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TV 2005

Saggio sulla lucidità

Come tutti sanno, l’Italia è un paese di santi, poeti e navigatori, ma i primi sono decisamente i più rari, perché si può essere cattivi poeti o cattivi navigatori, ma è più difficile, a quanto ci raccontano gli agiografi, essere cattivi santi, ed è questa la ragione che mi spinge a proporre, tenendo presente l’ordine di apparizione sugli schermi più che l’importanza, in sé sempre discutibile, un elenco di candidati di cui credo siano tanto chiari quanto spesso misconosciuti i meriti televisivi e che hanno accompagnato, per non dire guidato, la nostra storia nel mese di novembre e dicembre dell’anno appena conclusosi nel segno del celebre detto popolare per cui Anno bisesto, anno funesto. Mi scuso per la convoluzione del periodo, ma ho appena letto l’ultimo Saramago, che non è un saggio, ma un romanzo e forse per questo più agghiacciante nel parlare di un mondo che potrebbe essere, anzi che è, dall’inizio alla fine, dalla rassegnazione alla speranza e da questa alla disperazione, il nostro mondo.

Il caso vuole che la cronologia coincida con la tradizione, per non dire legge, dell’ubi maior, e che quindi si debba cominciare con l’in altri tempi ineffabile e saccente ministro Buttiglione, la cui promozione in Europa, giuntagli, a sentir lui, tanto inaspettata quanto meritata, è stata nel giro di pochi giorni seguita da un’oltraggiosa ricusazione, solo in parte attenuata dalla bagarre, o crociata, come qualcuno ha voluto pomposamente chiamarla, scatenata da Ferrara e Pera, per i quali sarebbe in atto un dilagante complotto anticristiano, che non lesina i colpi bassi e al quale non sempre si riesce a rispondere con il fair play del Buttiglione quando ha alluso alla presunta massoneria dell’erede Frattini, sempre in nome degli interessi europei.

Subito dopo tocca al martire per eccellenza di questi anni, il povero mister B, costretto, ma solo temporaneamente, ad arrendersi all’impossibilità, sostenuta sia dal suo ministro Siniscalco che dal camerata Fini, di abbassare “ulteriormente” le tasse, perché a sentir lui le avrebbe già abbassate, come può constatare chiunque non sia faziosamente di sinistra, come Enrico Mentana, licenziato dalla direzione del TG5, avvenimento per il quale è vero che la sinistra non è insorta, cosa che farebbe pensare a una certa acquisita maturità, ma è anche vero che è stata tentata dal farlo, cosa che ottimisticamente può essere valutata come occulta strategia, ma che per i più pessimisti dimostrerebbe una consueta o rinnovata immaturità, col risultato di lasciare alla moglie dello stesso Mentana, in una puntata di Markette del parzialmente risorto Chiambretti, l’onere di ristabilire la giusta dimensione di un avvenimento che pone il Chicco nazionale in testa alla graduatoria del martirio di cui ci stiamo occupando, quanto meno alla pari col ministro Giovanardi, di cui non si finisce mai di constatare la facilità d’eloquio e il luminoso sorriso, oppure con Fini, chiamato ad ingoiare l’amaro calice di una promozione agli esteri, per la serie Facciamoci pur sempre riconoscere, o con Follini alle prese con quello della vicepresidenza, entrambi questi ultimi due costretti con grande spirito di sacrificio ad immolarsi sull’altare del superiore interesse del paese, e se non hanno diritto questi quanto meno alla beatificazione, non saprei davvero chi altri suggerire. Si potrebbe avanzare la candidatura di Loredana Lecciso, una ragazza tutta acqua e sapone, fine e discreta come poche, con una vasta esperienza di tv che la fa assomigliare alla Nicole Kidman di Da morire, e che, malgrado si sia sorbita Al Bano per un paio d’anni, si vede costretta ad abbandonare Domenica In in nome della qualità della trasmissione e dell’intera rete, candidatura sostenuta dal fatto che non ci sono altri argomenti di cui occuparsi e persino la guerra in Iraq, orba dei trionfi televisivi di un mese prima, pur essendo ancora in corso e annoverando i soliti morti, scivola in un ovattato silenzio. A ristabilire la prevalenza del politico, come la si chiama da più parti fingendo di dimenticare che essa non è mai mancata nella storia della nostra tv, sono arrivate prima l’assoluzione di mister B da una pluriennale persecuzione da parte della magistratura con il riconoscimento di quelle attenuanti generiche che, come è noto, vengono sempre riconosciute di fronte a una provata innocenza, poi la condanna di Dell’Utri a nove anni di reclusione, cui si deve aggiungere, classica beffa da sommare al danno, la privazione dell’ennesimo quarto d’ora di notorietà ancora una volta a favore del suo compare di merende.

Ma forse i più degni di assurgere all’olimpo dei martiri, e non a quello più pertinente dei poeti, sono i giornalisti invitati dal Presidente Ciampi a tener dritta la schiena, Come se fosse facile, caro Presidente, tenerla dritta quando l’oggetto della reverenza è situato a meno di un metro dal suolo e come se tutti potessero godere d’una poltrona cui appoggiarsi, privilegio riservato, senza che questo diminuisca i loro meriti, ai consiglieri RAI, costretti da mesi e mesi a lavorare senza presidente, e infine come se con la libertà d’informazione che ci troviamo si possa scegliere di dare o non dare una notizia e di cedere o non cedere alle pressioni, quando è noto a tutti che i veri giornalisti, di cui l’esempio più fulgido rimane incontestabilmente Bruno Vespa, si riconoscono dal fatto che cedono, come i mercenari, con una coerenza che nessun richiamo, nemmeno quello di Casini, potrebbe corrompere.

Non può mancare all’elenco il nome di Previti, che ogni qualche mese rispunta dall’ombra in cui lo ha gettato una vita di sacrifici, come ci ricorda pervicacemente il Parlamento approfittando di qualsiasi legge per infilarvi un emendamento che preservi il suddetto da ulteriori ingiurie e ostacoli sulla via dell’impunità, né più né meno come Galliani, che solo alcuni facinorosi, dello stesso stampo degli ultras, solo un po’ più ricchi, insistono nel voler colpire con la storia del conflitto d’interessi, problema quanto pochi altri lontano dal DNA nazionale e di impossibile risoluzione, sia sul piano parlamentare che su quello calcistico, perché rischieremmo di ritrovarci con un campionato un po’ più serio, Juventus permettendo, o con la caduta del potere inteso come privilegio riservato a pochi intimi, cosa che in fondo nessuno vuole, né a destra né a sinistra, né a quel nuovo vecchio centro che qualcuno, di cui per ragioni di spazio non si possono qui fare i nomi, cerca di resuscitare con una rianimazione tongue in cheek. Ma in un paese in cui, la notte di Natale, la tv trasmette uno spot pubblicitario che inizia con La storia Parmalat continua, testuali parole, in cui i turisti continuano a partire per le terre colpite dallo tsunami, sacrificandosi per portarvi un po’ di denaro, leggi non rimetterci l’anticipo, in un paese così il popolo intero potrebbe votare scheda bianca o, con altrettanta lucidità, spegnere la tv, le due rivoluzioni oggi ancora possibili, ma niente più niente al mondo, come dice Carlotto, servirebbe a mettere a posto le cose. Nemmeno un treppiedi in testa, d’altra parte, anzi, fa venir fuori il meglio da noi.

(«Cineforum», n.441, gennaio-febbraio 2005)

 

Zapping

Informazione o piaggeria? Realtà o finzione? Stupidità o calcolo? Efficienza o narcisismo? Arroganza o incapacità? Tutta la tv oscilla continuamente fra due poli e, come se non bastasse, nessuno dei due esclude l’altro. La confusione non aiuta uno spettatore sonnacchioso a capire se quello che sta guardando è proprio la tv oppure un’allucinazione.

