Eppure è quanto traspare dal solo indice di un libro apparentemente curioso, ma in realtà serio, a tratti divertente, intitolato I Simpson e la filosofia (a cura di W.Irwin, M.T.Conrad, A.J.Skoble, Isbn, Milano 2005: in originale The Simpson and Philosophy: The D’ho! Of Homer, Carus Publishing Company, USA 2001). E’ un buon segno – segno innanzitutto che, malgrado ogni sforzo contrario, la tv sa e può anche produrre oggetti degni di qualche riflessione non semplicemente accidiosa o sarcastica. I Simpson e South Park se lo meritano, il primo ponendosi sulla scia del classico All in the Family, il secondo grazie soprattutto all’applicazione sistematica di un’irriverenza d’imitazione infantile (come la grafica e l’animazione), ma in realtà lucidamente calibrata, al limite della blasfemia. Questo, se non altro, toglie di mezzo la questione delle tradizioni cartoon, che non sono, è chiaro, solo un problema tecnico e quindi economico: quello che differenzia questi prodotti – ma anche gli altri citati - dai nostri è la voglia di divertire e riflettere, di raccontarci la vita attraverso le mediazioni del genere e la sua continua rivitalizzazione.

Prendete Sex and the City. Vi immaginate che cosa sarebbe capace di dire la Chiesa – e quindi RAIUNO – se ci facessero vedere donne che hanno voglia di scopare e che hanno problemi che nascono spesso proprio di lì? Donne che insomma hanno un corpo attorno alla loro anima e con quello vivono i loro confusi sentimenti? Sarebbe come mostrarci dei poliziotti che vogliono una bella casa, una bella automobile, contanti a pioggia e sono per questo disposti a tutto. Oppure v’immaginate una K-Street italiana, con dirigenti d’azienda che decidono quali idee promuovere fingendo di salvare i nostri diritti, mentre non fanno altro che salvare i propri interessi, ovviamente piangendo?

La serie diretta da Steven Soderbergh, trasmessa dal satellitare Cult, riecheggia il Tanner 88 di Altman, saggio su un sistema politico fondato sui compromessi e sulla corruzione, cioè sullo sbandamento totale di una qualunque forma di etica (e il Tanner on Tanner di sedici anni dopo è tutto fuorché un’operazione nostalgica, ma piuttosto la conferma di uno sfilacciamento che non ha cambiato nulla). Da Altman Soderbergh riprende la miscela di personaggi veri e finti, cioè di persone e personaggi, ma sostituisce i lunghi ed errabondi piani sequenza con un montaggio assai più serrato che riesce egualmente a fare della sua confusione narrativa un sintomo di sbandamento collettivo, in cui non è facile capire chi voglia che cosa, ma è chiaro che qualcuno vuole molto; qui il terreno è meno diretto di quello in cui sono in ballo prove del fuoco come le elezioni, e quello che ne esce è il lavoro nascosto e quotidiano di pedine non sempre consapevoli di ciò che stanno facendo ma cercano di farlo nel modo più efficace possibile. Non è forse così che va il mondo?

Desperate Housewives, dopo aver invaso molte reti satellitari, è approdata da un lato ai cofanetti DVD, dall’altro a RAIDUE, abbandonando per altro la struttura iniziale del racconto di una voce over che appartiene a una morta, come nel classico Lettera a tre mogli. Anche l’ambientazione è classica, quei bei quartieri americani con tutte le villette in fila e ciascuna col suo giardinetto davanti; anche il tono è, almeno apparentemente, quello altrettanto classico di una commedia, con personaggi al limite della screwball, ma non nascondono le crepe di un universo solo superficialmente standardizzato: le pieghe del racconto stanno nella solitudine e nella violenza, familiare e sociale insieme. Insomma, tutto il contrario di un paradiso in terra: la dimostrazione che c’è del marcio negli USA e non riguarda solo i centri di potere, ma l’intero paese. Un paese dilaniato da una rancorosa rivalità, dal disordine dei rapporti che non sono solo sentimentali, da figli che cercano un’ossessiva vendetta contro genitori ormai incapaci di imporre qualunque principio, semplicemente perché li hanno perduti da un pezzo. Non è un paradiso perduto, ma un paradiso che non è mai esistito.

