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TV 2008

Fuochi fatui

Fine d’anno con botti e fuochi d’artificio a iosa: raduna in poco più d’un mese avvenimenti che basterebbero per un anno intero e ne avremmo anche troppi.

Cominciamo dalla destra, tanto per riscaldare un po’ l’ambiente. Fini e Casini prendono una ferma posizione contro Berlusconi, il suo conflitto d’interessi e la sua scarsa dimestichezza con la democrazia, con la faccia da «ve l’avevo detto io», nazi-gelida nel primo caso, parrocchial-compagnona nel secondo. Per tutta risposta Berlusconi fonda un nuovo partito, anzi un nuovo popolo, che lo costringerà a litigare con se stesso (come se fosse la prima volta) perché nessuno dei due fondatori vuole rinunciare al primo nome in cartellone. «Ma come?», si ripete sorridendo a tre ante, «Se ho fatto sfracelli con un partito, chissà cosa combino con due! Anzi, quasi quasi ne faccio anche un terzo, così può darsi che Fini e Casini, nel loro vagolare da gattini ciechi, vi caschino dentro. Bell’idea: la proporrò a Vespa, magari previa telefonata a Saccà, che di fiction se ne intende».

La sinistra non se la passa molto meglio, anche perché molti dei botti fanno cilecca e nessuno capisce perché li facciano così scadenti. Bertinotti (se l’attribuzione è corretta) prende una ferma posizione contro Prodi, come da tempo gli chiede Berlusconi, forse a suon di cravatte Marinella o di autoreggenti Brambilla: in qualità di Presidente della Camera, che ovviamente pone gli interessi del paese sopra a quelli del partito da cui proviene, proclama il fallimento del centrosinistra. Per non essere da meno Dini ripete pari pari le sue parole e Mastella minaccia non si sa più quante crisi del governo, colpevole di non voler rispettare gli impegni di discriminazione nei confronti degli omosessuali e di non voler concedere la grazia a Contrada, visto che è vecchio (ma che ci azzecca? direbbe Di Pietro). Il tutto si può dire anche in un altro modo: quando una nave affonda, a volte sono i comandanti a lasciarla per primi e non tutti vivono la disperazione di un Lord Jim.

A proposito di sinistra (sic!), la senatrice (si può dire o le prime tre lettere evocano attributi osceni?) Paola Binetti, che in realtà qualcuno sostiene essere un vescovo en travesti, prega per lui e per tutti coloro che, grazie alla loro coscienza, non accettano imposizioni dall’alto (anche perché dovrebbero mettersi d’accordo: con chi sta Dio? Con Berlusconi e Giovanardi o con Buttiglione e Binetti? Forse non bastano sette giorni per la scelta). A proposito: il Papa fa un accurato e accorato elenco delle colpe e delle malvagità del secolo scorso, da cui manca il nazismo, ma si sa, un momento di distrazione capita a tutti, soprattutto a chi ha ben altro per la testa, a partire dai cappelli colorati. In compenso in una puntata di Crozza Italia, Storace e Pecoraro Scanio si cimentano nell’arduo compito di rispondere salacemente all’intervistatore modello Marzullo: beh, mi si rivolta lo stomaco, ma devo ammettere che il primo è stato più spiritoso del secondo, il quale al massimo ha riso con la faccia di chi non ha nemmeno capito bene la battuta. Che sia anche qui il fallimento del centrosinistra?

La tv, del resto, non lesina mai sorprese. Le due serate di RAIUNO condotte da Celentano e Benigni e i relativi commenti della stampa fanno pensare alla nascita di due partiti, questa volta davvero nuovi, almeno quanto DC e DS (non PD, che è un bastardo ancora tutto da vedere): in effetti c’è un abisso fra i due, anche se il soporifero pessimismo del primo e il trascinante ottimismo del secondo non trovano sempre validi supporti nella ragione, tranne quando il secondo si lascia andare al torrente della satira; non a caso, per dimostrare di avere le mani pulite (e di meritare un aumento degli introiti pubblicitari), RAIUNO ne manda ripetutamente in onda alcuni pezzi salienti (memorabile la descrizione di Bondi), al punto che la signora Bergamini che non sa più a chi rivolgersi, anche se per fortuna rimane in sella Petroni, perché nessuna esecuzione sarebbe seria senza il colpo di grazia. Che poi l’esistenza e la bellezza di Dio siano dimostrate dall’esistenza di una grande poesia vale quanto dire che la filosofia l’abbiamo inventata noi italiani, come la democrazia, alla faccia di Socrate, Platone, Aristotele e compagnia bella (diamine, dove lo mettiamo Buttiglione? domanda retorica, che non chiede risposta). A parte questo, Benigni è bravo e le sue letture critiche della Divina Commedia sono belle, al punto che non si capisce come siano capitate su RAIUNO e come mai non siano presentate da quella madonna postmoderna che è la Clerici, o Del Noce, a scelta.