Per l’ennesima volta RAISAT trasmette My Fair Lady in versione doppiata, canzoni comprese. Zap. In abito da sera o in sottoveste, non si capisce bene, Paola Ferrari rivolge un ampio sorriso alla telecamera e una domanda a Giorgio Tosatti, del genere: “La squadra X ha perso? Significa che qualcosa non funziona?”, poi sorride compiaciuta come quelle attrici che in musical si appoggiano al pianoforte quando canta Sinatra; Tosatti impiega circa tre minuti per rispondere qualcosa che potrebbe, dopo altrettanto lunga esegesi, essere interpretato come un “Sì” (Domenica Sport). Zap. Prodi e Rutelli litigano, poi si abbracciano. Zap. Formigoni e Maroni litigano, sia pure per interposte persone, poi si abbracciano sfregandosi le guance non rasate. Zap. Fede sorride e fa lo spiritoso nel suo tg (chiamiamolo pure così). Zap. A Porta a porta, malgrado i rimbrotti di Feltri, il ministro Sirchia lancia la campagna contro il fumo estesa dai ristoranti alle automobili, l’alcol, il caffè, le seghe (che fanno diventare ciechi), i letti a due piazze (dove la fecondazione non è assistita) e i medicinali (che vecchi e malati si sbrighino a morire, così lo stato risparmia). Zap. Un inopinatamente risorto Jerry Calà (Starflash) si trattiene una volta dal ridere a una propria battuta (chiamiamola pure così). Zap. Antonella Clerici vince il Cucchiaio di bronzo per la sua faccia e fissa il monitor ripetendosi che è tanto bella e controllando il trucco come una qualunque Lecciso (Il ristorante). Zap. L’ex sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca, amico di Casini, viene proposto da questi come elemento super partes per l’Authority (OK, il prezzo è giusto). Zap. Anna La Rosa vince il Cucchiaio di bronzo per la sua faccia e fissa il monitor, ripetendosi che è tanto bella e controllando il trucco come una qualunque Lecciso (Telecamere). Zap. Buttiglione fa una rapida apparizione a Un posto al sole. Zap. Bondi accusa i comunisti di essere responsabili del calo demografico, perché i bambini nascono, ma poi quelli li mangiano (Studio aperto). Zap. Sky Classics trasmette un film col mascherino giusto. Zap. Mister B ostenta un cerotto da Prima Guerra Mondiale sotto una capigliatura che i suoi lacché gli hanno garantito essere credibile e lui ci crede (Verissimo). Zap. La grande storia ci racconta del figlio respinto di Mussolini, morto (diciamo pure così) in un carcere psichiatrico, una storia degna dei Borgia e del Dumas di La maschera di ferro più che del maggiore statista del secolo, scorso e attuale. Zap. Prodi sorride come se tutto andasse come deve andare, poi si arrabbia perché gli rimproverano di volere garanzie (Primo piano). Zap. Vendola dice di essere stato scelto alle primarie di Puglia perché la gente ha visto in lui “una persona vera” (Tg3). Zap. Rutelli sorride e scherza con Tremonti che si diverte un mondo e dice che bisogna smettere di dare la colpa agli altri (Ballarò). Zap. Galliani si dichiara pronto a fare il presidente anche della Juventus, perché è la più amata dagli (arbitri) italiani e perché così, dice, risolverebbe quel conflitto d’interessi che ha sempre negato (Tutto in famiglia). Zap. Maroni viene aggredito da alcune inviate di Antonio Ricci e salvato dalle guardie del corpo (Striscia la notizia). Zap. Le ferrovie non funzionano, la mafia invece sì (Report), ma guai a dirlo perché, se si sparge la voce, magari in Sicilia non votano per la CdL. Zap. A richiesta di Cuffaro in Punto e a capo viene annunciato un reality show di riparazione, L’isola dei mafiosi (facile ma verosimile). Zap. Siniscalco propone di fare del pizzo una voce IRPEF per risanare bilancio ed elezioni (Ultima razzia). Zap. Galliani promette di far disputare il prossimo campionato di calcio negli studi televisivi, ovviamente Mediaset: vi prenderanno parte Juve, Milan e Inter, perché qualcuno deve pur arrivare terzo (L’eredità). Zap. Tale Federica Ridolfi (Quelli che il calcio) agita il corpo senza curarsi della musica, ma in realtà non fa che togliersi i capelli che gli ondeggiamenti scomposti le fanno ricadere sul volto: viene soppressa perché ne ha troppi, di capelli, e alla satira ci deve essere un limite (chi si crede di essere? Paolo Rossi?) Zap. Del Noce ride soddisfatto e divertito in tutte le trasmissioni alle quali è spontaneamente invitato (Ballando con le star, ecc). Zap. Simona Ventura conduce con la consueta grazia un gioco, ecco, incomprensibile, assolutamente, che si chiama, insomma, Le tre scimmiette e rischia gli strali della censura perché il titolo è allusivo e autoreferenziale. Zap. RAISAT trasmette un film in orario perfetto. Zap. In Tele-fai da te Costanzo si arrabbia perché in RAI prendono in giro la sua signora (diciamo pure così): anche in questo caso è prevista una trasmissione di riparazione per lesa maestà. Zap, zap, zap. Tutti i tg mostrano mister B mentre da qualche parte, anche lui invitato spontaneamente, dice che una vittoria delle sinistre porterà al paese “miseria, terrore e morte”, con annessa dichiarazione di fraintendimento il giorno dopo e successiva riconferma, così sono contenti tutti. Zap. Poi, per non essere da meno, rilancia l’idea del nucleare, che abbasserà i costi dell’energia, come sta già facendo l’euro forte con il petrolio (Occhio alla spesa). Zap. Per le primarie della sinistra si ricorrerà al televoto, mentre ci sono problemi per la giuria di qualità, che notoriamente manca: per fortuna si candida Montezemolo, cantando Bandiera rossa a cavallo della nuova Ferrari (Al posto tuo). Zap. Per par condicio e per la cena cui è stata invitata insieme alla solita Lecciso, Mara Venier vende una puntata di Domenica In a mister B: o hanno mangiato poco (che ne avrebbero bisogno) o era solo l’antipasto e il resto verrà o è già venuto. Zap zap zap. Quasi tutti i tg si preoccupano di dichiarare che il militare italiano, Simone Cola, è stato ucciso da una pallottola vagante e casuale, perché non si pensi che la guerra in Iraq non è finita. Zap. Sulle autostrade il traffico si blocca per la neve, ma Lunardi dichiara che lui è solo il ministro dei trasporti e non gliene frega niente delle strade. Zap. Mister B invita gli italiani ad andare a piedi, non prendere medicine e soprattutto non rompere le palle. Zap. Arriva il giorno della memoria e il ministro Fini si gode la sua luminosa giornata di antifascista. Zap. Mister B dichiara alla nazione che Forza Italia ha vinto le elezioni in Iraq. Zap.

Non c’è che dire: l’anno è cominciato proprio bene. Come dice giustamente De Marinis (Film Tv), Sirchia ci protegge magari dal fumo passivo, ma chi ci proteggerà dalla stupidità passiva? Ma volete mettere un cancro ai polmoni con l’ebefrenia avvolgente del telecomando?

(«Cineforum», n.442, Marzo 2005)

 

Memento (audere semper?)

La tv di febbraio ha celebrato il «giorno del ricordo» dedicando alla tragedia delle foibe non solo una fiction in due puntate, Il cuore nel pozzo (regia di A. Negrin), tutta tesa, secondo lo stile RAIUNO, a individuare gli elementi più personalistici e quindi più spettacolari della storia, ma anche qualche dibattito, interessante più che altro per ciò che rivelava sotto la superficie. Per esempio, l’ossessione della destra, accusata per decenni dalla memoria di un eccidio mostruoso e quindi desiderosa di trovare una colpa equivalente anche a sinistra, secondo il principio oggi imperante: se qualcuno ci accusa, non dobbiamo far altro che trovare in lui colpe che diventerebbero automaticamente nostri meriti (mister B e Tremonti docent). Insomma, una malintesa e meschina interpretazione della «prima pietra». Ma tant’è: abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta! Tanto più in quanto: a) ora la destra è al potere e avrà almeno il diritto di promuovere le proprie feste; b) si avvicinano, tanto per cambiare, le elezioni, anche se solo amministrative. Ecco allora l’occasione per ribadire un’equiparazione fra nazismo e comunismo, come se i titini fossero stati crudeli per via dell’iscrizione al partito. A proposito di partiti: qualcuno (forse di destra, chissà) ha nel frattempo disegnato svastiche qua e là, a dimostrare come, soprattutto ma non solo negli anelli più deboli della catena, ricordi e nomi siano inquinati dal desiderio di non ricordare. La prima regola della destra è quella dei mariti infedeli colti sul fatto: negare sempre («Cara, non è come può sembrare…»). La correttezza storica non interessa agli uomini d’apparato e alle loro frange, che preferiscono dimenticare e scrivere di volta in volta una storia a loro uso e consumo (proprio come in 1984: la nostra destra è sempre in ritardo).

La scelta di separare la commemorazione delle foibe da quella dell’olocausto è corretta e rivela la contraddizione radicale che è sempre stata alla base di un dibattito stentato e spesso confuso: da un lato nasce dal desiderio di assimilare con un gesto simbolico due tragedie inconciliabili, dall’altro le decreta appunto come distinte.

Schematizzando al massimo, come esigono le ragioni di spazio, le foibe sono state l’esplosione di una crudeltà rabbiosa e gratuita, un’improvvisazione, un’adeguarsi alla crudeltà selvaggia della guerra: termini che non le giustificano certamente, ma le allontanano dai lager, che al contrario erano un progetto, il punto d’arrivo di un processo, che, tra l’altro, riguarda sì in prima istanza gli ebrei, ma non solo loro. Come ci ricorda Zygmunt Bauman in un libro di quindici anni fa (Memoria e Olocausto, Il Mulino, Bologna 2004), l’Olocausto uccise sì sei milioni di ebrei, ma su un totale di oltre venti milioni di persone. La differenza non sta tuttavia tanto nei numeri delle vittime, quanto nei modi dei carnefici. E il modo è sempre la spia del perché.

