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TV 2007

Cin Cin

Certo che, se desideravamo un fine 2006 e un inizio 2007 molto mossi, siamo stati accontentati. Abbiamo cominciato alla grande con la polemica su un tv-movie che mostrava un matrimonio omosessuale femminile (versione politically correct di “lesbico”), ovviamente contratto in Spagna; anche se la location tendeva a smitizzare l’evento, vista la nostra (mal)destra e/o sinistra disposizione a irridere Zapatero, si trattava della seconda uscita allo scoperto dei gay dopo il Commesse di qualche anno fa e, se da un lato qualcuno dei soliti scontenti per vocazione si chiedeva quando la tv avrebbe inventato anche le seghe, quelle senza metafora, altri sbuffavano in nome di Dio, Patria, Famiglia, la vera trinità di cui siamo figli. Non a caso, quando il governo ha accennato a mettere le mani sulle coppie di fatto, PaCS per gli amici, l’«Osservatore Romano» e la solita troupe di ben-non-pensanti ha impugnato e scagliato i suoi fulmini a tappeto come cluster bombs. Cin cin al laicismo.

Quasi contemporaneamente è arrivato il dvd di Deaglio, Distruggete la democrazia, con le sue insinuazioni di possibili brogli elettorali, in singolare simmetria con le proteste preventive di Berlusconi, il quale sapeva tutto da sempre, grazie a quelle capacità divinatorie che lo accomunano ai maghi Otelma e Casanova, nonché a Vanna Marchi (che però almeno qualche giorno in galera l’ha passato). Subito sono partite due commissioni per il controllo delle schede: quale miglior garanzia di un graditissimo silenzio a tarallucci e vino? E’ mancato solo che chiamassero il giudice di Forum. In ogni caso, qualora si rendesse pubblico qualche broglio, metà paese ci crederebbe e l’altra metà no: siamo troppo furbi per credere a quello che ci raccontano i nostri avversari, che sono sempre dappertutto. Cin cin alla credibilità delle istituzioni.

Poi abbiamo continuato con Barbara Palombelli, la quale, per supportare la nuova carriera culturale del marito (prima di quella ginecologico-ecclesiastica), ha scritto e pubblicato un libro dedicato al cinema italiano: non una raccolta d’interviste, in cui parlerebbero gli altri, ovvero gli unici interessa(n)ti, ma una serie di ritratti critici. Wow! Personalmente mi limito ad aspettare la recensione di Comuzio, la sola persona che conosco capace di leggerlo. Cin cin alla serietà.

Poi c’è stata la storia di Scaramella, il Polonio 210, la Mitrokhin, il nobile Guzzanti, degno erede dei suoi figli, su cui altre commissioni stenderanno i loro veli, perché non bisogna minare la fiducia degli elettori nei senatori che loro stessi hanno eletto, anche se è una fiducia a dir poco non ricambiata. A meno che non si tratti dei senatori a vita, che dovrebbero essere rinchiusi in un sanatorio, almeno secondo i neodem (neodemocratici o neodementi, as you like it). Cin cin alla coerenza.

Poi alcuni impiegati (spiritosi? incompetenti? disonesti?) hanno infilato nel maxiemendamento di una già disastrata finanziaria un comma sulla prescrizione di alcuni reati amministrativi non previsto, oppure previsto prima e cancellato poi, o ancora previsto e coltivato con cura: vallo a sapere, che cosa è veramente successo. Forse ricordando che la verità è rivoluzionaria (Lenin? chi era costui?), in Italia vincono sempre gli omissis, tanto più quando si cala la briscola di un maxiemendamento in cui nemmeno i proponenti sanno che cosa c’è. Cin cin alla chiarezza.

In prossimità delle festività religiose che ci fanno superiori a tutti gli adepti di altre religioni, è scoppiata la polemica su chi debba fregiarsi del titolo di «Film di Natale»: Boldi & Salemme o De Sica & Vanzina? Quest’ultimo, sperando probabilmente di vincere anche lui la nobile tenzone, ha dichiarato che i suoi film sono sempre stati di sinistra, il che fornirebbe un’altra convincente ipotesi sul pateracchio del maxiemendamento; la cosa ha reso sicuramente felici molti affermati teorici del cinema italiano, come Diliberto, Veltroni, forse anche Palombelli, ma non i quattro dell’Unione che hanno chiesto la messa al bando dei trailer dalla RAI. Come diceva Moretti, il male che poteva fare Berlusconi l’ha già fatto - e non solo nella sua metà del paese. Cin cin al senso delle proporzioni.

Sulla morte di Pier Giorgio Welby – e su tanti altri che non arrivano alla prima pagina dell’informazione – è stato praticamente detto tutto, dalle accuse di strumentalizzazione e l’irritante supponenza di Buttiglione da un lato ai dibattiti sul diritto alla vita e alla morte e la confusa invadenza radicale dall’altro. In realtà i radicali di professione e d’indennità avevano l’occasione di un gesto veramente coraggioso e politico (due qualità che raramente convergono) e l’hanno perduta: perché non sono andati insieme al medico kamikaze a staccare la spina, o almeno ad assisterlo, così come qualche anno fa fumavano gli spinelli? Ah, già: erano tutti impegnati in tv. Cin cin alla passione per la libertà.

Poi ci sono stati i fischi a Prodi, che alcuni hanno applaudito e altri hanno stigmatizzato come un vero e proprio peccato di lesa maestà. Ammettiamolo, però: questo non era un avvenimento imprevedibile, né per gli artefici o complici di quel casino che continuavano a chiamare «incapacità di comunicare», né per coloro che probabilmente l’avevano organizzato o invocato: per esempio, tutta la stampa, concorde nell’individuare una grandiosa manifestazione di piazza in uno sparuto gruppetto di giovani nel cui volto potevi riconoscere solo l’espressione ebete di chi non sa che cosa sta dicendo e di che cosa, ma si diverte tanto. Così, più che un’indicazione sul governo, se ne poteva trarre una, assai più convincente, sulla pregnanza intellettuale dell’attuale opposizione. Cin cin all’informazione.

Ma del resto che cosa ci si può aspettare da gente che invoca per Mussolini lo stesso sdegno che si è dichiarato per Saddam Hussein e qui non scendono in campo i giovinastri di AN, ma ex ministri come Storace e Martino, evidentemente convinti che nel ’45 gli americani siano venuti in Italia, abbiano catturato un dittatore che si era alleato con i tedeschi favorendone l’invasione e provocando una guerra civile e l’abbiano consegnato ai partigiani, ovviamente comunisti, perché lo giustiziassero. Cin cin al senso della storia.

C’è da dire, poveretti, che anche i politici hanno una certa età e non sempre i mali che questa porta con sé si aggiustano in Texas o negli ospedali e cliniche romani. Un male soprattutto è incurabile: qualcuno lo chiama rincoglionimento, qualcuno ignoranza, qualcuno ottusità, qualcuno ancora malafede. Per parte mia non saprei scegliere, nel senso che mi vanno bene tutti. Cin cin al futuro, se c’è.

N.B. Ci sono momenti in cui mi viene il sospetto di lasciarmi andare ad un facile e qualunquistico pessimismo, forse perché è più spettacolare e meglio si presta a una (tele)visione ironica della realtà: leggendo tuttavia La scomparsa dei fatti di Marco Travaglio, scopro di essere gentile, tollerante e incredibilmente ottimista. Niente più cin cin, perché batti e ribatti l’ulcera è alle porte.

(«Cineforum», n.461, gennaio-febbraio 2007)

 

 

CSI

Chi vi scrive è uno storico, uno dei pochi sopravvissuti allo sciogliersi dei ghiacciai, quando l’effetto serra ha deviato la Corrente del Golfo. Vivo e lavoro 50 m sotto terra, come in un romanzo di Philip Dick, con tanto di aria condizionata, e ancora mi chiedo: com’è possibile che l’aumento della temperatura comporti una specie di glaciazione? Eppure i precedenti ci sono e nessuno lo sa meglio di me, Presidente della Commissione per la Storia d’Italia, un paese che su queste contraddizioni ci è cresciuto finché ha potuto.