Ma il top si ha quando alcune intercettazioni portano coram populo i rapporti fra RAI e Mediaset, esempio luminoso di concorrenza libera e leale, sale del neo-liberismo, del neo-liberalismo e – udite udite! – del neo-moralismo: grazie a questo tutti possiamo sentire Berlusconi chiedere donne per qualche senatore in fregola e poi dire che alla RAI lavorano solo comunisti e prostitute – proprio lui, il padrone di Mediaset, che è piena di lenzuoline (aggiornare i termini, prego).

Tertium datur: La 7 licenzia Daniele Luttazzi per aver offeso Giuliano Ferrara. Detta così sembra una barzelletta, ma è vera. Luttazzi replica che così si mira a colpire la satira (c.s.). Sarebbe bene che almeno i comici capissero la differenza fra la satira e l’insulto, motivato o meno che sia. Ciò non toglie che poi la censura sia comunque stupida e vigliacca, e venga spontaneo pensare che la vera colpa di Luttazzi siano le critiche, leggere e velate come sempre, alla Chiesa e a certi legami con la pedofilia, anch’esse motivate o meno che siano. Che sia un altro “miracolo” della Binetti? Che davvero lo Spirito Santo sia nel nostro DNA? No, questo no, perché il DNA non esiste, è solo un’invenzione di quei comunisti atei e degenerati che sono gli scienziati. A loro, come a tutti noi, in occasione del Nuovo Anno si rivolge quel «‘ntuculo!» lanciato, con grande tempismo, dall’on. Cetto La Qualunque (in arte Antonio Albanese), al quale tutti ridono, come se fosse una barzelletta. Come quella in cui un giornale americano e il CENSIS esprimono nei confronti dell’Italia un giudizio tanto obiettivo quanto negativo: beh, sì, noi navighiamo nella merda, ma anche gli americani non scherzano con la loro shit. Valga per loro e per la querelle sulle rughe di Hilary Clinton l’inquietante e acido «monologo della merda» di Ascanio Celestini in Parla con me, una delle perfomances televisive migliori dell’anno.

Fine anno: viene uccisa Benazir Bhutto e il sito del «Corriere» trasmette un video, per altro quasi incomprensibile, ma introdotto da una pubblicità di Lopez. A casa nostra vengono uccisi sette operai della Thyssen-Krupp (si veda alla voce omicidi di massa o, in tv, Cold Case). In Germania si tenta di rilanciare il modello lager (Fini e Storace e Berlusconi l’approvano credendo che sia il famoso modello tedesco). Da parte sua, stanco di essere modesto, Giuliano Ferrara lancia la «risposta italiana a Bertrand Russell»: così il mitico «fate l’amore, non fate la guerra» diventa una «moratoria» contro l’aborto (quello legalizzato, naturalmente). Oh, sì, il nuovo anno comincia proprio bene. E infatti dopo una settimana la sola notizia che conta è, alla lettera, il trash: un autentico scoop.

(«Cineforum», n.471, Gennaio 2008)

 

Trash

Oh, elezioni finalmente! Era tanto che non succedeva e non ci si divertiva un po’. Adesso gli italiani che soffrono di astinenza da due anni saranno soddisfatti. Quello che preoccupa è però il prima e il dopo: del dopo vedremo, per il momento occupiamoci del prima, anche se il panorama cambia continuamente.

Terranno banco i rifiuti in Campania, ma non sarà un banco bipartisan come dovrebbe essere, perché una città che è cresciuta per buona parte su un’edilizia abusiva, sulla malavita e l’arte d’arrangiarsi, non è opera di pochi incapaci, come i vari Pecoraro Scanio, Iervolino o Bassolino, ma ha una lunga e policroma tradizione alle spalle. Pochi lo diranno, perché Napoli è nu piezzo ‘e core. Nessuno invece, poiché il mercato è libero, proporrà di rivedere il meccanismo salva-igiene per cui molti rifiuti non biodegradabili sono formati dalla plastica che ormai racchiude tutto, nei supermarket come nelle edicole, o quello salva-farmaceutiche per cui i rifiuti tossici devono essere prodotti al Nord e inviati al Sud, come vuole la legge dello scambio (rifiuti contro emigranti, magari entrambi tossici). Nessuno ricorderà che anche negli USA lo smaltimento dei primi viene affidato a Tony Soprano (cosa? dite che è una fiction? ma andiamo!). Casini si chiederà che fare? Mi smaltiscono o no?

Poi si parlerà di economia, ovvero del governo Prodi, che «ha messo le mani nelle tasche degli italiani» (Tremonti et alii, s.i.d.): qualcuno risponderà che ha risanato, nei limiti del possibile, il bilancio dello stato, ma i primi pregustano già il momento in cui potranno mettere le mani sul “tesoretto” e fingere di ridurre qualche tassa. Qualcuno ricorderà 1) che una parte di quelle tanto vituperate tasse derivano dall’aver colpito l’evasione fiscale (ma forse è proprio questo che dà fastidio); 2) che i prezzi al dettaglio e ai consumi sono cresciuti molto più delle tasse. Casini si chiederà che fare? Berlusconi o stringere la cinghia?