Già molti anni fa si parlava dei lager e del nazismo come prosecuzione del capitalismo con altri mezzi. Si diceva che in fondo i campi di lavoro sono stati la fortuna delle acciaierie Krupp ed era la tesi sostenuta parzialmente anche da Schindler’s List. In realtà i lager, cui abbiamo spesso dato il nome politically correct di «campi di concentramento», erano campi di sterminio: non si limitavano allo sfruttamento ad oltranza di una mano d’opera scarsamente o per nulla retribuita, come se potessimo consolarci con il ripristino di disattese regole sindacali; miravano ad una sopraffazione totale e improduttiva – o, meglio, produttiva all’estremo della sua efficienza, dal momento che il loro obiettivo era appunto il genocidio. Non richiedevano improvvisazioni, né, salvo alcuni casi, odio, ma organizzazione.

La fiction di RAIUNO è stata solo un frammento di un dibattito che per qualche giorno ha coinvolto stampa, radio e tv. Una serata gliel’ha dedicata anche Giuliano Ferrara nel suo Otto e mezzo. Se c’è una qualità che distingue Ferrara da Bruno Vespa è che almeno ogni tanto invita delle persone intelligenti, colte e non affette da presenzialismo (in tv non è cosa da poco): in quella circostanza di fronte a Marcello “Prezzemolo” Veneziani c’era Claudio Magris, invitato probabilmente con la speranza che ammettesse qualche colpa utile agli imminenti fini elettorali o difendesse l’eccidio come, secondo la retorica dominante, dovrebbe fare ogni uomo di sinistra. Magris ha detto che dopo il colpevole e «lungo disinteresse di una classe politica e intellettuale», sia di destra che di sinistra, diventa «scorretto parlarne oggi solo per farne un’arma politica»; ma anche in passato l’analisi storica era difficile, dal momento che doveva soprattutto essere l’occasione per esprimere un odio antislavo, prima ancora che anticomunista. Imperturbabile, Ferrara ha insistito sul fatto che si è cominciato a parlare veramente di foibe solo dopo la caduta del muro di Berlino, quando non c’era più un PCUS da tener buono. Come se la destra non avesse voce.

Il guaio è che la voce non basta, ci vogliono anche le parole. L’ultimo secolo ci ha posto di fronte a problemi che non sempre quelle poche a disposizione hanno saputo definire. E’ difficile sostenere la normalità bellica di Hiroshima, Dresda e Baghdad, per il napalm, l’uranio impoverito e le cluster bombs. Sparare sulla cittadinanza per sconfiggere un esercito è un modo di fare la guerra che assomiglia molto al terrorismo. Eppure continuiamo a parlare di guerra se la facciamo noi e a chiamare terrorismo ogni ribellione altrui, aiutati dal fatto che è quasi sempre cieca e ottusa (come la guerra, appunto).

L’indefferenziazione indotta dalla semplificazione dei luoghi comuni è figlia bastarda dell’ignoranza e della malafede. Come tale genera a sua volta ossimori ingannevoli: non solo foibe e olocausto o terrorismo e resistenza, ma anche guerra e pace, libera concorrenza e monopolio, cultura ed ignoranza, critica e piaggeria, pubblico e privato, resistenza e repubblica di Salò, governo e opposizione (il solito mister B ha sbraitato contro questa opposizione che sa solo dire di no). Così diventa inevitabile, stupido e cinico sfruttare l’olocausto per ricordare le foibe, dimenticando che queste, semmai, trovavano un contraltare ideale in quello che Renzo Renzi scriveva nell’Armata S’agapò.

Ogni parola perde significato dal momento che perde la sua storia: diventa alibi. Dimentichiamo o fingiamo di dimenticare che ogni fenomeno fa storia a sé e questa è la sua storia, non quella degli altri. Il rituale di questo qualunquismo terminologico fa comunque sì che noi siamo sempre vittime e gli altri sempre carnefici. Come se la storia la facessero le prime e non i secondi.

Ricordare una strage attraverso un’altra strage non aiuta la memoria: la contagia, la rende astratta. Non possiamo aspettarci che sia una fiction televisiva a fare luce, ma che cosa resta di questo «giorno del ricordo»? Ricordo di che cosa? Delle foibe? Ah, sì? Quelle in cui i comunisti uccidevano gli ebrei?

(«Cineforum», n.443, Aprile 2005)

 

Dust

Può darsi che un giorno nasca qualcuno dotato di sufficiente fantasia da dare all’affaire Sgrena la logica che non ha saputo dargli l’intreccio convulso, confuso e contraddittorio di informazioni diffuse in Italia (gli aggettivi usati si riferiscono alla superficie e non escludono che nella sostanza ci sia stata anche, o soprattutto, malafede); che un nuovo Dario Fo ci proponga una spiegazione simile a quella che ci diede in La signora è da buttare per l’assassinio di JFK. Non c’è stata una notizia che battesse a segno con l’altra: tutti ne avevano una, la davano, la contraddicevano il giorno dopo, ne aggiungevano una del tutto diversa, così, come se niente fosse. Spesso se le inventavano, accettando la prima voce di corridoio, il primo commento da bar, e non si preoccupavano di verificarle, perché si sa che i giornalisti seri non perdono il loro tempo a verificare le voci di corridoio e i commenti da bar, nemmeno quando si tratta di Storace e dei suoi parenti. Il risultato è di una coerenza da soap opera, dove tutto può cambiare – e cambia – da un momento all’altro.

Quante sono le persone a bordo della Toyota Corolla che trasporta Giuliana Sgrena fino allo stop del solito frienly fire? Oppure è un semaforo rosso? Andiamo avanti. Sono tre, compresa lei. No, quattro. No, un centinaio, tant’è che i colpi sparati dagli americani variano da dieci a quattrocento, proprio come nei film. Uno di questi uomini muore, Nicola Calipari. Questa è l’unica cosa certa, l’abbiamo anche seppellito e gli abbiamo dato una medaglia d’oro. Ha trattato lui l’affaire e protetto la Sgrena al momento della sparatoria. Ma gli altri? Uno esce dallo scontro a fuoco con un polmone perforato e in pericolo di vita. No, è solo ferito a un piede. No, c’è solo quello del piede, il quarto non è mai esistito o, se c’era, dormiva. Da un’altra parte. Ah, ecco, c’è una seconda macchina. No, non c’è. La Toyota viaggia ad una velocità compresa fra i quaranta all’ora e quella d’una Ferrari. Su un’autostrada di notte. No, su una strada piena di buche. Però sempre di notte. La macchina o chi per essa (il quarto uomo, per esempio, quello che c’è e non c’è, perché è rimasto in ufficio) ha avvisato tutte le autorità del caso, cosicché può procedere tranquilla. Gli americani la vedono arrivare, accendono la luce e sparano. No, prima sparano, poi accendono la luce. Gli americani, si sa, non sapendo niente, sparano. Se è per questo, sparano anche quando sanno qualcosa. In questo caso sanno tutto: sono nostri alleati e li abbiamo avvisati. E invece no, non li abbiamo avvisati perché non ci fidavamo. Sapevamo che erano d’accordo con il ministro Fini: non si tratta coi terroristi e non si pagano riscatti. Il riscatto pagato/non pagato ammonta da uno a otto milioni di dollari. Fini nega tutto o tutt’al più ammette che nessun riscatto è stato pagato dal governo: chissà, forse un filantropo, segreto anche lui, come i servizi. Anche i terroristi iracheni dichiarano di non aver ricevuto denaro, ma hanno liberato la giornalista dopo aver capito che è dalla loro parte: è gente lenta, ma di solidi principi. Per ogni evenienza, sapendo o non sapendo, al buio o in piena luce, gli americani requisiscono tutti i cellulari e se li tengono per una settimana. Solo per ripulirli della polvere e di qualche scheggia. E la Toyota su cui si potrebbe eseguire il conteggio dei colpi? Secondo ellekappa (Repubblica, 11 marzo) è in carrozzeria. Anche questa è gente lenta. Non scherziamo. In guerra non si scherza. Ma in Iraq non c’è nessuna guerra (il ministro Castelli a Ballarò, 8 marzo) e se anche ci fosse noi non c’entreremmo: italiani brava gente. No, in Iraq la guerra c’è (l’amabile Luttvak, stessa sera, stessa trasmissione) e noi c’entriamo, eccome. Se non ci fossero tanti incidenti, sarebbe un paese felice e sereno come ai tempi di Saddam Hussein (vedi il promo turistico in Fahrenheit 9/11 di Michael Moore). Nel frattempo Giuliana Sgrena arriva a Roma e scende dall’aereo in barella, come ci spiega il telecronista di RAIUNO, che forse non guarda la tv o è ancora sotto schock per aver visto Antonella Clerici cantare Something Stupid. Infatti noi la vediamo scendere con le sue gambe – la Sgrena, purtroppo, non la Clerici. Ferita? Sì: una scheggia, un proiettile, una scarica di mitra. Nella sede del manifesto qualcuno ringrazia gli americani per non aver abbattuto l’aereo che la riportava in Italia. Dall’ospedale lei dichiara di essere stata trattata bene: durante la prigionia, intende. La tv continua a mostrarla disperata e piangente nel video di un paio di settimane prima, quando non sembrava che stesse tanto bene. Per radio, soprattutto a Zapping, qualcuno comincia a dire che in fondo è tutta colpa sua e sarebbe stato meglio lasciarla perdere e non pagare quel riscatto che non è stato pagato. Qualche leghista si associa, perché quando c’è da tirar fuori il peggio non vogliono essere secondi a nessuno, e infatti Punto a capo (giovedì 10 marzo, RAIDUE) rincara la dose. Se non fosse morto, forse anche Calipari avrebbe i suoi problemi. Per fortuna a settembre ci ritiriamo, anzi no, forse, chissà, vedremo, dipende da chi ce lo chiede.