Per esempio, oggi ho sorpreso due ricercatori litigare su un episodio risalente al gennaio 2007: uno sosteneva che un certo Berlusconi, ex capo del governo, aveva nominato suo erede (del capo o dell’ex?) un certo Fini, e questo secondo lui dimostrava che c’era ancora la monarchia; l’altro sosteneva invece che c’era la democrazia, altrimenti lo stesso Berlusconi non avrebbe detto che il suo successore doveva essere eletto dal popolo. No, ribatteva ancora il primo, lo stesso Berlusconi, che doveva intendersene, accusava la Giustizia di averlo condannato per una storia di televisioni e di facilitazioni governative, mentre in un paese democratico non l’avrebbero condannato. Entrambi erano studiosi seri e recavano ciascuno una borsa di quei microarchivi che permettono di concentrare l’intera emeroteca del paese in una stanza che è solo un decimo di quella riservata alle nostre riunioni (i tentativi di ridurre anche le dimensioni umane è fallito già più volte e nessuno ci crede più): non avevo quindi ragione di dubitare delle loro affermazioni, né, per quanto mi sforzassi, trovavo una risposta che li soddisfacesse (a parte l’eventualità che si trattasse di un misto); ho fatto solo notare che quelle dichiarazioni erano state rilasciate una un giorno, l’altra il giorno dopo. «E allora?» mi ha chiesto uno. «Beh, si potrebbe anche scoprire che era un’abitudine» ho risposto andandomene, io per primo poco convinto.

Ho sempre pensato che la coerenza sia un dovere morale, almeno a breve termine (anche l’intelligenza, se è per questo). Certo, col tempo uno può anche cambiare idea, dicono persino che sia un segno di maturità (ma che casino se maturassimo tutti!), però da un giorno all’altro… Per non parlare poi dello stesso giorno. Qui non mi riferisco al passato, ma al presente. Ci sono dirigenti di rango che spediscono nella stessa lettera dimissioni e relativo ritiro; quelli non di rango non spediscono niente. C’è gente che discute ancora di un fantomatico Partito Democratico, che dovrebbe essere al tempo stesso un «nuovo partito» e un «partito nuovo», che è una palese contraddizione. Altri dicono di volere la pace e poi mandano eserciti a combattere di qua e di là, che forse basterebbero dei poliziotti, ovviamente ben armati perché, insistono, la guerra è guerra anche quando è pace (e in ogni caso la tv ci trasmette delle ottime simulazioni). Altri sostengono la parità di diritti fra uomini e donne (foto di uomini e donne su tutti i giornali) e si arrabbiano se qualcuno dice che «le donne non hanno l’anima», ma in fondo (e nemmeno tanto in fondo, per la verità) sono d’accordo, solo che non ammettono che siano altri a dirlo. Dicono che c’è bisogno di una «televisione nuova» ma in realtà pensano a una « nuova televisione» e non si preoccupano dei programmi, che fanno pena, ma del modo di trasmetterli per brutti che siano. Dicono che la privacy va difesa, ma intercettano tutte le telefonate possibili oppure scrivono lettere ai giornali per denunciare le corna del coniuge e il fatto che queste minano la loro dignità. Dicono anche «libera chiesa in libero stato», ma poi hanno dovuto sospendere il campionato di calcio per una rissa fra tifosi della Chiesa e tifosi dello Stato, quando la prima è stata scavalcata in classifica dal secondo. Dicono che bisogna rispettare il «Giorno della Memoria», che capita poi una volta all’anno (ma che cavolo di memoria è?). Dicono che bisogna essere severi con chi non rispetta le leggi, ma anche tolleranti e indulgenti con quelli che non le hanno rispettate e li lasciano uscire di prigione. Dicono che certi sport sono corrotti e pericolosi, ma condonano la corruzione e lasciano che certi giorni nelle nostre ultramoderne gallerie-stadio si trasformino in guerre civili, proprio come una volta, che nemmeno se moriva un poliziotto (Serie A) si faceva qualcosa, per non parlare di quando morivano dei borghesi (serie B). Giusto ieri è stato nominato presidente d’una commissione antitrust un signore che appena ha avuto la parola alla tv ha dichiarato che per avere un vero antitrust bisogna lasciar libere le società di fare quello che vogliono, a maggior ragione se quello che vogliono è il raggiungimento o la conservazione di una posizione monopolistica.

Il caldo produce il freddo: che novità. Come le tasse: ogni operazione tesa a calarle le aumenta. Gli Enti Locali si lamentano di non ricevere sufficienti finanziamenti dallo stato e per questo, anziché rivolgersi a nomi già sul loro libro paga, chiamano a ricoprire incarichi ben remunerati manager che non hanno trovato lavoro presso i loro Enti Locali, e per poterlo fare aumentano le tasse, in modo che chi ha un alleggerimento fiscale dallo stato non abbia di che lagnarsi. Anche loro sostengono una lotta all’evasione, ma guai a chiedere a impiegati e vigili di cercare gli evasori, con la scusa che «è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo, ma non io». Tutto questo si spiega forse col fatto, denunciato sistematicamente da qualche giornale sovversivo e quasi sempre taciuto dalla tv, che ogni uomo politico riceve al mese dieci, venti o cinquanta volte il cosiddetto “limite di povertà” (che sarebbe semplicemente la somma che percepiscono i poveri in un anno): come spegnere il fuoco con la benzina, che con quello che costa adesso non se ne trova più.

Certe volte penso che quell’Italia avrà avuto le sue pecche e le sue lacune, ma tutto sommato doveva essere meglio di adesso. Per lo meno allora avevano il sole e il cielo limpidi, il mare azzurro e incontaminato, i fiumi ridenti, i musei che funzionavano, i monumenti ben conservati, le trasmissioni intelligenti, politici e giornalisti all’altezza dei loro compiti…

(«Cineforum», n.462, marzo 2007)

 

 

Mercoledì delle Ceneri

Quando quest’anno il carnevale è finito, anche la televisione si è risvegliata con un sobbalzo, segno che almeno a questo la sinistra serve, eccome. La quaresima si è infatti aperta con il voto al Senato che sanciva la fine, sia pure temporanea, del Governo Prodi. Nella stessa sera da tutti i dibattiti fotocopia di RAI, Mediaset e La 7 emergono due informazioni chiave: 1) qualche senatore a vita ritiene la politica estera di D’Alema troppo azzardata (dopo tutto anche loro, tutti colf-comunisti fino al giorno prima, hanno diritto a un giorno settimanale di libertà) o magari manda un segnale del tipo «pensate a quello che succederà se insistete sui DICO» (come ha detto uno che se ne intende, «a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si prende»), ovvero: questa è la vera battaglia in atto, magari insieme a quelle per le tv, il conflitto d’interessi e il falso in bilancio, non quella dell’Afhanistan; 2) si affiancati loro (ancora?) un paio di “dissidenti”, che in attesa di una resurrezione, per loro quasi certa, di Che Guevara, si accontentano di consegnare il paese alle destre o almeno di provarci: due integralisti della pace o presunti tali che non capiscono nemmeno che, nelle mani di quella destra-avvoltoio, Vicenza potrà anche essere rasa al suolo, se necessario per far piacere a Bush & Co. (Sarebbe ora di finirla con il Muoia Sansone con tutti i filistei – se non altro perché qui di Sansoni non c’è proprio, mentre di filistei ne abbiamo anche troppi e si riproducono come conigli e, quel ch’è peggio, senza che gli elettori ne sappiano niente).

La gazzarra da stadio che accoglie l’annuncio formale di Marini segna per qualche minuto la ricaduta violenta del paese nel più amaro dei passati, quello dello sbando – o, per noi cinefili, la rivincita della compagnia dei Producers Max B (Bialystock o Berlusconi, fate voi) & ragionier Leo Bloom, con tanto di occhialini e r moscia, su quella di Vita da cani. Il paragone con due film sul the show must go on non è casuale: in entrambi gli schieramenti non mancano né le soubrettes, né i comici; da un lato c’è “quello che prende gli schiaffi”, occhi ipertiroidei e faccia (naturale) da tontolone, dall’altro c’è il rivoluzionario d’accatto, che fa dei propri eventuali ideali la bandiera dietro la quale nascondere, si fa per dire, la propria incapacità di fare politica (ma perché è stato designato? e perché ha accettato?); da un lato ci sono Berlusconi e i suoi stuntmen, dall’altro ci sono i Giordano e i Pecoraro Scanio (che per altro si è visto poco, dato che, com’è noto, a lui andare in tv non piace); da un lato c’è la Santanché, dall’altro c’è Vladimir Luxuria che al Bagaglino balla in compagnia di Gasparri. Una festa, insomma.

Qualcuno potrebbe anche chiedersi (beata ingenuità) dove sia finita, anche a destra, la preccupazione per i nostri soldati in Afghanistan. Infatti la destra, bisogna ammetterlo, è coerente: muoia Sansone - e chi se ne frega (vero, Udc?) - ma per carità, i filistei, salviamoli tutti, perché saranno loro a forgiare la nuova razza padano-arian-clericale del futuro. Però senza fretta; per il momento, infatti, i loro principi politici vengono ben esposti da Berlusconi a Otto e mezzo (3 marzo), quando ammette di non volere nuove elezioni subito non per paura, ma perché priverebbero di un lauto stipendio e di ancora più lauta pensione quei poveracci che sono stati eletti solo otto mesi fa (ciò significa che per altri due anni la sinistra può continuare tranquilla a litigare, perché fino ad allora non scattano i requisiti per la pensione). Persino Ferrara non ha la forza di ciondolare il capo in segno di assenso e preferisce spostarsi sul terreno, più tranquillo e familiare, dei rapporti con la signora Veronica.