Poi c’è la questione “morale”: si è impedito al Papa di parlare alla Sapienza di Roma. Pochi ricorderanno che le occasioni di parlare di cose che lo riguardano solo in parte non gli mancano certo, come testimoniano quotidianamente i tg pubblici e privati (e se non è lui a fare notizia, è qualcuno dei suoi, magari iscrivendo i feti alle liste elettorali di FI); altri che l’organizzazione dei nostri palinsesti tv gli dedica spazio ogni giorno, anche se celebra una messa anti-Concilio Vaticano II, cioè con le spalle rivolte al pubblico, più o meno come quando Godard inquadrava di spalle Belmondo o Anna Karina in A bout de souffle e Vivre sa vie (anche la chiesa cattolica ha dunque una sua nouvelle vague: non a caso invoca un miglioramento della tv; ma allude a RAIUNO, a RAITRE o a Mediaset?); altri ancora (pochissimi) che la chiesa è talmente inquadrata nella vita italiana da spingere il cardinal Ruini a far scendere in piazza, fosse anche solo quella di San Pietro, le solite folle oceaniche (quante indulgenze sono state promesse?), e allora che si becchino anche rifiuti offensivi e fischi incivili, proprio come tutti. E invece qualcuno proporrà Benedetto XVI al dicastero della sanità. Casini non si chiederà niente, ma con espressione intelligente e aperta.

Altrettanto acceso sarà il dibattito sulla coerenza: dopo aver insinuato, ovviamente sottovoce ma su tutti i TG, tentativi sinistri di corrompere senatori della destra, notoriamente più sensibili a questo genere di cose, Berlusconi arruolerà il povero Clemente Mastella, con annessa signora, come premio per aver fatto cadere il governo, a meno che non gli venga già promesso un processo di beatificazione o una nomina a cardinale per aver liberato l’Italia dal pericolo rosso. Casini metterà in guardia gli italiani dal «trasformismo politico» e proporrà Cuffaro a senatore, per rimpiazzare Tabacci e Baccini, nonché Giovanardi, stanco di fare la spina in un fianco che non c’è più. Al che Prestigiacomo sosterrà che FI non intende tollerare la candidatura di politici già riconosciuti colpevoli dalla giustizia, ma insorgerà contro chi dice che allora Dell’Utri non dovrebbe essere candidato. Altri invece prometteranno a Bassolino un posto di europarlamentare, magari con delega all’Ambiente. La Russa ricorderà il modo in cui Fini ha preso così fermamente le distanze da Berlusconi e si è emancipato dal ruolo di «ectoplasma» cui questi l’aveva condannato, per finire in crescendo affermando come una vittoria l’aver ottenuto un’iscrizione non al Partito della Libertà, ma al Popolo della Libertà, che, come tutti sanno, è tutt’un’altra cosa. La Lega dirà che certa gente non la vuole tra i piedi, ma che sosterrà chi li accetta. Casini si chiederà che fare? Meglio andare e starsene da parte o non andare affatto?

Qualcuno ricorderà lo scandalo degli applausi bipartisan all’invettiva di Mastella contro la Magistratura e della manifestazione di giubilo, arroganza e cafonaggine da parte della nuova maggioranza vincitrice al senato; ma FI dirà che è stato solo un episodio, come dicono gli allenatori di calcio quando perdono e gli altri giocano meglio. Qualcun altro si chiederà, ma sottovoce, chi glielo va a spiegare a Storace, Mussolini o ai leghisti che non ci si deve comportare così? Che è molto meglio fare dell’ironia, come quando al Consiglio Europeo Berlusconi ha irriso al tedesco Schultz? Casini si chiederà che fare? Festeggio il figliol prodigo o la fuga da casa?

Qualcuno dirà che l’ultimo governo non è stato capace di trovare soluzioni a 1) la questione del conflitto d’interessi; 2) la depenalizzazione del falso in bilancio, goduta dallo Berlusconi nel caso SME; 3) la prescrizione, che destina al macero la maggior parte dei processi (soprattutto di Berlusconi); 4) la legge sulle tv non è andata da nessuna parte, lasciando intoccato il regno etereo-digitale di Berlusconi, il quale potrà continuare a trattare tranquillamente con Saccà e altri. Altri risponderanno che il governo Prodi voleva ma non poteva, stanti le alleanze, e preferiva aggiustare quelle sciocchezze dell’economia. Di contro qualcuno dirà che proprio grazie all’efficienza con cui il passato governo Berlusconi ha affrontato questi problemi, il paese è diventato almeno per cinque anni più felice e più ricco. Casini si chiederà che fare? E’ meglio essere più felici o più ricchi?

Qualcuno dirà che Berlusconi è vecchio, altri replicheranno che politicamente Veltroni è più vecchio. Qualcuno sosterrà il principio dell’ammucchiata, soprattutto per quei partitini che non contano niente. Altri sfideranno l’unico che conta (parole sue) a correre da solo. Tutti si affanneranno a compilare un programma («di pochi punti», ovviamente) da presentare agli elettori, i quali ne sapranno meno di prima e comunque non ci crederanno. Casini si chiederà che fare? Quand’è che Berlusconi si decide a comunicarmi il mio programma?