Le contraddizioni di mister B non sono colpa dell’informazione, ma lo stile è lo stesso. Questa slapstick con tragedia incorporata dimostra ancora una volta che è meglio una notizia falsa - o che potrebbe esserlo - che nessuna notizia. Tv e stampa si affidano a cronisti che non sanno quello che dicono ed a opinionisti che si affidano alle loro cronache. Forse per questo in tutti i governi trova lavoro anche un giornalista: questione di feeling, una vocazione transideologica che colpisce a destra e a manca. Tant’è che con tutto questo casino non si sentiva proprio il bisogno che Scalfari porgesse su un piatto d’argento l’alibi ai vaneggiamenti calderolcastelliani accusando Giuliana Sgrena di leggerezza, cosa che lei stessa ammette. Non è certo sbagliato scrivere quello che si pensa, ma bisognerebbe in ogni caso evitare la stessa leggerezza e magari ricordare quella di certi titoli e delle insinuazioni che fanno lo stile del giornale. Non bastano Libero da una parte e Scolari dall’altra? No. Siamo in democrazia e vogliamo contribuire tutti al polverone. Alla fine qualche voce risulterà anche vera, come succede sempre quando si dice tutto e il contrario di tutto, ma intanto non avremo capito niente, la nostra attenzione sarò scemata e l’ipotesi amaramente paventata dal direttore del manifesto, cioè che tutto si risolva con una ridicola accusa a un soldato che ha solo obbedito agli ordini (come ad Abu Ghraib?), si riferirà a qualcosa che non ricorderemo nemmeno più. Meglio così: non c’è niente di più pericoloso della memoria; potrebbe incrinare la nostra meravigliosa democrazia, in cui ognuno può dire la sua cazzata senza essere costretto sia a verificarla, che a ricordarla, cosa che lederebbe la sua libertà.

(«Cineforum», n.444, Maggio 2005)

 

 

Vox populi (e basta)

L’intossicazione mediatica conseguente all’agonia, morte, testamento, funerale e santificazione incorporata di Giovanni Paolo II (una cerimonia magniloquente e kolossal che in un paese laico come il nostro nessun presidente si sognerebbe mai) ha costretto la tv ad abdicare, per ragioni di sovrapposizione, alle esequie di Ranieri di Monaco, che pure ci sarebbero tanto piaciute; tuttavia, insieme alla rapida nomina del nuovo Papa le ha permesso di oscurare in parte la disfatta della destra alle elezioni regionali e quella burletta che hanno, con altrettanta pomposità, chiamato crisi di governo. Che ci fosse un nesso fra i due avvenimenti? Che la Provvidenza, che dicono faccia sempre bene i suoi conti, abbia deciso di proteggere a dovere il suo ultimo uomo mandato in terra, cioè mister B? In ogni caso è stato un trionfo dei luoghi comuni e delle frasi fatte, quei corsivi quotidiani della cui attendibilità nessuno si pone il problema, come per non ci sono più le stagioni e ai miei tempi…

Quello che segue è un catalogo solo parziale delle frasi fatte più gettonate dal microcosmo televisivo, cui qualunque spettatore più paziente di me potrebbe aggiungerne chissà quante altre.

Cominciamo con Un milione di fedeli è sfilato davanti alle spoglie di Giovanni Paolo II. Facciamo che ciascuno si sia fermato 10 secondi (una corsa degna di Entr’acte): 10 milioni di secondi fanno 166.666 minuti primi, cioè quasi 2.778 ore, quindi 115 giorni e mezzo a orario continuato. Dio, come passa il tempo! L’esagerazione non esaurisce però l’inventiva dei nostri cronisti, che già disegnano il futuro papato: Benedetto XVI sarà un papa conservatore (Eh, già. Tutto ci saremmo aspettato da un massimo esponente della chiesa fuorché un conservatore). E poi, quando la new entry ha celebrato la sua prima messa, RAIUNO non è venuta meno alla sua fama: «Questo è un Papa che non ci aspettavamo» oppure «Il Papa sta diventando un papà». Il detto popolare morto un papa, se ne fa un altro significa quindi che è solo cambiato il palinsesto e, comunque vada e chiunque sia l’Eletto, sarà un successo.

Con un evidente effetto anticlimax possiamo passare a Si può dire tutto, ma non che mister B non sia un uomo coraggioso. Lo dimostra la sua apparizione post-batosta elettorale a Ballarò, noto covo di comunisti infarciti di pregiudizi; e qui infatti (non) lo aspettavano Rutelli e D’Alema. Il quale ha riassunto sinteticamente tutti i fatti di cui mister B si vantava (grandi opere, calo delle tasse, meno disoccupazione, ecc), completando con «E avete anche vinto le elezioni». Una bella battuta e finalmente di sinistra, come voleva Nanni Moretti.

Andiamo pure avanti. La sconfitta elettorale ha spinto AN e UDC a rompere gli indugi e in nome della dignità dei loro partiti costringere mister B alle dimissioni, senza per questo venir meno alla propria lealtà di coalizione. Nella quale, a loro insaputa, è in questi quattri anni entrata anche la Lega. Loro non ne sapevano niente, sono pronti a giurarlo, i primi sulla bandiera, i secondi sulla croce (metaforicamente). AN è comunque soddisfatta: anche se Fini è stato dimezzato, ammesso che fosse possibile, dalla coabitazione con Tremonti, Storace è stato promosso alla sanità. Gli era dovuto, perché è stato un grande governatore ed è stato battuto solo perché la sinistra ha aiutato la Mussolini. Anche in questo caso quelli di AN non sapevano come funziona la certificazione delle firme. Sapevano in compenso come funzionano i computer dell’anagrafe. Da parte sua, lui sta già progettando di ripristinare sia i casini che il diritto di fumare nei ristoranti, ma al tempo stesso di togliere il ticket all’olio di ricino, il cui uso ha sempre fatto bene.

Crisi? Non esageriamo. Si sa come vanno queste cose con questo sistema elettorale e questa Costituzione: giusto il tempo per mister B di dire che a lui il governo va bene così, perché quando c’è lui c’è tutto, e il resto mancia (alla lettera). Come era prevedibile, la montagna ha scoreggiato un topolino, ovvero il nuovo governo dei già trombati una volta: Storace, Scaiola, Buttiglione, Tremonti garantiscono un futuro tutto rose e fiori. Spiace la dipartita di Gasparri (metterà in crisi Maria Novella Oppo e non solo lei), ma anche Landolfi, ammettiamolo, promette bene, se non altro per i suoi passati epistolari con Gad Lerner. A meno che… A meno che la finta crisi non sia stata solo un trucco organizzato dal governo stesso per avere le scuse di non aver fatto questo e quest’altro. Perché AN e UDC avrebbero infatti messo in piedi una farsa del genere? Pensavano davvero che mister B potesse lasciare campo libero a loro? S’illudevano davvero di saper fare la faccia feroce fino in fondo?

A proposito di crisi – di un’altra crisi, un po’ più seria - le parole che hanno circolato con maggior frequenza sono state: Ci sono stati l’11 settembre, poi l’euro e infine il balzo in alto del prezzo del petrolio. Che poi il secondo abbia favorito la faccia più selvaggia del nostro capitalismo casereccio (ma solo alcuni commercianti, che non inquinano certo il sistema: come i teppisti allo stadio) e il terzo porti alle casse dello stato percentuali sempre più alte, è da considerarsi del tutto secondario e non è il momento di parlarne. In ogni caso non è così che si tratta l’economia: l’argomento è talmente complesso che non può essere affrontato da tutti quei «poveretti» (come Fini) che faticano ad arrivare alla fine del mese. Non a caso Tremonti non ha smesso di lesinare i suoi preziosi e competenti suggerimenti, del tipo vendere le spiagge: e perché non anche le Alpi? E soprattutto perché non la Certosa che piacerebbe tanto agli americani?

La tv non è solo politica, è anche intrattenimento ed educazione. Qualche tempo fa (non chiedetemi quando) qualcuno (non chiedetemi chi) ha detto che la fortuna dei reality sta nell’essere lo specchio, sia pure deformato, della vita. Se così fosse, e soprattutto guardando Music Farm, sarebbe il caso di riaprire un bel dibattito sull’eutanasia. Invece è grazie a questa roba qui che Cattaneo si guadagna un premio di produttività di € 350.000. E infine è cultura: Valeria Marini non è quell’oca che vuol far credere, ci ripetono da anni; infatti in una puntata del suddetto Music Farm (22 aprile) l’abbiamo sentita citare il «poeta francese Paul Vàlery», sì, proprio con l’accento sulla a. Non sarà un’oca, ma ha un bel fegato, non c’è che dire. Perché, tanto per completare il quadro, non chiamano anche lei a parlare di econòmia, di costitùzione, di rìmpasti e altre amenità del genere? Farebbe la sua figura, persino come vicepremier oppure al fianco del risorto Buttiglione, e frutterebbe qualche altro spicciolo a Cattaneo.