In ogni modo nel giro di due o tre giorni finisce tutto, come sempre. Le sinistre si ricompattano, come solo loro sanno fare, di fronte ai 12 punti di Prodi, tutti pronti a scagliare anatemi sui due dissidenti, a cancellare le gaffes pregresse che li hanno in buona parte legittimati (Vicenza capitale del Nordest? Beh, ci si può pensare: non si sa mai che la Lega si metta tranquilla), a elencare i loro buoni propositi e i loro meriti. Come se non fosse successo nulla.

Ma, si sa, la nostra informazione e la nostra politica vivono nel futuro (il passato è solo un «buco» in cui rintanarsi) e così si comincia a parlare di riforma del sistema elettorale, fra modello tedesco (corretto alla grappa o al limoncello) e modello italiano (o vinco io o non conta), e la tv mostra la sua totale democraticità, nel senso che nessuno ne ha capito niente (né la tv, né il pubblico, intendo). Se non ci fosse di mezzo il mito della concorrenza, si potrebbe lanciare una proposta sul bipolarismo perfetto all’italiana: basta con le elezioni; si va avanti cinque anni per uno, non un giorno di più, non un giorno di meno (modello esportabile anche nei Comuni, Province e Regioni). Se non altro risparmieremmo, l’Europa sarebbe contenta della nostra raggiunta stabilità (o instabilità programmata, che forse è la stessa cosa e comunque è meglio che niente) e la tv potrebbe cominciare a organizzare dibattiti più seri. Scusate: quest’ultima eventualità fa cadere l’intero progetto.

Accontentiamoci dunque delle ceneri che siamo e che ritorneremo. Per esempio, della ripresa di Annozero (8 marzo), la trasmissione di Santoro & Travaglio (in ordine rigorosamente alfabetico), sconvolta dal forfait di Madre Mastella di Calcutta, come Vauro ha definito il nostro ministro, stanco di essere contraddetto sui DICO da un pubblico tutto sommato educato (tranne Vauro, s’intende), ma inequivocabilmente ostile (Vauro compreso, com’è ovvio); forse pensava che fosse il giorno della (prima) donna, forse è la mancanza d’abitudine, forse pensa che una professione di fede basti, come se fosse merce rara di questi tempi. E comunque, se bizze del genere le faceva Berlusconi, potrà ben farle anche Mastella (per la serie morettiana secondo cui il male che poteva fare Berlusconi, l’ha già fatto). Siamo già fuori calendario, ma è questo il vero giorno di Carnevale. Dall’indomani riprende la solita Quaresima, fatta di torri di simil-avorio e di facce di tolla. Accontentiamoci e consoliamoci: quando un ministro s’incazza per delle critiche, vuol dire che la democrazia e la tv non sono morte del tutto. Che poi il povero ministro si ritrovi, a sorpresa e di colpo, solo contro tutti è segno che non tutti sanno come funziona la tv e che fuori da un parlamento così faticosamente conquistato sono come pesci fuor d’acqua.

Attendiamo la corsa ai ripari, che sia un altro editto bulgaro (già annunciato, che vuol poi dire richiesto) o qualcosa del genere (per esempio la nomina di un CdA ancora più di destra, così Mediaset può recuperare, non in qualità e audience, ma in borsa). Perché tutti sono insorti, sia pure con ragioni diverse, a sinistra come a destra. Un vero spirito bipartisan. L’alba d’un nuovo giorno.

(«Cineforum», n.463, aprile 2007)

 

La storia infinita

Non passa giorno in cui tutti i tg non ci ripetano quello che di volta in volta dicono il papa, i cardinali e via dicendo, magari fino ai parroci, cioè che i DICO sono la rovina delle famiglie e chi vota per loro non è un buon cattolico o, più semplicemente e senza sottilizzare troppo, un cattolico. Lo stillicidio in sé da un lato genera l’idea che la cosa sia di un’importanza basilare per il paese, dall’altro ricorda coram populo ai parlamentari quale spada di Damocle penzoli sulle loro teste, per cui i loro elettori, tutti doverosamente cattolici osservanti, ne seguono le decisioni con la stessa attenzione che dedicano al campionato di calcio. Il martellante memento ricorda quello di «Attenti, Dio vi guarda» dei vecchi (vecchi?) tempi in cui i crocifissi nelle cabine elettorali controllavano come votavamo e altri scandali (la Dama Bianca prima, L’avventura e Rocco e i suoi fratelli poi) trovavano l’accoglienza che meritavano presso la prolifica e interclassista stirpe del vescovo di Prato. Sono queste le radici di cui dovrebbero gloriarsi l’Italia e l’Europa? Non resta che aprire altri 138 dibattiti, par condicio o no, perché ci si convinca – tutti, ma proprio tutti - che è un problema serio.

Forse la chiesa sa, conoscendoli bene, che i nostri parlamentari, di destra e di sinistra, hanno un’idea molto personale della religione – come tutti gli italiani, del resto – e allora ricorda loro come devono ragionare: hanno esempi illustri sotto mano, come i Berlusconi e i Casini che piangono ogni domenica perché non possono comunicarsi, ma si guardano bene dal pentirsi dei loro peccati (gola? lussuria? Mah!). Oppure pensa che siano tutti affetti da Alzheimer e da tenere “badati”. E allora non è più sufficiente il valore simbolico-carnevalesco di un Family Day (lo stesso che ha il Gay Pride per gli omosessuali, e non si lamentino), ma ci vuole un bombardamento tipo Dresda, solo molto più lungo. Quello che gli ecclesiastici e i loro ex aspiranti chierichetti non hanno previsto, pur nella loro illuminata sapienza, è che così nascono i sospetti: per esempio, che dietro la pedofilia, il testamento biologico, l’eutanasia e gli incesti (cose che nelle famiglie normali, come tutti sanno, non sono mai successe e continuano a non succedere), ci siano l’ICI, le scuole private o altre blasfeme vessazioni. Per fortuna, al momento, la chiesa non ha riscoperto i valori di un’escalation del tipo anatema-scomunica-rogo (che buona parte della destra sarebbe ben lieta di mettere in pratica), e si accontenta del plagio e della cassa di risonanza che le fa la tv, perché in fondo è sempre la stessa storia: una balla raccontata centinaia di volte, per non dire migliaia, diventa verità. O per lo meno qualcosa rimane (sull’aria di La calunnia è un venticello). Non importa che qualcuno ogni tanto sussurri di non essere d’accordo: la notizia si è già diffusa e alla gente, ai telespettatori come ai giornalisti, importa solo che passi per una notizia (tra parentesi, i diritti per i roghi sostituiscono quelli per il testamento biologico e l’eutanasia volontaria e se li stanno già contendendo Fede e Vespa).

Da cassa di risonanza ha fatto anche – e complementarmente - il caso Sircana, che è poi tutto fuorché un caso, ma è bastato far girare qualche foto insignificante (e comunque sarebbero affari suoi) per mostrare al mondo di quale pasta «contronatura» (termine ricorrente da Buttiglione in su) sono fatti gli uomini di sinistra (che oltre tutto non si servono nemmeno delle auto blu o dei salottini di palazzo per i loro passatempi erotici o paraerotici, ma preferiscono agire nell’ombra, come sempre i comunisti, come ha ampiamente dimostrato lo scomparso e compianto caso Mitrokhin). Per carità: la notizia può essere data, ma le allusioni, nemmeno tanto sottili, e in compenso piuttosto vigliacchette, di un Belpietro non sono mai state una notizia (la sua personale deontologia ne andrebbe di mezzo). Un governo non si riconosce né dalla lunghezza del pene, né dall’uso che se ne fa (per la vagina si prega di ripassare fra qualche decennio). Con tutti gli sforzi che facciamo per dare del paese un’immagine di serietà e onestà, c’è il timore di quello che diranno di noi in Europa. Ma dove? In Belgio, in Gran Bretagna, negli USA, nei paesi islamici? In realtà tout se tient: se la chiesa non può assistere impassibile al crollo della famiglia, zio prete pedofilo compreso, che ha sempre protetto con tanta omertà, AN e FI non possono assistere tacendo al crollo di un tabù come quello del latin lover, che hanno sempre coltivato con tanto esibizionismo.