Qualcuno adesso dirà che questo è un film non solo già visto, ma trasmesso anche in tv. D’accordo, ma quello che conta è l’etichetta: trash, appunto.

(«Cineforum», n.472, Febbraio 2008)

 

Soap
Riassunto delle puntate precedenti: nella piccola e ridente cittadina di Very Little Italy due famiglie conducono da anni una lotta senza quartiere per il monopolio dello smaltimento dei rifiuti, che i Soprano vorrebbero affidare a quella delle due che dia maggiori garanzie, anche se nessuna delle due è mai stata capace di combinare qualcosa di serio: persino adesso ciascuna cerca semplicemente di accumularli nel giardino dell’altra e così gli stessi rifiuti (nel senso più ampio del termine, da quelli umidi a quelli tossici, da quelli urbani a quelli politici) continuano a viaggiare avanti e indietro e a essere scaricati un po’ qua e un po’ là («è colpa loro»/«no, è colpa loro» è il massimo della dialettica); le cose sono un po’ cambiate quando è stato rinviato a giudizio Tony Basso, se non altro per responsabilità oggettiva, che però non demorde e non abbandona l’incarico, mettendo nei pasticci i compari. La lotta è senza quartiere e resa ancora più complessa dai passaggi di campo di molti contendenti, che nelle loro scelte di campo non brillano per chiarezza. Per esempio «the bold and the beautiful», cioè Clementine e Lambert, non solo abbandonano la propria famiglia per apparentarsi con qualche componente dell’altra, grazie anche al viatico di don Camillo, un prete impiccione che non si fa mai i fatti suoi, ma soprattutto, sperando d’ingraziarsi i rivali, fanno lo sgambetto al patriarca Roman, che ruzzola per le scale e deve essere portato in ospedale; in realtà, quando cercano di fare ritorno nella loro casa d’origine, vengono accolti con ingrata freddezza, perché gli altri componenti sono gelosi, e il vecchio Silly, detto anche il Piccolo Grande Uomo, deve ammettere che il suo grande cuore ha limiti di spazio e non può accogliere, come si dice, cani e porci; sentito suo fratello, che chiamano il Boss anche se rimane sempre nell’ombra, alla fine sceglie il figlio adottivo J.Frank, ma per un figlio adottivo che rientra all’ovile, deve essercene uno che ne esce. Tocca a Pierferdy, che negli ultimi tempi è caduto in disgrazia, come Desdemona sotto le accuse di Iago. Il Povero Giovane, gettato in mezzo a una strada come una giovane sposa abbandonata al momento delle nozze, ritrova alcuni suoi vecchi amici e con loro decide di realizzare il sogno della sua vita, ovvero aprire l’agriturismo In Search for Tomorrow, che sarà in grado di mantenersi da solo, a patto che ne sia esclusa Clementine, da tutti ormai giudicata inaffidabile; quest’ultima non si accontenta del «grazie» sottobanco e della pacca nel sedere datagli da Silly, ma decide di aprire una pizzeria, direttamente rifornita dalle mozzarelle di Ceppaloni, che si chiamerà appunto My Darling Clementine. Nel frattempo i due domestici Franciscus e Danielle, vedendo che il Piccolo Grande Uomo, da sempre molto sensibile alle grazie femminili, non intende riconoscere la loro figlioletta Flame, abbandonano casa e lavoro, dicendo che ce la faranno benissimo da soli, anche se sarà dura, ma a loro le situazioni dure della vita piacciono: così aprono anche loro una pizzeria, per la quale ordinano i forni direttamente dal loro vecchio amico tedesco Krupp, e che appunto, in onore dei vecchi tempi, chiamano PiSSeria.

Intanto nell’altra famiglia, approfittando della convalescenza di Roman, Walter cerca di fare il largo attorno a sé; elimina prima di tutti Faust con l’accusa di pensare troppo ai vestiti, ma soprattutto di portare sfiga, avendo sempre predetto la fine del vecchio e della famiglia; poi è la volta di quel povero vecchio di Cyrus, che, a sentir lui, abita in quella casa da una vita e non ha mai lesinato preziosi consigli a nessuno. I due vengono sostituiti sic et simpliciter da Tony, un robusto contadino del Sud, e da un gruppetto di giovani mangiapreti che strillano continuamente che nessuno li fa parlare.

Il panorama è già vasto così, ma gli sceneggiatori non si accontentano e l’intreccio si complica ulteriormente con l’entrata in scena di due predicatori barbuti di buona stazza: uno si dichiara Pastore del Popolo della Libertà dei Feti (uno di questi ha promesso di passare, non appena neonato, dall’altra parte, dove ha sentito dire che cercano dei giovani), ma si dichiara anche fratello di don Camillo (quest’ultima parentela non è certa, e infatti è destinata a scomparire nel giro di poche puntate); l’altro grida «Basta con le famiglie, belìn!» e lancia anatemi contro tutti, come se l’intera cittadina fosse in attesa d’una rivoluzione, cosa cui crede solo qualche malato di Alzheimer.