Per fortuna è in arrivo l’estate: sarà l’estate più calda del secolo, si recupereranno in tv i film di… (chi manca ancora all’appello dopo Alvaro Vitali?), s’inventeranno nuovi reality show, non si parlerà del referendum di giugno, si formeranno interminabili code in autostrada e gli americani bombarderanno qualche città d’Italia perché non abbiamo rispettato le regole d’ingaggio nell’interpretazione del caso Calipari-Sgrena.

(«Cineforum», n.445, Giugno 2005)

 

L’incidente

Cari amici, sarete certamente stupiti del mio lungo silenzio e forse avrete sospettato che ce l’abbia con voi per qualche oscura ragione. La spiegazione è invece molto semplice: a metà giugno sono stato coinvolto nel maxi-tamponamento di tutti coloro che correvano a casa per andare a votare al referendum e l’incidente ha lasciato strascichi più lunghi di quanto avessero diagnosticato i medici e io stesso potessi supporre. Adesso sto bene e, a quanto mi hanno assicurato, anche il trauma cranico è stato perfettamente riassorbito. Anche se l’ospedale Storace in cui sono stato ricoverato così a lungo non offriva altri svaghi fuori delle puttane che cambiavano ogni quindici giorni, proprio come ai bei tempi, ho potuto prendere a noleggio un televisore e passarmi il tempo in modi più consoni alla mia età e ai miei gusti.

Ho assistito per esempio alle dimissioni in diretta rassegnate dal CdA della RAI: ho sentito con le mie orecchie e visto coi miei occhi Alberoni dichiarare di avere sin troppo a lungo tollerato l’assenza di un Presidente, cui ha dovuto supplire di persona e Dio solo sa con quanta fatica e quanta poca voglia. Chi l’avrebbe mai detto qualche mese fa? Ma questo è niente. Ho visto Veneziani ammettere che lui della tv non capisce niente e che, con la coerenza che l’ha sempre distinto, non prenderà più parte a nessuna trasmissione, anche se si è rinfrescato l’abbronzatura per sembrare meno intellettuale. Crollo immediato dell’audience e fuga su Mediaset. Casini e Pera, diretti responsabili della loro nomina, hanno fatto appello al loro senso di responsabilità, ma è stato inutile. E’ stato eletto un nuovo CdA, che tutti in ospedale chiamavano dei Sette Nani, con il già trombato Urbani nei panni di Pisolo e Curzi in quelli di Brontolo; per il ruolo della Biancaneve di garanzia si è candidato Claudio Petruccioli, che si è così ben distinto nel Comitato di Vigilanza (nessuno, infatti, ruba più le videocassette), ma qualcosa è andato storto e non se n’è fatto nulla. Altre candidature si sono succedute, ne ho perso il conto e a un certo momento ho lasciato perdere. Quando si deve scegliere al di sopra di un certo livello, le differenze non contano più.

Ho visto Clemente Mimun ammettere una certa frettolosità nell’epurazione di Francesco Giorgino, colpevole di avere svelato alcuni trucchi con cui vengono riempiti i TG1 (applausi registrati, inquadrature di repertorio non dichiarate, ecc). «Sapete com’è», si è giustificato con il suo solito aperto sorriso, «ci sono giorni in cui tutto sembra andare storto e io avevo appena appreso che a Music Farm non aveva vinto Iva Zanicchi…». Giorgino ha accettato le scuse, ma ha posto una condizione, e cioè la direzione del TG3, per poter fare una carriera come Marrazzo, Gruber e Santoro. La sinistra, sempre determinante in questi casi, non si è opposta, anzi ha rilasciato una dichiarazione ufficiale secondo cui «Giorgino e Sgarbi sono il miglior acquisto in vista delle prossime elezioni». Mister B, capendo di aver perso due colonne insostituibili, ha fatto come la volpe e l’uva: ha detto, con la consueta modestia, di avere già abbastanza problemi da risolvere senza doversi preoccupare delle elezioni. Infatti subito dopo ha ufficialmente riconosciuto che «l’economia non decolla» e che i 170 milioni piovuti nelle tasche di Mediaset dalla pubblicità non sono niente al confronto di ciò che si potrebbe fare. Tuttavia la dichiarazione ha avuto un divertente strascico di equivoci: dapprima, dietro consiglio di Vespa e di Fede, il TG1 e il TG4 l’hanno tagliata, privandola di quei due non che, sostenevano le due vecchie glorie, erano sicuramente un lapsus, ma ormai era troppo tardi: il TG2 aveva già sparso la notizia secondo cui, ferito nel suo orgoglio e incalzato da quei sapientoni europei che chissà perché ce l’hanno a morte con l’Italia, il ministro Siniscalco si era dimesso e l’incarico era tornato al suo habitat naturale, cioè a Tremonti. Anche in questo caso non so come sia andata a finire, ma speriamo che qualcuno se ne occupi, sia dell’economia, che dei due TG.

Al suo ritorno da Mosca Mister B ha raccontato prima come avesse convinto i suoi amici Giorgedabliù e Vladimir a fare la pace; pare che abbia anche fatto loro la corte, come si conviene a un latin lover postmoderno, ma da signore qual è ha glissato sui dettagli, preferendo dilungarsi a spiegarci che cosa è veramente successo a Yalta sessant’anni fa, quando lui stesso consigliò Churchill (che lui chiamava confidenzialmente Winnie the Pooh), Roosevelt e Peppone come spartirsi il mondo e infine che né allora, né oggi «L’Armata Rossa ha mai avuto a che fare coi comunisti». Devo ammettere di non avere ben compreso il nesso fra le due cose, ma con mister B succede spesso: lui stesso deve averne avuto sentore, tant’è che si è infine esibito col fido Apicella in una versione brianzolo-napoletana dell’Internazionale. Sullo sfondo, Adornato e Bondi annuivano radiosi, sentendosi di colpo un po’ più giovani.

Immagino abbiate visto anche voi quella puntata di Otto e mezzo in cui il sindaco di Bologna Cofferati è stato applaudito con una standing ovation dai presenti Giordani e Armeni. Non era un semplice fuoco di paglia: l’intera Rifondazione ha infatti ribadito sia la fedeltà all’Unione, sia la decisione di non sopportare più le intemperanze degli ubriaconi (che non sono, come qualcuno negli ultimi tempi suggeriva, i veri rivoluzionari), gli espropri proletari, gli stupri, la distruzione di parchi pubblici e l’abitudine di scrivere sui muri «W la figa e rifondazione». Uno spettacolo! Tanto più che in un angolo Ferrara si mordeva le dita, vedendo naufragare il suo intento di mettere una zeppa definitiva fra il sindaco e i suoi alleati. Povero illuso.

E che dire della decisione del Direttore della RAI Cattaneo di rinunciare a una buona parte delle partite di calcio degli Europei 2006, in modo che col denaro risparmiato la RAI possa dar vita a un reality in più? E poi dicono che non è un uomo di solida cultura! Tanto solida che ci è inciampato e si è rotto una gamba. Lo show si chiamerà «Chi l’ha vinto?» e ci mostrerà durante il campionato un’isola di tifamosi (è un neologismo), priva di radio e tv. Galliani ha accettato di partecipare, ma solo nel caso lo nominino vincitore a priori. «Non voglio che si ripeta un altro caso Milan», ha borbottato sia al Processo di Biscardi, che a Controcampo (la doppia dichiarazione era dovuta al fatto che in un caso parlava come Presidente del Milan e nell’altro della Lega).

Non mi sono perso nemmeno quel bel numero di varietà, su RAIDUE, in cui sono riemersi da un immeritato oblio le tre Sorelle Bandiera Verde, cioè Maroni, Calderoli e Castelli: tra le gag più acclamate bisogna ricordare quella del ritorno alla lira, quando Maroni fingeva di non aver ancora imparato a fare i conti e di sospettare che la solita Roma ladrona lo stesse fregando. Le risate in corsia!