In questo ossessivo monologo autistico di massa l’importante è che sia chiara la differenza fra «natura» e «contronatura»: alla prima appartengono la famiglia (incestuosa? Beh, nessuno è perfetto), la castità, gli annullamenti della Sacra Rota, i libri all’indice, la benedizione dei labari, la pedofilia nascosta, le suffragette del sesso come stereotipi cui adeguarsi (con tanto di listino prezzi) e via via all’indietro nel tempo fino alle crociate; alla seconda la masturbazione, gli amori clandestini, le corna (intese come tradimenti), l’omosessualità, la parità dei diritti civili e fiscali, la ricerca scientifica, l’evoluzionismo. A proposito: il papa dice che non basta a spiegare la creazione. Giusto: ma non basta nemmeno inventarsi una parola e criticare gli altri perché non la spiegano. Caro Orazio, ci son più cose in terra…

Il grande dibattito morale dei nostri tempi è stato interrotto per alcuni giorni da quello mollto più terreno del rifinanziamento della guerra in Afghanistan e altrove. Come ci hanno spiegato qualche anno fa i patriottici (oltre che fervidamente cattolici) FI e AN, il governo – e quindi il paese - aveva il dovere morale e materiale di sostenere i nostri soldati. Ma, appunto, aveva. Secoli fa, mica ieri: la politica non è come la chiesa che si ripete a macchinetta, come la messa in latino; qualche volta cambia. C’era una volta una pluridecennale amicizia per gli USA e rendeva doverosa quella scelta, perché loro ci avevano liberato preventivamente dei comunisti, ma adesso che è diventata una scelta comunista bisogna votare contro. Allo stesso modo si condanna, ma mai con parole chiare (meglio i sottintesi, che purtroppo da noi sono le vere notizie), la liberazione del giornalista Mastrogiacomo perché è avvenuta, contrariamente a tutti i casi precedenti, all’insaputa della bella Condy e dei suoi sette ambasciatori, che evidentemente non perdono il loro tempo a leggere i giornali italiani. Come la morale e la religione, anche la coerenza è elastica. Di che cosa allora accuseranno Gino Strada, oltre che di essere fiancheggiatore dei terroristi? Qualcosa troveranno, perché la storia è infinita e sempre uguale.

(«Cineforum», n.464, maggio 2007)

 

Ma…

Serena Dandini e Fabio Fazio sono simpatici, spesso divertenti e hanno tutti il pregio di circondarsi di partners giusti: Vergassola e la Banda Osiris, oltre ai monologhi di Ascanio Celestini, in Parla con me, Paolo Rossi e Luciana Littizzetto (che sono molto meglio di Paolo Brosio o un architetto giapponese) in Che tempo che fa. Ma… ma perché non fanno altro che interrompere i loro ospiti? Perché i cameramen riservano loro una dose spesso prevalente di primi piani, inquadrandoli anche quando parla l’ospite? E perché ridono continuamente? Soprattutto la Dandini, che qualche sera è davvero insopportabile, ma anche Fazio non scherza, al punto di non riuscire a trattenere le lacrime – e non solo per ospitale piaggeria – proprio come Giorgio Panariello, che non sa dire tre parole in fila senza sogghignare della propria arguzia. O, se preferite, come Gene Gnocchi ed Enrico Mentana.

E’ difficile essere sempre spiritosi e non c’è niente di più patetico di uno che racconti una barzelletta cominciando lui a ridere per primo - un po’ come Berlusconi che addirittura si risveglia ridendo tutte le mattine - così che uno si aspetta chissà che cosa, si ritrova spiazzato e pensa di essersi perso il lato davvero divertente della cosa. L’auto-risata è una copertina che rischia di essere imbarazzante e non denota senso dell’humour, ma solo la sua voglia – e quindi la sua mancanza.

Forse anche Simona Ventura, che piace tanto a Del Noce, è simpatica, o almeno disinvolta (conduce una trasmissione che dovrebbe essere sul calcio, di cui sa poco o niente, tanto sapere di che si parla da noi è un optional), ma… ma è troppa: troppe tette, troppi vestiti inadatti alla sua età, troppi denti, spesso troppo trucco, e comunque troppo presente. Se è vero che è difficile far bene una cosa, figuriamoci tante (se ne sono accorti persino i dirigenti RAI). E poi figuriamoci: un programma che s’intitola Colpo di genio! Non funzionerebbe nemmeno su Mediaset, al cui tenutario si è ispirato Sarkozy (l’abbiamo trovato citato su tutti i giornali).

Forse anche Daria Bignardi è simpatica, o almeno si sforza di interpretare la parte della simpatica, ma… ma le sue domande e osservazioni, più che impertinenti come vorrebbero essere, sono spesso acide e rivelano, come in tutti gli altri casi, il grande peccato della tv italiana: la voglia di strafare.

Prendete Neri Marcorè: è simpatico, ottimo nelle imitazioni (memorabile il suo Gasparri d’antan) e se la cava anche bene in Per un pugno di libri, ma… ma pesa su di lui il ricordo di quella fiction su Papa Luciani con quei dialoghi melassa-style che avrebbero spaventato anche Laurence Olivier. Chissà, forse per una fiction su Benedetto XVI chiameranno Kranz (ma sì, accontentiamoci, altrimenti accusano anche me e il direttore di terrorismo).

Tutti sono convinti che basti esibirsi con un cartello (metaforico, ovviamente) con la scritta IO SONO SIMPATICO oppure IO SONO DIVERTENTE o magari IO SONO BRAVO oppure INTELLIGENTE perché il pubblico debba crederci e prenderli per tali. Tanto più se la troupe è lì apposta per dar loro il massimo risalto. Ma… ma dove sta scritto che il narcisismo sia la qualità più importante per un presentatore o, ancor peggio, per un comico? Forse nel nostro pressapochismo, nella nostra abilità di scegliere sempre la strada più semplice, nel dare per scontato il proprio posto e il diritto divino a ricoprirlo. Come i grandi manager e i politici che guadagnano quello che guadagnano e fanno quello che fanno (stipendi e pensioni di cui meritano sì e no un 10% o addirittura una lettera di licenziamento, senza TFR: qualunquismo? Sì, forse, ma…).

Prendete anche Michele Santoro: difficile dire che sia proprio simpatico, ma… ma sa mettere in piedi Anno Zero con argomenti puntuali e la tanto declamata «faziosità», sa scegliere i collaboratori (1° Travaglio, 2° Vauro), ma… ma anche lui non sa resistere al proprio fascino e con lui i cameramen che lo inquadrano pensoso e attento, come se fosse un imitatore, non comico, di un giornalista.

Nemmeno i Vespa, i Fede, i Mentana, i Ferrara sono simpatici, ma di loro si dice, nell’ordine: 1) che è un professionista e si può permettere anche una sorta di soap opera su Cogne, con tanto di scarpone e mestolo da agitare sotto il naso degli spettatori perché si convincano che lui sì che è competente; 2) che è così naïf che gli si perdona tutto, dalle offese da strada all’infantile storpiatura dei nomi; 3) che è esuberante e light, anche se spesso è il solo a ridere delle proprie battute, a parte i laugh tracks; 4) che è intelligente e colto, quel tanto che basta per essere innamorato di se stesso e sopportare a mala pena i suoi ospiti, soprattutto quando non sono d’accordo con lui.

A proposito di giornalisti, è finalmente tornato alla ribalta l’evergreen Enzo Biagi, ma… ma in questa ventata di nostalgia qualche geniaccio ha pensato bene di infilare anche Gianfranco Funari, che piace tanto a Del Noce: insopportabile, con la sua sparata sulla bruttezza del mondo, che sottintende che lui solo vale qualcosa. E tutto perché qualche anno fa Berlusconi l’ha liquidato. Vogliamo ricordarci che c’è di peggio nel repertorio?

Ma… ma ci sono anche le sorprese positive. Per esempio, Antonio Di Pietro è indubbiamente naïf, come ha riconosciuto lui stesso, si lascia trascinare dalla foga, qualche volta commette pure delle sciocchezze (come quando si è presentato al Bagaglino o come diavolo si chiamava), si appoggia a una ideologia un po’ confusa (non più di quella dei suoi colleghi, in ogni caso), ma… ma è uno dei pochi, anzi pochissimi, a sostenere che conflitto d’interessi e falso in bilancio non sono «bagattelle» e che un governo serio non si può lasciar sfuggire l’occasione per rimetterci le mani, possibilmente pulite. Per di più si accalora nel dirlo e appare indubbiamente sincero, più di tutti quelli che si cimentano nel volemose bene, nel pappa e ciccia con la destra e con il Vaticano (oh, pardon). Tuttavia la sola reazione che ottiene sembra quella di una moglie annoiata: «Che cosa vuoi da me? Non vedi che mi sto rifacendo il trucco?»