Nel frattempo anche le altre donne che hanno avuto qualche rapporto col Piccolo Grande Uomo si punzecchiano o bene che vada s’ignorano, come Danielle e Stephany, che fingono di dimenticare l’ascendenza comune; in mancanza di delitti efferati su cui spalancare gli occhi, Mr.Brown vorrebbe invitare nel suo salotto i due capifamiglia, ma Silly si rifiuta di incontrare a tu per tu Walter, perché dice non gli porta bene (immagina già le sue ironie sull’età che li divide, nonché sui capelli e qualche sciocchezza che gli è sfuggita qua e là, si sa come succede). Tutti gli intrighi continuano così a consumarsi nei corridoi, apparentemente lontani da occhi indiscreti, ma in realtà oggetto di tutte le voci possibili immaginabili, che nell’opinione pubblica diventano subito verità. Ecco che però succede il finimondo: scoppia uno scandalo per certi depositi bancari all’estero e la paura di risultarvi invischiati toglie il sonno a molti…

Quando uscirà questo pezzo, i giochi saranno fatti e la partita, qualunque essa sia, sarà finita, a meno che non ci siano i supplementari. Con tante variabili in giro, per di più impazzite per il dover prendere decisioni in pochi giorni, non è possibile prevedere niente (e poi, non essendo un giornalista di mestiere, non vorrei sputtanarmi con una previsione che nella maggior parte dei casi sarebbe sbagliata). Le opzioni possibili sono tante, proprio come in Beautiful o I Soprano: negli USA, che sono più avanti di noi, se non altro nella programmazione, si sa già come si evolvono; qui nella prima quindicina di marzo gli sceneggiatori indecisi oscillano ancora fra il 20 e il 30%, tutti in attesa di un coup de théatre che risolva i loro dubbi: per esempio, Berlusconi che, a conclusione di una delle sue storielle amene, accenna al fatidico gesto dell’ombrello da mettere in archivio insieme alle corna di Leone, alla faccia di quelli che rimpiangono lo stile d’una volta. Sono queste le cose che ci piacciono.

A maggior ragione nessuno può prevedere quale tornado investirà la tv, statale e parastatale, per condannarla a una definitiva sepoltura o a una resurrezione. Ma c’è già chi scommette su un futuro da zombi, come da tradizione.

(«Cineforum», n.473, marzo 2008)

 

Made in America

The Sopranos, series ideata da David Chase (che ne ha diretto anche il pilot e l’ultimo episodio, Made in America appunto), iniziata nel gennaio 1999, si è conclusa, salvo ripensamenti, nel giugno 2007 dopo 86 episodi. Per un elenco abbastanza dettagliato di questi si possono consultare diversi siti web, tra cui Wikipedia: per inciso e per chi se ne intende, possono anche essere scaricati, in lingua originale e a prezzi variabili; negli USA sono disponibili anche i relativi cofanetti, come i quasi coetanei The Sex and the City (1998-2004), Friends, Lost, Desperate Housewises e Dr.House (tutte dal 2004 a oggi). L’ultima stagione viene attualmente trasmessa da Italia 1, mentre da luglio dello scorso anno Cult manda in onda l’intera serie, dall’inizio e in ordine cronologico (in questo caso con 2 episodi alla settimana, per cui giungerà alla fine entro maggio di quest’anno, anche qui salvo ripensamenti). Corre anche voce che si stia progettando un film, ma è lecito sperare di no.

Non è solo perché si occupano (o almeno fingono di occuparsi) dello smaltimento rifiuti – molto meno comunque del traffico d’armi e di droga - che The Sopranos interessano da vicino anche noi (del resto si tratta di una mafia d’origine italiana) e in qualche modo ci assomigliano. Come in tante altre series americane, attorno alla storia di una famiglia – quella di Tony e Carmela Soprano (entrambi divenuti inseparabili dagli attori James Gandolfini e Edie Falco, come nel caso degli altri personaggi di contorno, un casting perfetto nell’insieme come nei particolari), ruotano prima una famiglia più grande che si chiama appunto mafia, poi l’intera società americana degli anni 2000: un gioco di scatole cinesi, un mondo dentro un altro mondo, la metonimia di un sistema oligarchico che getta in caricatura ogni imitazione di democrazia e in cui soprattutto i rapporti sociali sono tutti nella violenza (come in tanta narrativa USA recente, da McCormack a Lansdale, da Ellroy ad Harris). I variamente ricordati Quei bravi ragazzi, Casino, L’onore dei Prizzi o Il padrino non sono titoli di riferimento scelti a caso, in nome di una iconografia generica e standardizzata, ma esempi citati testualmente, accanto a tanti altri che vanno da Quarto potere a Il principe delle maree (il rapporto di Tony Soprano con la dottoressa Melfi ne è quasi un rovescio parodico); nella prima stagione non mancano del resto discussioni sul come il cinema e la letteratura americana hanno trattato la mafia; ma le occasioni citazioniste non trascurano nemmeno classici della commedia come Nata ieri, per non parlare degli excursus di attori e registi esplicitamente legati al cinema: i ripetuti cameos nei panni d’uno psicanalista di Peter Bogdanovich (che dirige anche l’episodio 58, Sentimental Education, 2004), di Sydney Pollack nei panni d’un medico detenuto (episodi 78, Soprano Home Movies, e 79, Stage 5, 2007), di Steve Buscemi, anche cosceneggiatore e regista in 4 episodi, o di Annabella Sciorra e Robert Loggia, per non parlare di Gandolfini e Lorraine Bracco. Quello che ne esce è un mondo in osmosi con l’intera cultura americana, di cui The Sopranos è la versione per così dire popolare.