D’altra parte, la realtà da noi è molto più divertente e spettacolare dello spettacolo. Pensate alla suspense di un campionato di calcio già scritto, come ha rozzamente fatto capire il redivivo e insopportabile Quelli che il calcio, fingendo di fornire i risultati della prima giornata una settimana prima che si giocasse, solo perché l’esordio della trasmissione era in cartello da più di un mese e qualcosa bisognava trasmettere per potert trainare quel gioiello che è L’isola dei famosi. Pensate al thriller sulla fine che farà Mediaset, quando tutto fa pensare che si concluderà con il solito pateracchio stile Lega Calcio, appunto. Pensate alle trasmissioni sulla Mostra di Venezia, stanco rituale esemplarmente concluso l’ingessata estrazione del lotto della premiazione e invano rivitalizzato dalla polemica con la Festa del Cinema a Roma (ma sono questi i problemi del cinema italiano?). Pensate al toto-nomine dei dirigenti RAI, cui toccherà il compito, se non altro, di cambiare la biancheria nei boudoirs usurati dai maschi di AN. Pensate ai dibattiti su quale dovrà essere il nuovo ruolo di Berlusconi, come se non avessimo già la risposta e se lui stesso non avesse già avanzato la candidatura a lupetto capo di CL. Pensate al povero Casini che cerca in tutti i modi di ricordare alla gente e a Berlusconi che esiste anche lui.

Questo è il vero modo di inventare una realtà che, ovviamente, non corrisponde alla realtà. In una parola: questo sì che è spettacolo. Un altro mondo.
(«Cineforum», n.458, ottobre 2006)

 

Il silenzio è d’oro

Chi non ha avuto almeno una volta occasione e motivo di mandare… all’inferno Telecom, le sue linee che cadono, la sua impermeabilità ad ogni forma di protesta, la sua tracotanza prima e la sua invadenza poi? Chi non ha almeno una volta mandato… all’inferno quelle macchinette preregistrate con cui si è trovato a dialogare come se fossero HAL 9000 (e con risultati per di più simili)? Bene. Adesso dovrà aggiungere il timore, quando non la certezza, di essere stato almeno una volta intercettato, spiato, classificato (questo conta, questo no), perché qualcosa da nascondere l’abbiamo sempre e, se non l’abbiamo, è peggio perché significa che non contiamo proprio niente. Ma si sa: la comunicazione è l’elemento trainante del nostro modo di vivere ed approfittarsene diventa pressoché inevitabile (l’inevitabilità dell’immoralità). Tutti parlano, non solo Piero “Big Mouth” Fassino, ma al tempo stesso tutti ascoltano. Dovremmo imparare da Benedetto XVI a tacere cose che ci si possono ritorcere contro, a non fare citazioni ambigue, a non offendere nessuno, nemmeno se spinti da ispirazione accademica. In una parola a tacere e basta. Come del resto fa gran parte dell’informazione. Se, come ha detto Bob Woodward a Dave Lettermann, lo stesso Al Gore ammette di non aver saputo quasi niente del governo Clinton di cui era vicepresidente, vuol proprio dire che il silenzio è d’oro.

In questo la tv è bravissima: fa del silenzio la propria bandiera e sopravvivenza. Quando parla, lo fa per raccontarci, ovviamente sottovoce (tranne che negli spot pubblicitari), cose che sono da anni alla luce del sole, come un amico che ti racconta una barzelletta stravecchia. Oppure cose che non hanno importanza. Oh, Dio, se un partecipante all’Isola dei famosi viene colto da un attacco di diarrea, per dire, o da quello che volgarmente si chiama “tiramento di culo”, questo sì, questo possiamo saperlo, perché è importante che vediamo confermato un nostro incubo: sono proprio come noi. Se li pungiamo, sanguinano. Se li solletichiamo, ridono. Se li avveleniamo, muoiono. Se facciamo loro torto, cercheranno di vendicarsi. Se li inquadriamo salutano e magari dicono anche qualche fesseria. Se li interroghiamo sulla storia, non sanno rispondere o forse non vogliono, perché non solo il silenzio, ma anche l’ignoranza è d’oro. Non è così che funziona quella geniale invenzione che è La pupa e il secchione, dove tocca a Papi fare la parte del colto? Già, proprio come Amadeus.