Il trucco, già. Qualche volta c’è e non si vede, ma… ma qualche volta si vede, eccome. In Aprile è ricominciata la storia del Partito Democratico, che sarebbe una gran cosa, se si avesse un’idea di che cosa farne, oltre a cercar di vincere altre elezioni, la sola cosa chiara dell’intera faccenda, almeno per ora. Fassino ha addirittura trattenuto a stento le lacrime di commozione (come dire che, se c’è qualcuno che ride troppo, c’è anche qualcuno che piange troppo), ma… ma i lavori sono cominciati con una scissione e l’approvazione prima di Berlusconi, poi di Bossi – due fatti che la dicono lunga sullo stato dell’arte.

E qui arriva l’ultimo ma…: ma non vorrete mica venirmi a dire che ci cascano anche questa volta?

(«Cineforum», n.465, giugno 2007)

 

Il meno possibile

«Ridateci la democrazia» invocava un cartello dell’opposizione al Senato, quando un certo generale delle Guardie di Finanza veniva fatto fuori, sia pure tardivamente, non senza motivi e annesse contraddizioni, che a sinistra sembrano non mancare mai. L’appello non aveva in realtà una grande credibilità, dal momento che il bue non dovrebbe mai dare del cornuto all’asino (vogliamo parlare di Previti e di Dell’Utri, di Storace e dei brogli siciliani, del conflitto d’interessi e del falso in bilancio? Vogliamo aggiungere Gustavo Selva che si serve di un’ambulanza per correre in tv? Vedremo cosa succede con le sue dimissioni); ma quel poco di credibilità che malgrado tutto sembrava conservare era raffreddato, alla lettera, quando, il giorno seguente, Buttiglione invocava «Ridateci il gelato», scomparso dai buffet delle camere. Me lo vedo, Buttiglione, che lecca il suo gelato con l’aria di «solo io so leccarlo così bene», mentre Berlusconi dichiara che salirà al colle e chiederà la destituzione di Prodi (il prossimo inverno la scusa sarà il punch). Ormai la sinistra non può più muovere un passo che subito la destra insorge, che protesti ad esempio contro l’uso giudicato improprio delle latrine o contro le precauzioni prese durante la visita di Bush, che non ha potuto vedere Trastevere e confrontarlo con Genova e la cattedrale di Bolzaneto, quando gli aveva fatto da cicerone Fini.

Che qualcuno difenda la democrazia è bello. Così come che qualcuno denunci e documenti gli scandalosi costi della politica, per di più del tutto inadeguati ai risultati (vedi Rizzo & Stella, ma non solo). Alla sinistra si può – e si deve – rimproverare il non aver saputo cogliere il momento per qualificarsi come diversa e magari intraprendere un’opera di moralizzazione, ma non si può dimenticare che: 1) la situazione è esattamente la stessa di un anno, due, tre, quattro anni fa, e anche oltre, ma allora non faceva notizia se non per un ristretto numero di terroristi della parola (quelli che scrivono ai giornali o sul web); 2) gli interventi al riguardo sono sì competenza del governo, ma anche – e non secondariamente, viste le dimensioni del fenomeno - del parlamento, delle regioni, dei comuni, che non hanno nessuna intenzione di cambiare lo status quo, né a destra, né a sinistra, ma qualcosa più del «meno possibile» si potrebbe anche azzardare (Per chi non lo ricordasse, sono le parole che Jack Nicholson pronuncia in chiusura di Chinatown – e significano in pratica che qualunque cosa uno faccia sbaglia e produce disastri, ovvero la tragica ripetizione del passato); 3) forse non è un caso che lo scandalo scoppi adesso che governa, se mi si passa il termine, la sinistra: tutto è più facile, mica come quando c’era Berlusconi, che solo a vederlo sorridere – cioè sempre – ti si allargava il cuore.

E infatti, puntuale come una cambiale, persino il presidente degli industriali invita i politici – e il governo in particolare - a darsi una regolata, ergendosi a esorciccio del caso, ma dimentica: 1) di che pasta sono fatti certi suoi colleghi (due nomi a caso: Tanzi e Tronchetti Provera); 2) che proprio il mito della privatizzazione, di cui loro sono vessilli, ha introdotto la corrosiva legge dei manager, quella per cui «C’è un lavoro da fare? Ci sono da sistemare le ferrovie, gli aerei, i telefoni e chissà che altro? Prendiamo un manager. Ci penserà lui. Intanto l’importante è che io continui ad essere pagato come se avessi fatto io il lavoro e lui come se avesse già sistemato tutto» (in realtà Telecom ha dimostrato che almeno in un ramo delle sue attività ha funzionato bene, quello delle intercettazioni, ovviamente).

Si potrebbe chiamare “scaricabarile”, ma in realtà nessun barile viene scaricato, perché tocca sempre agli altri. Il sindaco di Bologna, Cofferati, ha applicato l’addizionale IRPEF nella sua percentuale massima; un po’ di cittadini si sono lamentati, ma lui li ha invitati a lamentarsi con il Presidente della Regione, Errani, che lo aveva già fatto prima con l’addizionale di sua spettanza. E quando Errani ha sentito parlare di tagli alle spese, ha detto che lui naturalmente è d’accordo, ma solo se l’operano prima in parlamento e al governo. Per carità, se la democrazia è questa, tenetevela.

E già che ci siamo tenetevi anche Endemol, su cui la stampa si è esercitata in quello che le viene meglio, l’apocalisse. Dunque questa Endemol possiede un sacco di programmi in fieri (sarebbe meglio dire: di brevetti o, se avete pruriti esotico-neotecnologici, di format) e molti di questi li ha a suo tempo acquistati (o affittati) persino la RAI per riempire i propri palinsesti assetati di sangue e vergogne: per esempio, tutti i reality, dal Grande Fratello all’Isola dei famosi, ma anche Che tempo che fa e la mezz’ora condotta da Lucia Annunziata. Ciò significa che, essendo Endemol stata acquistata dal solito Berlusconi, insieme a qualche membro del CdA RAI, questa stessa RAI sarebbe ora nelle mani del suddetto, molto diversamente, si sostiene, da quanto era fino a ieri. Di qui gli alti lai e le speranze che qualche Corte specializzata opponga un divieto, presumibilmente sacrosanto, ma altrettanto improbabile. In caso contrario, Dio solo sa cosa trasmetterà la RAI l’anno prossimo. Forse la grande coalizione passa per Mediaset.

Sciocchezze. Fazio, Littizzetto e Rossi potranno continuare a lavorare anche fuori dai recinti Mediaset e mettere su il loro programma, e Lucia Annunziata potrà egualmente intervistare a destra e a manca. Si tratterebbe solo di farsi venire qualche idea, che vada al di là della registrazione integrale di una Messa o di una partita di calcio - sempre che Endemol non possegga i diritti anche di questi. In realtà Endemol è un falso problema. Il problema è che la RAI dovrebbe mettere a lavorare i suoi 11.000 dipendenti, che sono pochi, e soprattutto che si facesse venire delle idee ed è chiaro che 11.000 teste non bastano. E poi perché dovrebbero fare quello che possono comprare, soprattutto con soldi non loro? Non si coltivano carote o zucchine nell’orto di casa, si va dal fruttivendolo. Soprattutto se questo poi ti regala (o anche solo ti promette) due ravanelli.

C’è una coerenza in tutto questo ed è: non fare (o far fare) a noi ciò che vorremmo fosse fatto agli/dagli altri. Il governo? Tenetevelo, finché Casini fa le bizze. Le discariche per i nostri rifiuti? Mettetevele da un’altra parte. La TAV dovrebbe contribuire, nel suo piccolo, a unirci all’Europa? Fatela in Belgio, in Danimarca, in Lituania o dove vi pare, ma non qui. Chisto è o’ paese d’o sole e dell’acqua padana (non so come si traduce in bergamasco o affini), e la TAV potrebbe inquinarla.