Poi c’è stato appunto il referendum, che – è inutile nasconderlo – era un referendum politico e non morale, tant’è vero che vi si è impegnato, in prima persona e con successo, il cardinal Ruini. Di conseguenza tutti gli uomini politici, convinti che quelle storie degli embrioni, dei grumi di cellule, dei progetti di vita, ecc, si riferissero a loro, si sono dati da fare come matti, Rutelli in testa. Tutte le sere, ora su una rete, ora su un’altra, la tv ha spiegato con dovizia di particolari e la consueta chiarezza che cosa sono le cellule staminali e la fecondazione eterologa. Poi, per ulteriori chiarimenti, ci sono stati i dibattiti, stranamente composti e tolleranti: da una parte sono intervenuti il segretario del Camerlengo del Conclave interpretato da Carlo Verdone, il presidente della Camera Casini (che è sempre stato super partes e ha invitato anche gli altri italiani ad esserlo, non andando a votare), Ferrara, Baget Bozzo, monsignor Tonini, don Mazzi e i due cardinali condannati per le emissioni nocive di Radio Vaticana; dall’altra ancora Ferrara, il Rutelli lato B, il nuovo papa Pio XIII, il vecchio Giovanni Paolo II° (via medium) ed Elisabetta Gardini (idem). A quest’ultima, vista la sua efficienza come portavoce di Forza Italia, è stata affidata la conduzione del Milan, che nel frattempo, seguendo i consigli dati con il solito acume dal suo padrone, aveva vinto sia il campionato che la Coppa Campioni. Infine – dulcis in fundo – destra e sinistra si sono ritrovate compatte a votare bipartisan una legge per cui dall’anno prossimo si potrà versare l’otto per mille anche agli istituti di ricerca scientifica. Sono queste le notizie che fanno bene al cuore e dimostrano che siamo un paese civile e laico, oltre che ricco e felice.

Bene, adesso devo lasciarvi. E’ arrivata la mia infermiera a vestirmi per la notte. Quello che non capisco è come mai qui siano di moda certi pigiami con le maniche così lunghe.

(«Cineforum», n.446, Luglio-agosto 2005)

 

Parole, parole, parole…

Credo sia arrivato il momento di mettere un po’ d’ordine nelle nostre conoscenze televisive e non c’è modo migliore che cominciare con un dizionario, genere poco amato e poco frequentato dalla tv.

Audience: 1 insieme delle persone raggiunte da un determinato messaggio attraverso un mezzo di comunicazione di massa. 2 (fig) giustificazione della stupidità del messaggio.

Auditel: metodo di finta valutazione dell’audience televisiva, la cui scarsa trasparenza regola gli afflussi pubblicitari (vedi) a favore di chi li produce.

Calcio: 1 colpo dato con un piede o una zampa. 2 metallo alcalino terroso dal simbolo Ca. 3 sport che permette di scopare veline e/o diventare presidenti.

Capelli: 1 peli che crescono sul cuoio capelluto, spesso omologhi a quelli che crescono da altre parti, ma è solo questione di testa. 2 cruccio dei calvi che cercano, spesso inutilmente, di supplire con riporti, trapianti, colore, riprese dal basso, ecc.

Casini: 1 case di campagna adibite a luoghi di raduno per battute di caccia e pesca. 2 bordelli o postriboli. 3 (fig) pasticci, confusioni, di cui non sempre è facile liberarsi. 4 piccole aspiranti case.

Castelli: 1 grandi edifici muniti di mura e torri. 2 (fig) - in aria, - di carta: di persone arroganti e irresponsabili che scambiano la realtà con la fantasia e credono di poter fare quello che vogliono e meritare ciò che hanno.

Censura: 1 controllo esercitato dall’autorità su mezzi d’informazione, al fine di accertare e impedire che essi mostrino elementi pericolosi per l’ordine costituito, il quale nega tutto oppure lo sostiene con motivazioni ridicole. 2 intervento repressivo messo in atto da chi dichiara di preoccuparsi della nostra salute morale e della nostra libertà.

Ciccione: persona molto grassa, che spesso si vergogna, magari inconsciamente, del proprio stato e si vendica aggredendo gli altri (es. Borghezio, Ferrara, ecc).

Creatività: capacità di affrontare in modo originale e imprevedibile la realtà (tipica quella dei pubblicitari, detti appunto creativi, e dei ministri delle finanze).

Cultura: 1 insieme di conoscenze che caratterizza, nel bene e nel male, un paese, un’epoca o una persona. 2 peccato mortale per uomini politici (vedi Lega) e televisivi (vedi Mediaset). 3 (tv) sonnifero da somministrare in piccole dosi e possibilmente a notte fonda.

Democrazia: 1 sistema politico fondato sulla libertà di pensiero e di parola e sull’eguaglianza dei diritti dei cittadini. 2 scherzo crudele giocato alle spalle di questi ultimi.

Dibattito: 1 dialogo fra persone di opinioni diverse, in cui ciascuno cerca di impedire che si sentano gli altri; il principio base è che chi urla e/o ripete meccanicamente la stessa frase ha ragione. 2 serie di contatti semiclandestini sulla base dei quali si determina la distribuzione del potere nei vari ambiti.

Economia: 1 insieme delle attività relative alla produzione di ricchezza e alla distribuzione del reddito. 2 uso parsimonioso delle risorse a disposizione, spesso indotto proprio dagli specialisti.

Embrione: 1 organismo di transizione dall’uovo fecondato a un essere con organi differenziati. 2 persona in fieri, che la chiesa difende ma non ritiene ancora degna di essere battezzata, forse perché frutto di un atto impuro.

Etica: termine caduto da tempo in disuso e sostituita da altre più consone ai tempi (vedi pubblicità, riforme, ecc).

Euro: 1 moneta di conio recente, valida nei paesi europei. 2 causa di tutte le difficoltà economiche che assillano i paesi europei. 3 alibi per commercianti e imprenditori, grazie al quale possono far levitare a proprio piacimento i prezzi.

Evasione: 1 fuga da un luogo chiuso come un carcere. 2 divertimento che inibisce la riflessione. 3 – fiscale: pratica protetta dal governo, diffusa fra imprenditori, artigiani, politici, ecc, allo scopo di fare economia (vedi).

Fini: obiettivi da raggiungere con qualunque mezzo.

Informazione: 1 elemento che consente di essere a conoscenza di fatti, situazioni, ecc. 2 insieme di elementi che consentono di ignorare fatti, situazioni, ecc.

Laico: 1 persona che almeno esteriormente non appartiene al clero. 2 persona che non si arrende alle false evidenze e agli ordini. 3 maschera della commedia dell’arte oggi particolarmente apprezzata.

Lega: 1 associazione e alleanza politica o sociale atta a conseguire interessi comuni. 2 associazione atta a conseguire esclusivamente i propri interessi (poltrone, cariche, ministeri) con mezzi che vanno dagli strafalcioni alle offese, con esclusione di riferimenti alla logica e al vivere civile.

Magistrato: pericoloso sovversivo che si arroga il diritto di amministrare la legge, quando tutti sanno che non è affar suo.

Maroni (anche marroni): 1 frutti di forma sferoidale capaci di emettere suoni che vengono scambiati per parole. 2 (volg) testicoli (mi hai fatto due – così: come se uno non bastasse).

Memoria: 1 facoltà della mente di conservare e richiamare alla coscienza nozioni ed esperienze del passato. 2 - storica: insieme di nozioni e documenti che testimoniano un passato di cui la televisione preferisce non occuparsi perché offende i fascisti.

Noce: 1 albero che produce manine svolazzanti, dette appunto Del Noce. 2 (deriv) nocivo.

Obiettività: 1 capacità di esaminare i fatti per quello che sono. 2 principio della logica fondato sul presupposto che errori e torti sono altrui.

Omosessuali: 1 persone che rivelano e talora ostentano la tendenza ad amare persone dello stesso sesso, ritenute perciò malate o colpevoli dagli eterosessuali (se una donna ama Calderoli è sana e innocente, se lo ama un uomo è un pervertito). 2 offesa tra le più diffuse, sia pure nelle frequenti variazioni dialettali (finocchi, checche, busoni, culattoni, ecc: l’ultimo termine riscuote successo negli ambienti più raffinati di AN).

Palinsesto: organizzazione giornaliera e settimanale della programmazione televisiva e del nostro tempo; grazie a questa, qualche anno fa, gli spettacoli più interessanti andavano in onda dopo mezzanotte; adesso non ce ne sono più.

Papa: 1 il vescovo di Roma e capo della chiesa cattolica. 2 l’ultima star televisiva del nostro tempo: diffidate delle imitazioni.

Pera: 1 frutto che qualche volta cade prima di essere maturo. 2 (fig) iniezione di sostanze stupefacenti che spinge il soggetto a dare i numeri e dire sciocchezze in giro per il mondo.

Pubblicità: 1 genere di spettacolo teso a promuovere la vendita di prodotti scadenti con informazioni false, allusioni, metafore (culi, tette, ecc). 2 (tv) fonte di guadagno illimitato, di intossicazioni e di circonvezione di incapaci.

Quaglia: 1 nome comune di varie specie di piccoli uccelli migratori, dalle carne delicate e gustose (famose le quailles au sarcophage di Babette). 2 (fig) salto della - : passaggio disinvolto da uno schieramento politico all’altro, le cui motivazioni reali vengono tenute nascoste anche se sono sotto gli occhi di tutti (es. Adornato, Bondi, Ferrara, Foa Renzo, Giorgino, Rutelli, Sgarbi, ecc).

Riforma: riorganizzazione progressiva e apparentemente non violenta dell’ordine sociale a vantaggio di chi la promuove.

Satira: 1 genere letterario o figurativo che ritrae con intenti critici e morali personaggi e ambienti dell’attualità e della storia, con toni che vanno dall’ironia all’invettiva. 2 (tv) genere in via di scomparsa per concorrenza sleale nei confronti dell’informazione.

Silicone: 1 gruppo di polimeri organici del silicio, di origine sintetica. 2 carattere sessuale secondario che distingue la femmina dal maschio, il quale ricorre alle parrucche e al lifting.