In questa prospettiva la violenza, a tratti particolarmente efferata, o almeno brutale, è pressoché d’obbligo, così come un ritmo sostenuto in cui per altro viene spesso mostrato molto meno di quanto viene raccontato (non è una soap opera, insomma); a volte non ha altro scopo che se stessa, come in un macabro videogame, a volte è il solo modo tradizionalmente ammesso di vivere e affermarsi; non solo genera altra violenza, ma disegna un circuito chiuso in cui, se qualcuno viene punito, è solo perché altri sanno essere più violenti ed efficaci di lui. Non certo perché esiste una qualche forma di giustizia.

A una forma di violenza risponde anche la visione chiusa della famiglia, una tradizione che fa da facciata che i personaggi credono dia loro un ruolo sociale ineliminabile, come nel recente American Gangster. Tony tradisce ripetutamente Carmela, e non solo andando a puttane, eppure per lui la famiglia rimane egualmente sacra; e del resto tutti i personaggi vivono i problemi d’una comune e benestante famiglia borghese, con figli che in qualche modo vogliono essere diversi, con madri possessive al punto da desiderare l’eliminazione dei figli, con padri che fanno un lavoro di cui non parlano in casa, con donne che non contano niente, più vicine a moderne Penelopi piccolo-borghesi (o nel citato episodio 58 a Madame Bovary) che non a Lady Macbeth; quel lavoro di cui non si parla che tra uomini - il lavoro della mafia - è solo l’esplicitazione urlata e sanguigna della stessa violenza che ha come obiettivo finale l’eliminazione, qui anche fisica, delle contraddizioni (la violenza come affermazione di un’identità fittizia, che si giustifica solo a danni dell’identità e della vita altrui). Come vuole Bush, tutto si risolve con l’uso della forza, anche se poi la soluzione è negli slogan e non nei fatti.

Un sistema perfetto? Tutt’altro. Non basta essere il boss per essere felici o almeno soddisfatti; nessun puzzle si ricompone premendo con forza sulle sue tessere; l’uomo a una dimensione scopre prima o poi che esistono anche dimensioni che sfuggono al suo controllo; e allora il suo mondo si sgretola, rivela crepe insospettabili, che nessuna integrazione può nascondere. Non è un caso che Tony Soprano viva questa situazione lacerata e lacerante ricorrendo sin dalla prima puntata a una psicoanalista, anche se poi, quando questa gli parla di Edipo, mamma, ecc, s’arrabbia di grosso e alla fine cerchi semplicemente di portarsela a letto, come fa con qualunque donna gli sembri meritarlo in quanto oggetto di consumo o falsa spalla su cui riversare la propria incompiutezza. La violenza non cancella né controlla la schizofrenia radicale del mondo in cui vive. Quando di fronte a un problema di “difficile soluzione” un rabbino afferma che la sua religione non gli permette di usare la violenza, la sola soluzione che gli resta è rivolgersi a un cattolico, per di più – e molto opportunamente – mafioso (i risultati infatti non tardano): fra la schizofrenia e l’ipocrisia il passo è più breve di quanto sembra. Esattamente come fra il Made in America e il made in Italy: non ci separano più i vent’anni d’una volta, ma forse qualcosa l’abbiamo insegnata noi.

(«Cineforum», n.474, aprile 2008)

 

Riparliamone

Non serve a niente, ma si può provare cortellesianamente a riparlare degli esiti delle ultime elezioni, anche se è probabile che, quando uscirà questo articolo, nessuno si ricorderà più nemmeno che ci sono state delle elezioni; forse avremo dimenticato anche la breve parentesi del governo Prodi, vero e proprio incidente di percorso nella nostra pursuit of happiness, che ci ha riportato a chi veramente vuole «passare alla storia» (cosa che non è sempre un pregio, come la storia stessa ci insegna, e non basterà Dell’Utri a farla cambiare), e ad un’altrettanto grande voglia di dimenticare una batosta che, questa sì, rischia di passare alla storia (vedi sopra).