(«Cineforum», n.466, luglio 2007)

 

Una giornata particolare

Un giorno di metà Luglio, apparentemente come tanti altri. Sveglia alla mattina presto, per poter uscire quando il calore non è ancora torrido come ha preannunciato la tv, che quando è in arrivo una catastrofe va a nozze. Il caldo effettivamente non scherza, la città è immersa in una coltre d’afa e di smog, tanto più che migliaia di nuovi condizionatori impazzano, nuovo status symbol, optional praticamente d’obbligo nelle migliaia di nuove macchine. Un banchetto in piazza raccoglie le firme per il referendum, appongo anche la mia, senz’altra convinzione che quella per cui qualunque cosa “abrogativa” in questo paese va bene. Compro i soliti giornali, che scrivono le solite cose: Berlusconi che vuole le elezioni perché questo governo è debole, oltre che di sinistra; l’Europa che ci striglia, Padoa Schioppa che ci difende, il governo che litiga, non con l’opposizione, ma con se stesso. E’ difficile trovare qualcosa di nuovo, ma anche il vecchio non è gran che. A parte la bella mostra che la Cineteca Comunale ha dedicato a Chaplin in Sala Borsa, dove per di più c’è l’aria condizionata. Poiché però, come diceva Billy Wilder, «ogni Cenerentola ha la sua mezzanotte», in casa mi ritrovo una temperatura che oscilla da stanza a stanza fra i 28 e i 30°. Faccio una doccia e guardo l’acqua evaporare. Con un ricevitore sempre più simile a un hot dog faccio un paio di telefonate e penso che se le intercettano si ritroveranno fra le mani materiale “scottante”, ah ah. Registro un qualche film di cui potrei fare a meno, sperando che tv e recorder non fondano. Mangio qualcosa, guardando prima Beautiful, poi il Tg3, e mi appisolo: sogno qualcosa che assomiglia un po’ all’uno e un po’ all’altro e mi risveglio in un bagno di sudore (nel primo, dopo le possibilità familiar-incestuose, si vanno facendo strada anche quelle pedofile, che trovano riscontro nell’indennizzo di oltre 600 milioni di dollari che la Chiesa Cattolica deve pagare alle sue vittime californiane, ovviamente senza alcun aiuto da parte del nostro otto per mille).

Per fortuna alla sera c’è un incontro pubblico con Milena Gabanelli nei giardini vicini a casa mia: è ancora caldo, ma almeno il percorso è breve. Lo “sponsorizza” l’ASCOM (Associazione Commercianti), lo coordinano il Direttore del “Resto del Carlino” e il caporedattore di RAITRE Emilia-Romagna. Non è comunque grazie a questi due, né tanto meno al Presidente dell’ASCOM, che il dibattito si fa vivace: sembrano il gatto e la volpe, con l’aggiunta del topo; il primo parla con il distacco e la benevolente superiorità di chi sa comunque che il suo giornale vende e gli dà lo stipendio, il secondo fa il brillante e cerca di non lasciar parlare gli altri, soprattutto l’ospite (modello Marzullo: faccio una domanda e mi dò la risposta), il terzo non sa cosa dire e soprattutto non sa come dirlo.

Per fortuna Milena Gabanelli è un Pinocchio che non ci sta (le sue battute m’impediscono di paragonarla alla Fata dai capelli turchini): prende sì la distanza da Cofferati e da tutta la classe politica al potere in Italia come a Bologna, ma non accetta il gioco delle parti e non fa certo propaganda per la destra, sebbene i suoi interlocutori cerchino ogni mezzo per arrivare proprio e solo a quello (ormai a Bologna è di moda parlar male di Cofferati, in ogni occasione, come qualche anno fa è stato votarlo). Racconta la storia di Report e le sue difficoltà, ma sostiene che portare liberamente in tv i “fatti” (quelli che piacciono tanto – e tanto giustamente - anche a Travaglio) sia l’unico modo di fare giornalismo. Il pubblico è con lei, anche se qualche signora, probabile tenutaria di botteghe nel centro storico, mugugna improperi a sentir parlare di blocco del traffico. Quando le chiedono se nell’ambiente RAI ci sono pressioni e c’è qualcuno che s’inchina ai potenti, risponde che tutto sommato l’inchino è ancora una posizione dignitosa al confronto di… ecc ecc. Le risponde uno dei tanti applausi di gruppo, perché alla gente piace sentir parlar male di quelli che gestiscono il potere, come si dice. Ma penso anche che quelli che gestiscono il potere fanno di tutto per accontentare la gente, almeno in questa direzione. Il coraggio, uno non se lo può dare – dovrebbe essere il logo della nostra tv o almeno di una sua buona fetta.

Poi difende la preparazione e il lavoro (di ricerca e di elaborazione), cioè quelle cose senza le quali ogni informazione diventa gossip (forse Milena Gabanelli ha usato altri termini, ma il succo è questo). Persino il tg regionale, fatto da gente che dovrebbe parlare dei luoghi in cui vive, delle esperienze che vive, preferisce rifugiarsi nelle manifestazioni d’apparato (in cui scopri l’esistenza di un numero incredibile di associazioni e chissà chi le paga) e nelle sagre locali, più ancora adesso che è estate e i luoghi di villeggiatura sono il centro del mondo. Se queste cose accadono in Emilia-Romagna, immagino che accadano anche nelle altre regioni: grazie a Sky vedo anche il Lazio, la Lombardia, il Piemonte e la Campania e mi danno ragione. La dimensione dominante è quella che caratterizzava il cinema italiano sia durante il fascismo, sia negli anni 50, 60, ecc: è la dimensione del bozzettismo, frutto di una cultura superficiale e accomodante, in cui nulla mostra che cosa veramente succede. Il villaggio sarà globale in tutte le parti del mondo, ma qui è il mondo che si riduce a villaggio.

Qualcuno dal pubblico, pensando di farle un complimento, le chiede perché non si candida anche lei, forse a sindaco, forse a premier. La risposta ovviamente è no. Milena Gabanelli non è Un volto nella folla, il vecchio film di Kazan, né il Peter Finch di Quinto potere. Non è nemmeno Pierino, e cadono quindi nel vuoto – un vuoto quasi keatoniano nella sua icasticità, nel senso che “non ci sono parole” – le domande su Vespa, Costanzo o Feltri.

Quando me ne torno a casa, penso che dovrei sentirmi meglio, ma non è così. Vedere che anche in tv si può fare qualcosa non consola, ma deprime, perché pensi a tutto quello che non viene fatto. Anche le lenzuola sudano con me.

(«Cineforum», n.467, agosto-settembre 2007)

 

Una frase, un rigo appena

Ovvero: i grandi dibattiti dell’estate. Durano un giorno, due, tre, magari dietro lo scudo del condizionale, che non ti permette di capire se e che cosa è successo; poi il silenzio, non imbarazzato, ma sfrontato. Riflessioni? Neanche parlarne. Sembrerebbe una bestemmia. Più o meno come un decente senso della coerenza.

Per esempio, c’è la storia delle tasse e del governo che mette le mani nelle nostre tasche, la frase preferita dalla maga Tremonti, che nel prevedere le malefatte della sinistra va a gettone come un juke-box, ma è anche aiutata da una parte del governo stesso (di lotta e di governo, già). Lo schema è sempre lo stesso: la maggior parte dei servizi, tg e non, si apre con una dichiarazione di Berlusconi, oppure con un farfugliamento di Bossi, tanto perché sia chiara la prospettiva da cui affrontare il discorso; segue la risposta, altrettanto scontata e sprovveduta, di un membro del governo. Stop. Nessuno che ci documenti se e quanto è vero che le tasse sono cresciute, oppure è solo cresciuto il numero di quelli che sono stati scoperti a non pagarle; nessuno che ricordi a questi teorici del no tax che, se sono cresciute, non lo sono certo quanto i prezzi imposti dai piccoli e grandi commercianti, perché si sa, il mercato è libero e può fare quello che gli pare. In compenso il Cardinal Bertone c’invita a pagare quello che dobbiamo pagare, ma probabilmente si rivolge a Rossi e Capirossi, visto che nessuno fa cenno all’ICI sugli immobili commerciali di proprietà della Chiesa, alla cui derubricazione bipartisan hanno provveduto prima Berlusconi, poi Prodi. E infatti, mentre la UE decide di approfondire la questione, il vescovo Bagnasco si affretta a precisare che la Chiesa non gode di nessun privilegio. Ma sì, viviamo nel migliore dei mondi possibili e di che ci lamentiamo? Meglio fare come il Papa, solennemente impegnato a sfoggiare un nuovo copricapo, circolare, a tesa larga, rosso come un’aureola di sinistra, ma che non perde l’occasione di esortarci a un «siate critici nei confronti dei messaggi che vi giungono dai mass media»: che si riferisca a RAIUNO?

Poi c’è la storia degli incendi, prima nel Sud, poi in Grecia, così possiamo distrarci un po’ e pensare che tutto il mondo è paese e anche gli altri non se la passano troppo bene (basterebbe riguardarsi la saga del Padrino trasmessa dai RAITRE oppure la prima stagione dei Sopranos tramessa da Cult per rendersene conto). Quasi di sfuggita viene accennato al fatto che comuni, province e regioni che non hanno mai rispettato le leggi contro il degrado ambientale oppure contro la mafia e consimili chiedono un intervento eccezionale dello Stato. Proprio come la cassa integrazione dopo il fallimento di imprese e imprenditori che, comunque sia e qualunque risentimento esprima Montezemolo, cascano sempre a sedere.