Poi, ogni tanto, l’ingranaggio, per quanto perfettamente oliato, si rompe. E così la prima puntata della nuova serie di Report getta luci oscure sulla nostra conoscenza di fatti che – Tremonti docet – hanno determinato il pessimo andamento della nostra economia negli ultimi cinque anni (qualcuno se lo ricorda? è il famoso attentato alle Twin Towers, che sembra quasi organizzato dalla s.r.l. Bush & Bin Laden). Ma questo è solo un effetto collaterale, quindi da evitare. La verità in tv, anche quando non è la verità, ha bisogno di un’enfasi che la renda quanto meno sospetta, tale che venga del tutto spontaneo non crederci.

Prendete Anno zero, la trasmissione che ha segnato il rientro di Michele Santoro in una tv che aveva accettato nei suoi confronti le accuse, maldestre ma tracotantemente efficaci, di «comportamento criminale». Già il titolo suona ambiguo: zero è un inizio oppure il nulla? Probabilmente, nella mente degli organizzatori vince la prima ipotesi. Significa ricominciare da capo, ma lungo un percorso nettamente separato dai precedenti: un inizio nuovo, dunque. Per chi? Per la televisione di stato (sempre che RAIDUE ne faccia ancora veramente parte)? Per Santoro? O ancora per gli spettatori, chiamati ad ammirare un nuovo modo di fare televisione? Le pretese sono molte, ma c’è modo e modo di dire le cose, che siano vere o no (questo è meno importante). Intanto non bisogna farla tanto lunga. E’ vero che gli slogan non bastano, anzi sono dannosi in sé, proprio per la loro schematicità, ma fra uno slogan e due ore e mezza d’invettive, pianti, accuse, allusioni, ecc, c’è di mezzo il mare. Per fortuna ci sono alcuni brani documentari, ma soprattutto c’è Marco Travaglio: poche notizie, precise, pungenti e tanto basta a non farci perdere la serata. Come i cinque minuti o ancora meno che salvano un film. Ma allora perché non gli si affida – a lui soltanto – un miniprogramma, che so, alle otto e mezza? Ah, dimenticavo: lui parla, sapendo di che cosa parla. E questo alla tv – e a chi la governa – non piace.

Pensate al silenzio tombale caduto sulla finanziaria in ottobre, un silenzio fatto di parole di gente che non ne ha capito niente e sparge le prime notizie che riesce a inventarsi, perché dopo tutto sono giornalisti e qualcosa devono pur fare, magari accusare, più o meno esplicitamente, il governo di scarsa capacità di comunicazione. Sarà anche vero, ma loro? Perché non si prendono la briga di documentarsi prima d’informarci? Perché fanno a gara nel “riportare” giorno per giorno notizie che si contraddicono continuamente? Prima si dice che il confine che relega i ricchi nel loro limbo dorato è sui 75.000, il giorno dopo è già sceso a 40.000 (allo stesso modo i «diversi milioni» di cui parlava Rutelli per la tassa di successione scendono a 250.000, ma la cosiddetta informazione non se ne accorge).

Oppure pensate al droga party che le Jene hanno scovato in parlamento. Certo, i politici hanno ragione: ne va della loro privacy. E poi sono gli Eletti (in ogni senso). Obiezione sacrosanta che rende inevitabile l’intervento censorio, ancora una volta il silenzio. Ma un rimedio ci sarebbe ed è il più semplice di tutti: che smettano di drogarsi. Oppure che continuino e lascino che continuiamo anche noi. Un paese di drogati non è peggio di un paese di bugiardi, di omertosi, di arroganti privilegiati. Ma è il secondo che vince, comunque, e vuole un silenzio politically correct. Che fine hanno fatto l’aviaria, la mucca pazza, la Somalia, il Kosovo, il conflitto d’interessi, le scorie da smaltire, il cinque per mille, che era l’unica cosa decente del passato non governo? Grazie al silenzio, nascosto sotto le liti Fiorello-Fazio, Ventura-Giordano o Mussolini-Sgarbi, o sotto le baruffe con scuse incorporate chez Vespa, possiamo continuare a credere che tutti problemi si risolvano da soli e in ogni caso, dovessero mai riemergere dal loro letamaio, arriverà sempre un Guido Rossi che riporterà ordine e verità. Come per il calcio, già. O come per la riforma delle tv promessa da Gentiloni & Co., di cui per il momento possiamo sapere solo che subirà i necessari “aggiustamenti”. Auguri.