Ancora una volta non posso fare a meno di citare due persone che hanno capito molto: Moretti e Travaglio. Il primo nel dire che il Caimano «il male che poteva fare l’ha già fatto» (ma in realtà è ottimista); il secondo nel sostenere che le tv hanno – e soprattutto hanno avuto - la loro importanza nel far pensare e votare la gente (Anno zero del 17 aprile). In fondo dicono entrambi la stessa cosa. Pensate a che cosa è stata l’informazione tv durante il governo Prodi: 1) le tasse; 2) la sicurezza; 3) le tasse; 4) la sicurezza – e poi, ah sì, c’è stato anche un buon risanamento del bilancio, ma chi se ne frega. Non si negava un’intervista a nessuno, purché parlasse di tasse e di «mani nelle tasche degli italiani». E poi, ah sì, è cresciuto il prezzo del petrolio, un argomento che Tremonti ci avrebbe sbandierato sotto il naso tutti i giorni, come ha fatto a suo tempo con le Twin Towers: e invece era un argomento che non aveva niente a che vedere con la politica, succedeva chissà dove e chissà quando. In ogni caso una bazzecola al confronto delle tasse: è grazie a queste che la povera famiglia italiana «non arriva alla quarta settimana del mese», non per l’aumento tanto “liberale” (virgolette d’obbligo) dei prezzi di tutti i generi di prima necessità; ma se ci arriva ecco pronti i Rom, i rumeni, i marocchini, i cinesi a completare l’opera - perché gli italiani, si sa, non sono così (ma così come?), nemmeno quando governa la sinistra. Come si spiegherebbe il fatto che, se la delinquenza cala, cresce la paura? Nessun complotto, per carità: la spiegazione è molto più semplice e si chiama conformismo, e tocca molti, a destra come a sinistra.

Ciò non significa che solo la tv e i media in genere abbiano prodotto la débacle elettorale. Però una buona spinta l’hanno data: soprattutto nel formare un pubblico di elettori a una sola soluzione, ovvero a un solo modo di vedere il mondo (per esempio, ogni notizia separata da tutto il resto). Da parte loro le sinistre moderate e riformiste, cioè il PD, sono state tanto moderate da accettare sempre il gioco degli avversari, media compresi, riducendosi al ruolo di sparring partners: hanno pagato anni di mancato riformismo, sia per mancanza di idee, sia per mancanza di numeri e di accordi, nonché anni di strapotere mediatico, che hanno tollerato con sorrisi di sufficienza; quelle cosiddette radicali hanno continuato a credere (o a fingere di) che esistessero le classi, e specialmente la classe operaia, proprio come ai bei tempi (in realtà le classi esistono ancora, eccome, ma non la coscienza di classe, visto che tanti operai oggi votano Lega). Come ha detto giustamente Sartori, che cos’è un partito di lotta e di governo quando va al governo, se non un partito che lotta contro il governo? Di quel governo Bertinotti aveva già schizofrenicamente decretato la fine prima di Mastella e Dini, bracci armati di una rinuncia che lascia tutto in mano alle destre: complimenti. Ci può consolare che abbiano tutti pagato questa rinuncia? No, se consideriamo che la pagano anche altri – cioè noi - e che in questo modo è scomparso dal parlamento anche il nome della sinistra, trascinato nel disastro dai suoi esponenti (e magari dal fatto di non essere più sinistra, che Lenin insegnava dover essere attenta sia all’idea che alla strategia). Ci potrebbe consolare un po’ se almeno avessero capito dove hanno sbagliato, e invece un Giordano ci ha messo una settimana solo per capire di avere perso (ovviamente per colpa di Prodi & Veltroni).

Comunque sia, dopo la tempesta è tornato il sereno. Sono scomparse le piramidi di rifiuti in Campania, proprio come in quello che Troisi definiva «’O MIRACOLO!», da non confondere col semplice «’o miracolo» (e De Gennaro, noto uomo di sinistra, è stato riconfermato). La destra celebra il 25 aprile e il 1° maggio, note feste di sinistra, in nome della pacificazione: certo, c’è stata qualche resistenza (absit iniuria verbis), ma non si può avere tutto. Poi sono scomparsi, come per un tocco di Re Mida, sia i precari (tutti felicemente sposati), sia gli immigrati clandestini (tutti in vacanze al mare) – e in ogni caso, se qualcuno non si è sistemato, ci sono le ronde, almeno per qualche settimana. Gli stupri sono tornati in seno alle belle famiglie italiane, che è un modo di tener alte le tradizioni, come in Austria. I giovani neofascisti uccidono per una sigaretta o una partita di calcio, ma sono tutti giovani per bene. I manovali hanno smesso di cadere dalle impalcature, gli operai di infilare le mani nelle presse. I tassisti sono diventati di colpo piacevoli compagni di viaggio, i pensionati festeggiano la solita «quarta settimana del mese» a champagne, i bottegai abbassano i prezzi nell’interesse della collettività. Gli asini volano o, male che vada, fanno i ministri.

Il guaio è che in questo paradiso virtuale fa la sua comparsa un neo, anzi due. Il primo è la divulgazione via internet dei redditi degli italiani, ed ecco pronta l’autority della privacy: ma quale privacy, con tutti i nostri nomi e indirizzi che viaggiano da un Ufficio Vendite all’altro! E poi perché non devo conoscere il reddito di Beppe Grillo o quello del fornaio che mi vende una pagnotta a 10 euro o di un dentista che, se va bene, mi vende un dente a 3.000? Perché non devo sapere che il mio commercialista ha una villa con piscina e campo da tennis e denuncia 8.000 euro all’anno? Allo stesso modo e per le stesse ragioni non devo conoscere quello che si dicono per telefono RAI e mediaset? Solo perché turberebbe la privacy di Del Noce? Il secondo neo è Marco Travaglio che ha l’ardire di rendere pubblici fatti pubblici di un personaggio pubblico – e lo scandalo che segue parla da sé. Come il silenzio di un’opposizione dura e intransigente come non si vedeva da anni.