Quindi lo scandalo dell’invito bossiano non solo all’obiezione fiscale, ma addirittura ai fucili (una metafora? Ma l’unica che viene il mente, e non a caso, è il pene) e la conseguente e incisiva richiesta di Fassino a che Berlusconi ne prenda le distanze. Come no? Ma lo sanno tutti che il suo compare è stato, come sempre, un po’ folcloristico. Come quando accusa Marini di essere solo un «cadavere»: ha parlato l’immagine della salute, fisica e mentale! Ci si può aspettare altro da un paese-tv che in due giorni dimentica non solo l’orgia cui ha preso parte un onorevole che non riusciva più a star lontano dalla moglie – e sin qui passi - ma soprattutto la richiesta di un suo co-équipier di una sorta d’indennità di lontananza o di astinenza? Eh, già, I nostri onorevoli hanno gli stipendi più alti d’Europa, ma si sa che i latini sono tanto più focosi. Chi se ne frega dei finlandesi o degli svedesi? Solo noi italiani ce l’abbiamo duro (questa volta senza metafore), la carne è carne e la natura vuole il suo sfogo – ovviamente a spese dei contribuenti. E che sia sesso naturale, cioè etero, altrimenti il vicesindaco di Treviso Gentilini invoca pulizia etnica contro i gay (se vale il principio usato per i lavavetri, cioè il «ti sego in due», sarebbe utile sapere quale parte vuole tenere, perché un rifiuto è sempre figlio d’una rimozione e dire «sego» invece che «spiezzo» ha un senso preciso). Negli USA il senatore repubblicano Craig viene “dimesso” per aver contattato un marchettaro in un cesso dell’aeroporto dopo aver a lungo tuonato contro l’omosessualità. Il pulpito e la predica, come sempre. Solo che ogni tanto i pulpiti, marcescenti per gli anni, crollano, mentre le prediche restano.

A proposito di pulpiti: alcuni sindaci di città tradizionalmente rosse invocano poteri di polizia e intanto danno la caccia, più a parole che nei fatti, ai lavavetri. Si scatena un nuovo dibattito, che, tramite Cofferati, tira in ballo gli sceriffi del vecchio western, ma si trascura un fatto secondario: che coi lavavetri invadenti possiamo cavarcela anche da soli, mentre con i piani regolatori, gli sperperi, la nettezza urbana (che adesso si chiama, più giustamente, rimozione rifiuti), i trasporti che non trasportano, persino i ricattatori affitti in nero – no, a queste cose dovrebbero pensarci loro. La soluzione è tanto ovvia che l’ha sostenuta persino Casini.

Per fortuna, dirà qualcuno, ci sono i giornali. Sì, quelli le cui prime pagine sono state occupate – anche qui per un paio di giorni – dalla più grande notizia del secolo: la Confindustria vuole espellere i soci che pagano il “pizzo”. Finalmente! Nessuno ci aveva pensato. Basta controllare le dichiarazioni dei redditi delle imprese per dire “questo non lo paga, questo sì, vedi, è riportato al rigo XYZ, e allora via, espelliamolo”. Montezemolo for President? Auguri.

Infine è esploso il caso Grillo, con tre proposte decisamente radicali, ma per 2/3 sacrosante. Commento d’obbligo e già sfruttato: se i nostri politici fanno ridere, che siano i comici a insegnarci la politica. Commento telecomandato, rituale e liquidatorio: mah, vedremo, farà la fine dei girotondi, non diventerà un “movimento”, è qualunquista e populista, ecc ecc. E poi guai a parlare (soprattutto male) di Biagi e della legge cui tutti danno il suo nome, anche se ci sarà una ragione se non l’ha firmata. Ma l’approssimazione linguistica non ha confini, né per i politici, né per i giornalisti. E comunque non si parla male di Garibaldi, che lo meriti o meno.

Dulcis in fundo: la crisi delle borse. Ma qui quasi tutti hanno glissato senza nemmeno un minuto di bla-bla, rifugiandosi nelle cifre giornaliere e senza mai spiegare perché mai, se un impiegato USA non paga il mutuo della casa, dobbiamo rimetterci noi, che abbiamo già tutti i problemi possibili per la nostra casa. Troppo difficile? C’è spazio per chiedere un’indennità di difficoltà anche per i giornalisti?

(«Cineforum», n.468, ottobre 2007)

 

V

Fra settembre e ottobre il “caso Grillo” ha attraversato tutti i media come se avesse sollevato problemi fino allora sconosciuti o quasi, il che suscita qualche sospetto o almeno qualche ipotesi:

1) la frequenza con cui gli scandali della cosiddetta antipolitica emergono, e con quale furore, quando il governo è nelle mani, alquanto tremolanti per la verità, della sinistra (non è che prima non ne parlasse nessuno, ma le voci erano assai più flebili) non è solo un caso, ma la logica conseguenza di un progressivo e avviato raffreddamento delle urne;

2) la sinistra è più tollerante della destra (tranne che al proprio interno), tutti se ne approfittano e in breve diventa una moda;

3) l’operazione fa parte, magari senza che gli operatori se ne rendano conto, di un disegno di berlusconizzazione che «i suoi danni li ha già fatti» e continua a farcene pagare il prezzo;

4) in un mondo segnato da una politica comunque debole come la nostra, ma non solo la nostra, chiunque può da un giorno all’altro diventare un capo (il caso, assai meno divertente, di Berlusconi l’ha già dimostrato) o fondare un partito (come sopra, con tante aggiunte, da Bossi a Dini, a Rotondi e via dicendo); e la strada è sempre la stessa, ovvero ripetere che tutta la politica è marcia, che il più pulito ha la rogna e altri luoghi comuni della nostra illustre tradizione democratica.

Che Beppe Grillo abbia ragione in più punti è fuori discussione, così come il fatto che si sia trattato di una provocazione, per altro segnata da un successo ampio e istantaneo su cui le nostre tv hanno costruito un loro palinsesto temporaneo. Era già successo ai tempi dei girotondi e di Nanni Moretti, solo che quest’ultimo aveva avuto il buon senso di farsi da parte e girare un film, non si era imbarcato in un’avventura tanto narcisistica, proprio lui, da sempre accusato di narcisismo. Certo, la scossa è stata violenta, anche perché affidata a un linguaggio popolare (una volta si diceva triviale), esecrato da tutti i benpensanti (come se “vaffa” non facesse parte del nostro eloquio quotidiano; sì, ma i politici non devono parlare così, non devono dire parolacce, non devono essere volgari; già, ma i Bossi, i Calderoli, dove li mettiamo? E vabbé, ma quelli sono solo un po’ rozzi e quello che conta sono le idee che stanno sotto le parolacce. Già.) In ogni caso resta il fatto che l’insulto e la volgarità colpiscono assai di più di ogni ragionamento e riflessione: favoriscono la nostra cultura dell’indistinzione e delle ideologie tifoidi (se si tiene per l’uno è solo per dare le colpe all’altro e via dicendo: è più facile e a dare la colpa alla sinistra sono capaci tutti). In questa prospettiva internet, più della tv, diventa la nuova vox populi, in cui finalmente tutti sono uguali, ovvero non contano niente (qualcuno nell’ultima edizione di Ring ha sostenuto che i blog sono la dimostrazione che tutti possono diventare “critici”, senza porsi la questione così poco democratica del confine fra una riflessione argomentata e il chiacchiericcio da bar o, ancor peggio, senza porsi problemi, ancora meno democratici, di sintassi, grammatica o altre manie da turris eburnea del genere).

Comunque sia, una scossa ogni tanto fa bene. Non saranno rivoluzioni culturali, ma qualcosa cambiano: mettono paura, anche se per breve tempo. Naturalmente la reazione più frequente e irritata è l’accusa di qualunquismo e il ritornello per cui «la critica deve essere costruttiva, bla bla bla» - che è un altro modo di dire più o meno: se non aderite a un partito tacete. In ogni modo come si fa a chiedere a un comico di spiegare “costruttivamente” una propria gag o una barzelletta? E qui sta appunto il limite di Grillo, che qualche volta si dimentica di essere un comico e si traveste da profeta.

Una mia amica sostiene che la prossima volta si dovrebbe sì andare a votare, ma solo scheda bianca, perché così i responsabili dello sfacelo, a destra come a sinistra, potrebbero capire. Personalmente sarei anche d’accordo (in un accesso per me nuovo di ottimismo), ma non sono disposto a favorire, anche con un solo voto, altri cinque anni di malgoverno fotzaitaliota o udicì o aenne-leghista. D’altro canto non mi va nemmeno di ritrovarmi fra i piedi un Mastella, tanto per fare un nome a caso, che non è un semplice capro espiatorio, come lui stesso si definisce e come lo definiscono altri non meno immeritevoli compagni di cordata che, così facendo, ottengono almeno il risultato di deviare l’attenzione da sé e mettersi al riparo. Ma non ce n’è bisogno, perché Mastella non è Malaussène, è un capro attivo, al punto da mettere in giro la voce di un ritorno del terrorismo solo perché qualcuno ce l’ha con lui. Abbiamo toccato il fondo, ma non ci ha portato fortuna.