P.S. A proposito: questo è quasi un anniversario. Cinque anni fa ricominciai a scrivere di tv parlando prima delle Twin Towers e subito dopo di Report. Il palinsesto non è cambiato. Time must have a stop, diceva Shakespeare. Viviamo in un grande continuo ingovernabile stop and mute. Dimenticavo: and replay.
(«Cineforum», n.459, novembre 2006)

 

Bei tempi, tempi meravigliosi

Una delle frasi ricorrenti di quest’autunno eccezionalmente mite è che «il governo non sa comunicare«. Come ogni slogan, anche questo è tanto sbrigativo quanto approssimativo: non sa come comunicare o non sa che cosa comunicare? Certo, Prodi decide con qualche ritardo di parlare al paese, a reti unificate, ma intanto la confusione di notizie sulla finanziaria sembra farci propendere per «la seconda che hai detto». E qui forse c’è anche lo zampino dell’informazione in sé: i nostri bravi giornalisti non sanno resistere alla tentazione di ammannirci uno scoop dietro l’altro, senza la minima preoccupazione di una qualche verifica. Il risultato è scontato: «il paese è impazzito», come dice Prodi, ma i nostri nuovi governanti non sono da meno oppure mentono, scegliete voi: estremizzando solo un po’, la scelta che ci tocca è sempre quella fra un imbroglione e un incapace. Questa volta abbiamo eletti i secondi, ma a tutto c’è un limite, come per i primi. Che tocchi a noi indovinare le fluttuazioni dei SUV, delle tasse di soggiorno, delle soglie che separano i ricchi dai poveri, appare eccessivo (per fare un esempio personale, ma certamente diffuso, io, pensionato statale, figuro nel 7% dei ricchi di Bologna: è bello saperlo ed è ancora più bello vedere il genere di vita che sanno condurre i poveri artigiani, commercianti e professionisti con quel poco che prendono).

Uno dei punti di forza del nuovo governo è la lotta all’evasione. E la trovata relativa è geniale: basta che tutti paghino le fatture col bancomat, con assegni o altri mezzi elettronicamente controllabili, e non in contanti, ed ecco che il problema è risolto. Ma non basterebbe allora dire «basta che tutti paghino quello che devono pagare»? Se chiamo un idraulico, se prendo un taxi, se vado da un medico, se ricorro a un notaio, chi controlla che non gli dia almeno un po’ di contanti? La scelta appartiene al nobile campo dell’etica e quindi torniamo esattamente alla situazione in cui è maturato il degrado che ci ha portato allo stato attuale. Non ci hanno pensato? Complimenti.

Il fatto è che è il concetto stesso di scelta e il suo valore che oggi si sono degradati. E qui non possiamo non arrivare al ruolo cardine della tv, la quale ha una capacità davvero diabolica di offrirci sempre contemporaneamente una medaglia e il suo rovescio, ma così, a simpatia, senza fornirci alcun appiglio o motivo di riflessione. Ci suggerisce che dobbiamo scegliere fra Sgarbi e Mussolini, fra i reality e la fiction, fra Bignardi e Cabello, fra Gardini e Luxuria (che è come dire fra CL e l’ARCI-gay), fra RAI e Mediaset, fra Pannella e Capezzone; dobbiamo decidere se è più noioso Prodi o Sircana; se è più sgradevole Tremonti o Calderoli, Bondi o Pecararo Scanio; se è più bello Rutelli o Berlusconi (che pure viene classificato entro i cinquanta uomini più sexy del pianeta); se in Iraq si stava meglio quando c’era Saddam Hussein o adesso che il paese è stato “liberato” dagli americani; se il denaro accantonato per l’arte e la cultura può essere speso per una guerra che, come tale, non è né artistica né culturale; se è giusto e, sia pure vagamente, di sinistra che il “compagno” Costanzo supervisioni le campagne della sinistra e se ne vanti pubblicamente o che la sinistra si vanti della consulenza di Costanzo, come se sua moglie fosse passata invano; se questa è più sexy e femminile della rediviva Maria Giovanna Maglie; se Bertinotti è meglio in grisaglia o in velluto; se Napoli è davvero la fogna che dice Calderoli o siamo di fronte a un’ennesima sciocchezza leghista (Dolcetto o scherzetto? esercito o niente?); se è meglio per un comune avere grandi (e costosi) manager e pessimi ospedali o viceversa.