E allora avanti, tutti i giornali e le tv, o quasi, a intrecciare un grottesco balletto come nell’indimenticabile Entr’Acte di Clair. Oggi come allora ci aspetta soltanto la parodia di un funerale.

(«Cineforum», n.475, maggio 2008)

 

Un breve addio

E’ stato bello, finché è durato. Peccato sia durato troppo. Per chi non ricordasse, tutto è cominciato, dopo qualche assaggio saltuario, nel novembre del 2000, con un pezzo su Report. Poi è continuato con 10 pezzi all’anno, per un totale – se non sbaglio – di 76 pezzi, escluso questo. Che è un addio. I numeri sarebbero già di per sé una motivazione, ma ad essi si aggiungono altri elementi: la stanchezza e la noia di guardare una televisione sempre uguale, in cui non succede quasi niente che meriti attenzione (e se succede, appartiene alla realtà, e viene ignorato); la conseguente difficoltà di dire qualcosa che sembri più originale dell’acqua calda; lo scarso aiuto che offre la realtà, di cui la tv è specchio deformato ma significativo (anzi, proprio per questo significativo); l’insofferenza a ripetere sempre le stesse cose, come dimostrano la stanchezza e ripetitività degli ultimi numeri; la difficoltà di scrivere cose che abbiano ancora un senso dopo due o tre mesi che sono state scritte (e non è colpa della rivista che ha i suoi tempi, solo che il mondo va più in fretta, anche se alla fine torna sempre allo stesso punto). Di fronte all’eventualità di rispolverare gli elogi, per altro giustificati, per alcune trasmissioni (come il citato Report, anche se l’ampliamento non gli ha sempre giovato – o come il bravissimo Crozza di Ballarò) o di ghignare sulle performances dei personaggi che ci rappresentano nel mondo da vent’anni e passa, come un marchio di fabbrica che guai se cambia, mi sono cadute le braccia. Passare intere serate a chiedermi che cosa posso scrivere – possibilmente di spiritoso ed intelligente - su Berlusconi, Bossi, Veltroni & company, qualcosa che non sia già stato scritto da altri, non è proprio il massimo che uno possa chiedere alla vita, nemmeno alla mia età.

E allora addio alla vergogna di Rete Quattro, che, se non ci costa, ci sputtana; addio all’ipocrisia di Porta a porta, fucina di delitti e scrivanie; addio all’invadenza procreatrice del papa e alle sue sfilate in stile 8x1000; addio alle rivoluzionarie innovazioni economiche di Tremonti (che seducono persino «il manifesto»); addio ai distinguo badanti/delinquenti di Maroni, al sorriso avvinazzato di Calderoli, all’ottusità di Giordano (ultimo baluardo della sinistra, di quelli che non crollano mai); addio alla dentiera al neon di Simona Ventura, all’erotismo dark di Maria De Filippi, alla saliva biascicata di Costanzo, alle manine sfarfalleggianti di Del Noce, all’humour raffinato di Fede, all’arguto sorriso di Belpietro; addio a tutti quei giornalisti che dovrebbero cercare i fatti e non riportare le loro pusillanimi argomentazioni, sempre le stesse da anni; addio alla crisi e al bluff dell’Alitalia, alle tasse alle banche e ai petrolieri, alla favola del ponte sullo stretto e quella del nucleare (da farsi magari con l’usato di Putin o degli sloveni – come dare un mitra a un bambino che non sa nemmeno far andare un trenino elettrico); addio ai tv-movie di RAIUNO su Padre Pio o altri santi che avrebbero fatto grande il nostro paese, alle rivendicazioni della cultura di destra (Bondi e Barbareschi in testa), a quelle della cultura di sinistra sulle insegnanti e i loro pierini; addio alle Sei giorni dedicate al bullismo e agli insegnanti mal pagati, alle chiacchiere prestampate sui morti sul lavoro; addio alle intercettazioni, ammesse solo per reati punibili solo con tre ergastoli; addio alla Margherita, sempre più incerta fra l’altare e la polvere; addio all’esemplare sanità milanese, alle difese di Castelli, al grande popolo del nord; addio alla santità della famiglia, anche quando incestuosa e violenta; addio agli spot pubblicitari pieni di gente che canta felice per le strade e di commessi sorridenti e competenti - e chi più ne ha più ne metta. Eh, no: ogni limite ha una pazienza.

Forse questo non è un paese per vecchi, e forse nemmeno per giovani, ma in ogni caso io, che giovane non sono da un pezzo, non mi sento più all’altezza. Non ho lo stomaco per continuare. Domperidone, omeprazen e maalox non bastano più.

(«Cineforum», n.476, giugno 2008)