D’altra parte i partiti sono un mostro sacro e se ci si aspetta che siano loro e il parlamento a decretare la propria fine, o almeno un proprio sensibile ridimensionamento, si aspetta un pezzo. Le proposte emerse nel tentativo di rappezzare un vestito lacero in più punti sono solo un flatus vocis senza convinzione o, meglio, con la convinzione che non se ne farà niente, né bipartisan (figurarsi!), né monopartisan; si aspetta almeno il tempo necessario a che la gente (l’audience) dimentichi.

Ogni giorno che passa cresce in me l’ammirazione per Romano Prodi, che non può concedersi il lusso di osservare queste cose con derisione dall’esterno, ma continua a viverle, apparentemente imperterrito, dall’interno. Non a caso nella prima delle “nuove” puntate di Porta a porta ci ha sbattuto in faccia una sgradevole anche se arcinota verità: che se la politica è corrotta, il paese non è meglio. Sarebbe dunque 1 a 1, ma non cambia. Davvero crediamo che, se i politici dessero il buon esempio, il nostro senso dell’etica cambierebbe? Manca purtroppo nella nostra storia ogni controprova. Il guaio è che così non se ne esce e la lettera V continua non a ricordare un romanzo di Thomas Pynchon, né tanto meno una qualunque vittoria, ma solo l’invito di Grillo. Grazie, ma ci siamo già andati da un pezzo.

(«Cineforum», n.469, novembre 2007)

 

Jekyll contro Dracula

La televisione saprebbe anche essere una buona fonte d’informazioni, ma, perché ciò accada, è necessario che il destinatario possegga da un lato una memoria di ferro (o un registratore perennemente in funzione su tanti canali) e/o dall’altro una fortuna che gli permetta di capitare al momento giusto sul canale giusto. Per esempio, in una puntata di Matrix verso la fine di ottobre abbiamo sentito, malgrado le insistenti interruzioni di La Russa, Di Pietro spiegarci a modo suo che il governo di cui fa parte è veramente democratico, perché tutti insieme discutono e alla fine se qualcuno non è d’accordo, pazienza: si adegua, come fanno lui e tutti quelli dell’Italia dei Valori. Belle parole: tracciano un confine netto con il neo-fascismo di denaro e di potere, dove uno decide e gli altri obbediscono (naturalmente non è questa la sola caratteristica che spinge a parlare, seppure impropriamente, di fascismo, ma certo è la più evidente). Eppure il giorno dopo – non una settimana o un mese dopo, ma ripeto: un giorno – durante il voto al Senato lo stesso Di Pietro vota contro il governo, per di più su due punti. Che cos’è successo? Non lo hanno informato? Pensava forse che durante la notte tutto fosse cambiato? Oppure per lui la notte continuava ancora e non si era del tutto svegliato? Oppure per una intrinseca difficoltà a distinguere la destra e la sinistra, visto che il Masaniello di «paglia e fieno» non c’è più? O ancora, per citare uno di quei proverbi popolari che gli piacciono tanto, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Propendo per l’ultima che ho detto, tanto più che una delle questioni in ballo era il ponte sullo stretto. Sì, lo stesso che, nella sua affannosa rincorsa a Berlusconi di qualche anno fa, Rutelli aveva disperatamente e improvvidamente lanciato come parte del suo programma elettorale. Certo, in questo caso di tempo ne è passato un po’ di più e uno potrebbe anche aver cambiato idea, per esempio parlando con Mario Tozzi oppure leggendo qualche giornale informato.

Casi del genere sono all’ordine del giorno: non c’è un solo portavoce dell’opposizione (e sono tanti) che si ricordi pubblicamente di ciò che ha detto e fatto solo due anni fa; e non c’è un solo membro del governo, o quasi, che ricordi di aver preso un impegno di collegialità che giorno dopo giorno viene contraddetto; ma sono pochi anche i giornalisti, soprattutto televisivi, che mettano a confronto quel dire e quel fare, non per accanimento, che è sempre di moda, ma solo perché quelli sono fatti, anche quando sono parole (come impegno, promessa, linea, ecc). Al riguardo Berlusconi è sempre stato e resta l’esempio più chiaro, se non proprio più luminoso (come ha dimostrato ancora una volta in occasione della morte di Enzo Biagi: mancava solo che dicesse di non sapere neppure chi era): ci si potrebbe scrivere più d’un libro e in realtà c’è chi lo ha fatto. Anche per questo spiace molto vedere Marco Travaglio, autore del bel La scomparsa dei fatti, cadere nel vezzo dei colleghi che critica tanto duramente, oltre che giustamente, e recitare la parte del comico sarcastico, come da un po’ di tempo sta facendo in Anno Zero o sull’Unità. Il Mastella-scudo non basta a giustificare qualsiasi caduta di stile e di serietà (intesa nel senso più profondo del termine, che comprende anche la forza del comico, ma solo quando c’è: se non si ride delle contraddizioni ma ci si crogiola nella propria verità, è finita).

Di una cosa bisogna tuttavia rallegrarsi, si fa per dire, cioè della totale postmodernità di questa doppiezza: i fatidici confini che separavano i dottor Jekyll dai loro mister Hyde sono caduti e nessuno nota più la differenza. Hyde non è più un mostro che esplode dall’interno, come nelle classiche versioni di Stevenson o dello schermo o nel più vicino Mary Reilly di Frears; non rovescia nemmeno più la sua mostruosità in bellezza e fascino perverso, come in Le folli notti del dottor Jerryll o nell’interessante Jekyll trasmesso da Canal Jimmy[1]; non è stata una caduta violenta come quella del muro di Berlino, ma una perdita strisciante, quasi impercettibile. Probabilmente non è stata nemmeno una caduta, ma ci siamo solo resi conto della materia di cui sono fatte falsità e ipocrisia (che sono molto peggio dell’incoerenza: quest’ultima ha almeno la giustificazione del lasso di tempo nel quale un’idea può lasciare spazio a un’altra). In ogni caso – e qui non possiamo più rallegrarci – tanta informazione nasconde questa doppiezza, dimenticando o fingendo di dimenticare (che cosa è peggio?) la faccia simil Hyde a favore di quella simil Jekyll.

Fatto sta che l’intero paese è coinvolto da questa indifferenziazione e non dovremmo meravigliarci se domani – o anche oggi - qualcuno sostenesse che nessun italiano si macchierebbe di delitti rumenian style (e, nel caso lo facesse, sarebbe sempre un italiano, cioè non conterebbe nelle statistiche, perché noi siamo di un’altra categoria); se un pensionato picchiasse la sua badante rumena, che usa pagandola poco e in nero, che per lei è già anche troppo; se un giovane benestante violentasse la sua prostituta rumena perché non ha fatto giornata; se un piccolo imprenditore facesse lavorare, ancora in nero e senza protezioni, degli immigrati rumeni oppure parlasse male della criminalità organizzata cui versa doverosamente il pizzo quotidiano (si veda Saviano); se un ex-militare con annesso arsenale in casa sparasse ai passanti (i casi sono quattro: 1. ha antenati rumeni; 2. il suo fucile è fabbricato in Romania: 3. i passanti sono rumeni; 4. copia dagli americani che a loro volta hanno copiato dai rumeni); se un prefetto decidesse di applicare a tutti gli italiani che delinquono o non hanno mezzi di sussistenza la stessa legge che gli è chiesto di applicare ai rumeni; se un illuminato uomo politico dicesse che non possiamo aspettarci niente di buono da un paese che ha la sua figura più rappresentativa in Dracula. Ognuno ha i suoi miti e il campo dell’horror è vastissimo.

(«Cineforum», n.470, dicembre 2007)

 

[1] Si tratta di una series tv in sei puntate realizzata nel 2007 dalla BBC, con la regia di Tom Jackman; a tratti è un po’ criptica, ma gioca su un’ottima interpretazione di James Nesbitt, sull’idea, non nuova in sé ma efficace, di un Hyde più “avvenente” del grigio Jekyll e soprattutto sulla diversa distribuzione della memoria: il primo, infatti, sa tutto del secondo, mentre questi ignora le malefatte dell’altro; un contesto industrial-politico mette infine in evidenza la globalità della doppiezza e la perdita dei confini, geografici e psichici, contro la quale nulla possono le moderne tecnologie (ragistrazioni, ecc), perché nessun controllo può eliminare quella doppiezza.