Spagna: paese europeo abitato prevalentemente da omosessuali e/o pedofili (vedi pera 2).

Televisore: scatola di dimensioni e spessore variabili dotata di uno schermo attraverso il quale possiamo guardare per 24 ore su 24 tutte le stupidaggini che ci vogliono far vedere, ci piacciono tanto e crediamo che siano il mondo.

Velina: 1 copia su carta velina di una lettera ecc. 2 direttiva emessa da un centro di potere. 3 (tv) ragazza che raggiunge il successo e fila con alcuni calciatori prima di sposarne uno, rigorosamente in bianco.

Vespa: 1 insetto imenottero di colore nero e giallo. 2 motoretta di fabbricazione italiana amata da Nanni Moretti. 3 (tv) presentatore modello, che fa carriera stando sempre dalla parte dei bottoni, che lui chiama editori di riferimento.

(«Cineforum», n.447, Agosto-Settembre 2005)

Lo zoo di vetro

Per chi si occupa di televisione, così come di cinema, di letteratura o in genere di quella strana cosa che continuiamo a chiamare cultura, l’estate è di solito, come direbbe Truffaut, «una gioia e una sofferenza» (trattandosi di tv la seconda vince nettamente sulla prima): da un lato ci si può riposare, finalmente giustificati dalla consapevolezza che il mondo va avanti anche o soprattutto senza i nostri consigli, dall’altro non succede quasi niente che richieda il nostro intervento, un niente fatto della ripetizione di cui sono fatti tutti gli anni precedenti. Poi, all’improvviso, ecco la sorpresa: un’estate molto simile a un autunno in cui succedono delle cose e la tv puà occuparsene, oltre a mandare in onda gli immancabili Totò (anche questo meglio degli altri anni) e le antologie di sempre.

Prima c’è stato l’attentato terroristico di Londra, che ha dato alla nostra informazione l’occasione di ripeterci a ogni piè sospinto che anche l’Italia è nel mirino. Il principio è il solito: consumata la notizia, si parla subito del futuro, decretando che nessun evento è importante se è già successo, ma ha il proprio sviluppo incorporato, fatto di futuri e di condizionali, non di passati e di presenti. Non ci sono cause, ogni evento esaurisce in sé la propria causa e i propri effetti. E’ un frammento affidato al caso. La guerra in Iraq? Non c’entra. L’alleanza con gli USA? Non c’entra. Le dichiarazioni d’odio per la cultura islamica? Non c’entrano. Non è solo questione di mancanza di memoria: è pigrizia divenuta morale collettiva, volontà di non ragionare. Ti sei rotto un piede? Domani potresti romperti l’altro. Perché? Così. Perché il primo piede è già rotto e allora avanti col secondo. Prevedere relega al futuro qualcosa che è nel presente e lo anestetizza. Nelle previsioni, tanto più se catastrofiche, non ci sono i fatti a creare intralci, a porre domande che nascono dalla logica e chiedono risposte che solo la logica può dare. Tutto è classificato in un non tempo che si consuma giorno per giorno, come la puntata di una soap opera più assurda di qualunque soap opera. Persino più di Beautiful, che è tutto dire.

Poi c’è stata la nomina del nuovo presidente RAI e del nuovo direttore generale. Due scelte oculate: da una parte una persona di Sinistra, scelta fra quelle che hanno dato meno fastidio negli ultimi anni, e dall’altra una persona di Destra che nasce in Mediaset e che è legata a mister B. Mettiamole sui piatti della bilancia: solo un imbecille può non capire che i due piatti pesano dalla stessa parte. Un imbecille o qualcuno in malafede, che finge di non ricordare la fine fatta da Lucia Annunziata e ripete che il conflitto d’interessi non c’entra. A meno che la musica non sia veramente cambiata: dopo tutto ci aspetta Pupo e il nuovo Presidente, persona coraggiosa come poche, ha fatto sapere che vorrebbe tanto rivedere in tv Biagi e Santoro. Rivoluzione o restaurazione?

Negli stessi giorni Mediaset ha vinto la gara contro la RAI per accaparrarsi i diritti sul campionato di calcio. Chi vendeva i diritti? Un certo Galliani. Ma chi? Quel Galliani che è culo e camicia di mister B? (sulla distribuzione delle parti fate voi) Ma figuriamoci. E’ certamente un caso di omonimia. Non vorrete mica pensare che…? Non penserete mica che esistano persone così impudenti e disoneste da…? In una parola: non vorrete mica pensare? No. Discutiamo invece su quante ore Mediaset dedica al programma chiamato a sostituire 90° minuto, come se l’ora con Paola Ferrari e Giorgio Tosatti non bastasse. Una volta 90° minuto serviva per vedere i gol; poi i gol non sono bastati più; ci vuole l’entertainer; e poi questo deve essere anche spiritoso. Ecco pronto Bonolis, allora. Ma sì, se Mediaset ha vinto, è solo perché lo meritava: non c’era mica Cattaneo a giocare di punta. Mediaset non ha mai avuto bisogno di aiuti, non fa nemmeno pagare il canone, si sostiene con la pubblicità, che è una donazione munifica del suo munifico proprietario. Dal prossimo anno gli eventuali emolumenti versati a Mediaset diventeranno onlus e potranno essere detratti dalle tasse.

Basta con le dietrologie e i sospetti: siamo seri, se ce la facciamo. Per esempio: non penserete mica che dietro la promessa di mister B di porre rimedio alle intercettazioni telefoniche ci sia qualcosa che esula dagli interessi del paese? Anche il cardinal Ruini è d’accordo: Gott mit uns. Nessun complotto. Quella è roba buona solo per le sinistre, che poi, quando ne hanno l’occasione, sono le prime a lasciar perdere. E poi, fra qualche mese, ci saranno i Bondi, i Giovanardi, i Castelli, i Pera, i Ferrara, a negare qualunque cosa. Ci saranno anche quelli che scrivono i discorsi e le leggi che mister B scrive di suo pugno a dire che abbiamo solo sognato, che lui in realtà ha passato l’estate da solo, poverino, nel suo monolocale in Sardegna, a piangere sul «tradimento» dei suoi ex amori Casini e Follini. E magari ci sarà anche un pizzico di prezzemolo di sinistra (che so? Rutelli, per esempio, oppure la new entry Bobo Craxi) a dire che sì, in fondo, se ci si pensa bene… Oppure ci saranno sempre i presunti quanto inutili interventi sui capelli di mister B a confortarci facendolo passare per «una persona umana», come si dice di questi tempi. Ma forse la tautologia ha una propria motivazione; dopo tutto viviamo in un’epoca in cui i maiali governano, come in La fattoria degli animali, gli asini parlano, scrivono o tengono comizi, le volpi fanno i ministri, le gazze e i vampiri amministrano, gli sciacalli fanno i bottegai, i topi gestiscono l’ambiente, le galline e le vacche fanno spettacolo, i formichieri fanno carriera (questione di lingua), i lupi scalano borse e banche, i camaleonti si candidano nella Margherita e chi più ne ha più ne metta. Avanti, entrate pure, lo zoo è aperto: più gente entra, più bestie si vedono. Speriamo che qualcuno lo urti – inavvertitamente, e come se no? – e lo mandi in frantumi. Ma forse non è di vetro: di trasparenza, infatti, neanche parlarne,

A proposito: non è mancato il festival di CL, messo un po’ in secondo piano dal festival di Colonia, ma soprattutto non è mancato Pera, l’unico che sappia dare un senso di continuità dell’attuale governo con il passato più glorioso della recente storia italiana. Non la DC, come qualcuno potrebbe sospettare. Non la Resistenza, come nessuno potrebbe sospettare. Ma sì, invece, proprio il fascismo. Parola grossa? Non sempre a grandi parole corrispondono grandi idee e viceversa. D’altra parte ogni dubbio è stato fugato dalla teoria di/a Pera sulla “difesa della razza” dall’invadente “meticciato”: ma di quale razza stiamo parlando? Di quella di uomini alti e ricciuti come mister B? di quella dei Borghezio, dei Brunetta, dei Gasparri, dei Bondi, dei Pera ecc,ecc? Prima di parlare, si dovrebbe riflettere un attimo. Soprattutto quando si hanno grandi responsabilità. Ma forse erano le solite chiacchiere che si scambiano al bar, anche se di CL.