Non passa giorno in cui la tv e i giornali non ti pongono di fronte a un problema destinato a risultare irresolubile e inutile. Le scovano tutte per tenerci in perenne fibrillazione, dall’assalto imminente dell’esercito dell’Islam agli imminenti rigori del clima. Tutto fa gioco. Certo, qualche eccezione c’è, come Report, Ballarò, Primo piano o Parla con me, ma stonano nell’insieme: che fine fanno i grandi manager o, meglio, i piccoli manager dai grandi stipendi di cui parla Report? E le sovvenzioni pubbliche a società votate al fallimento? E le intercettazioni fiscali? Il fatto che assieme a Prodi, Fassino e D’Alema ci siano anche Sabrina Ferilli e Francesco Totti ci gratifica non poco, suggerendo che, come al solito, se tutti sono intercettati nessuno è intercettato: un «polverone», insomma. Ma sono in ogni caso questioni di un giorno o due e subito scompaiono, per lasciar posto ad altri scandali, che poi sono tutto fuorché scandali. Durano meno dei reality, con le loro parate binarie di bambolotti e squaiette, famosi o meno che siano. Certo, è bello che la democrazia ci coinvolga in questa importante gestione del paese, ma perché quelli che li organizzano non la smettono di fingere che siamo noi a fare il loro mestiere? Sarà anche uno sporco mestiere, ma loro sono pagati, mentre noi paghiamo e c’è una bella differenza. Che c’entriamo noi con i famosi che ruttano la loro fama affamati su un’isola o con quelli che ballano non sapendo ballare?

Di fronte alla futilità di queste scelte e all’abisso che scavano fra noi e la cosiddetta «vita reale», è inevitabile che molti arrivino a ricordare con nostalgia i good times, wonderful times in cui la verità era una sola e la tv era una come il Papa e si godeva e ci faceva godere la propria infallibilità, prima di diventare bina, trina e multipla. In cui non dovevamo arrovellarci dietro a scelte che comunque non cambiavano la nostra vita. In cui credevamo che la pubblicità fosse uno spettacolo racchiuso fra il tg e l’ora di andare a letto, tanto per ridere un po’ e dormire più contenti, ed era una cosa seria, perché informava, proprio come il maestro Manzi, non tutte quelle bufale, truffe cui è così difficile resistere, malgrado i timidi e scarsi richiami dell’authority. In cui gli orari erano rispettati, come quelli dei treni in altra epoca degna di nostalgia, quando non c’era il mago Cimoli. In cui potevamo starcene ottusamente seduti di fronte a un informe susseguirsi d’immagini in bianco e nero, pensando solo a quanto era bravo, arguto e spiritoso Alighiero Noschese, a quanto fosse trascinante La freccia nera, a quanto fossero colti i concorrenti di Lascia o raddoppia. In cui «le merendine della mamma» di morettiana memoria accompagnavano la visione di Rin Tin Tin e non sedute in Parlamento, pareri di esperti improvvisati, parolacce varie, interviste ai delinquenti più efferati, evasori fiscali compresi, oppure ad imbecilli arricchiti.

Non lamentiamoci poi se soffriamo al pensiero di dover votare ogni cinque anni e tremiamo letteralmente alle parole «elezioni anticipate», che poi vogliono dire solo facce nuove sui teleschermi. Non lamentiamoci se qualcuno desidera un governo a vita, come Mike Bongiorno, Pippo Baudo o Bruno Vespa, ovvero un mondo di certezze, qualunque siano.
(«Cineforum», n.460, dicembre 2006)