(«Cineforum», n.448, ottobre 2005)

 

Il tormento e l’estasi

Marroni, funghi e tartufi, i frutti dell’autunno, sono pesanti. Si fatica a digerirli e si fanno sonni inquieti. Forse per questo ho sognato un dibattito del Casino delle Libertà sulla riforma del sistema elettorale: mister B, da sportivo qual è, voleva un meccanismo mutuato dalla boxe, che in caso di parità preveda la riconferma automatica del titolo al detentore, ove per parità s’intende uno scarto inferiore al 25%; Casini e Pera preferivano un giudizio di ammissibilità per deputati e senatori, delegato ai presidenti della camera e del senato in quanto rappresentanti super partes; la Lega chiedeva un premio di maggioranza, espresso in euro, per tutti coloro che sono disposti ad appoggiare mister B, qualunque cosa faccia (il “nuovo” ministro dell’economia Tremonti sta già preparando la copertura nella finanziaria 2006); il moderato Giovanardi (in nome della par condicio) proponeva il sorteggio dei candidati, affidato a figure notoriamente nobili come Previti, Calderoli, Bondi e lo stesso Giovanardi, reduce fresco fresco da una pizzeria in cui ha mangiato, e non poco, con 38 centesimi, alla faccia di quelli che si lamentano; Storace chiedeva una delega per la distruzione automatica di tutte le schede sinistramente sospette in un incendio (la solita fiamma casuale); il filosofo Buttiglione non sapeva cosa proporre, ma diceva che gli sarebbe andato tutto bene, altrimenti si sarebbe dimesso, perché lui è una persona seria e colta. All’ultimo momento è stata presentata anche un’opzione vaticana, talk show e tavole rotonde condotte da Bruno Vespa e a cui partecipino il cardinal Ruini, Formigoni, un delegato di CL, e basta.

Poi, messomi a dieta, ho trovato a un panorama leggermente diverso.

Intanto, dopo che se ne parla da mesi senza mai sapere di che cosa si parla, dal 20 ottobre 2005 è andato in onda per quattro giovedì Rockpolitik di Adriano Celentano. Che ha successo e anche qualche merito. Per esempio, le scenografie sono fuori dagli standard da luna park con annesse puttanelle in lustrini e pailletes che vanno tanto in tv; le musiche sono belle; Luisa Ranieri è anche fine, che invece in tv è una rarità. Poi Celentano è quello che è, come molti degli ospiti (da San Toro martire a Depardieu che non sa recitare le poesie, nemmeno se ha bevuto), però si può dire tutto di lui, ma che sia di sinistra o addirittura comunista… Come accusare CL di leninismo o Rifondazione di serietà. A meno che essere di sinistra non significhi piangere sul latte versato nella tacita stipulazione del patto D’Alema-Berlusconi.

La cosa più divertente del programma è comunque il fatto che tutta la destra è insorta come un sol ometto, ovvero come al solito. O come il povero Del Noce, costretto ad autosospendersi per tre ore alla settimana con la scusa che non gli è stato concesso di mettere le mani sul programma. Ma come? Lui, che copre il ruolo che copre perché è di Forza Italia, deve essere l’unico di Forza Italia che non conta un c…? E invece sì, tocca proprio a lui sopportare la strepitosa performance di Roberto Benigni, che ha finalmente dato il meglio di sé: una serata memorabile, di quelle da registrare e mostrare ai figli e ai nipoti. Una parte della destra, convocata immediatamente a Porta a porta, abbozza (Landolfi, per esempio), un’altra ha reazioni livide e isteriche: indimenticabile la reazione tremante di Feltri, che trova addirittura il modo di farsi correggere da Pippo Baudo per aver accusato Benigni di aver copiato la celebre lettera di Totò e Peppino. Già: raramente i giornalisti sanno distinguere fra copiare e citare.

Ma è un buon momento per la RAI, che faccia satira o informazione. E se non sempre la differenza è chiara, chi se ne frega. La prima puntata di Report parla di banche, corruzione, Fazio, Ricucci e tutta l’allegra brigata che da qualche mese occupa imperterrita le pagine dei giornali. A Primo piano Buttiglione minaccia di dimettersi per i tagli alla cultura e rimprovera l’opposizione perché non gli dà quella mano che lui per primo non sa darsi e che nemmeno gli interessa darsi. Il silenzio cala sulle primarie, da tutti celebrate come una prova di democrazia, tanto bella, d’accordo, ma adesso non pensiamoci più, né a destra, né a sinistra. Marco Follini si dimette da segretario di un partito in cui contava ormai come il due di coppe quando briscola è spade (o, se preferite, denari). La seconda puntata di Report parla di frane, corruzione, conflitti d’interessi, e di quello che alcune tv americane dicono di mister B e che le omologhe nostre tacciono. Le solite toghe rosse prosciolgono da una parte Luttazzi e Travaglio, dall’altra Sabina Guzzanti dall’accusa di diffamazione rispettivamente avanzata da mister B & Previti (il primo viene condannato al pagamento di 100.000 euro di spese processuali: il “nuovo” ministro dell’economia Tremonti sta già preparando la copertura nella finanziaria 2006). In una qualche trasmissione tv Funari si lamenta – cioè dà degli stronzi a tutti – del fatto che si parla tanto di BiagiSantoroLuttazzi e non di lui. In Parla con me, il programma di Serena Dandini, Giobbe Covatta ne approfitta per lamentarsi di essere stato dimenticato da mister B che si è lagnato solo di Vergassola e Bertolino. Il governo s’impegna, non c’è dubbio, ma è così difficile accontentare tutti. In L’isola dei famosi Simona Ventura dichiara di non essere riuscita a dormire per il dramma familiare Al Bano-Lecciso e quasi si mette a piangere. Alla vigilia d’un viaggio negli USA mister B dichiara che è sempre stato contrario alla guerra in Iraq e non capisce perché Bush non gli abbia dato retta e condisce il tutto con sciocchezze che persino Bush si rifiuta di ammettere, ma a sua volta mister B non ammette quello che nemmeno Bush ha ammesso… Chiaro, vero? La terza puntata di Report parla di frutta e verdura, di costi e di truffe, di coltivatori, sfruttatori e commercianti, del prosciutto di Parma che non si potrà più chiamare così perché il nome è diventato canadese.

Dal canto suo Mediaset, in un disperato tentativo di rimonta, deve accontentarsi dell’esibizione di Fassino in coppia con Maria De Filippi; peccato che non abbiano anche ballato, ma forse lo faranno sotto elezioni. Elezioni? Ma quali elezioni? Quelle che il centrosinistra ha già vinto? Come vinto? Eh, già, non vedi che a Che tempo che fa Fazio invita una sera Lerner e Sabina, l’altra Paolo Rossi e Cofferati? E non vedi che Rifondazione, galvanizzata dall’insuccesso alle primarie, inizia a Bologna le prove di governo? No vedi che con il sostegno di una parte dell’intellighenzia locale coglie la prima scusa che passa per strada, camuffata da lavavetri o da extracomunitario clandestino, per minacciare di abbandonare la barca? Avrei voluto svegliarmi una seconda volte e invece…

(«Cineforum», n.449, novembre 2005)


Gott mit uns

Più che al dibattito in vista delle prossime elezioni, il mondo dell’informazione, non solo televisiva, sembra essere interessato alle revisioni del Concordato e della sua eredità, l’articolo 7 della Costituzione. E’ uno dei soliti trucchi dell’informazione, che parla di cose che forse non avverranno mai, ma rompono la monotonia del presente. Il solo ad accennare qualcosa al riguardo è stato Boselli, messo subito a tacere, anche a sinistra. Non censurato, visto che non è un dipendente RAI, ma semplicemente dimenticato, come fa spesso la tv. Forse non merita una grande attenzione (che audience ha? qual è il suo share?), ma è stato uno dei pochi a trovare qualcosa da ridire su quella che il Papa e il suo aiutante Ruini chiamano «libertà religiosa», e che nei fatti significa: noi possiamo dire quello che vogliamo, per via di quella storia della libera chiesa in libero stato, e gli altri, tra cui i governi (chissà perché usano il plurale, ma forse hanno ragione), devono obbedire, perché qui la storia non funziona più.

Poi, se uno ci fa caso, scopre che quello di cui vuole parlare la libera chiesa ha solo a che fare col sesso. Sembra che tutti i pericoli, morali e materiali, del nostro paese passino di lì, da un pene e da una vagina o come diavolo vogliamo chiamarli. Non la corruzione, in tutte le sue molteplici forme (ivi compresi il conflitto d’interessi e l’evasione fiscale). Non il crescente divario economico (quello per cui il 3% delle famiglie italiane si gode oltre il 45% del denaro circolante, come ci ha opportunamente ricordato Ballarò). Non le ingiustizie sociali. Non le condizioni di lavoro o quelle di sopravvivenza. Di tutte queste cose la chiesa non parla, se non genericamente e di passaggio, come ricordandosi di un obbligo.

Il sesso, invece, merita l’intervento divino. I PACS, che riconoscerebbero diritti civili agli omosessuali, i preservativi, le pillole e l’aborto sono pratiche stregonesche e blasfeme, sono «instrumentum diaboli» perché possono aiutare, fra l’altro, a prevenire l’AIDS, che è evidentemente un «instrumentum Dei», fatto apposta per metterci alla prova di fronte alle sofferenze. Che ci siano famiglie con ragioni terrene per limitare i danni, non è un argomento né morale, né degno d’attenzione (Buñuel diceva di essere interessato più alle cose degli uomini che a quelle di Dio, ma era un povero vecchio anarchico e non gli andava mai bene niente). Avete dei problemi economici? Bene, cominciate a non scopare. Passerà tutto. C’è il pericolo dell’influenza aviaria? Bene. Non vorrete mica perdere tempo a controllare tutti i polli? Basta che smettiate di mangiare.

Ora, che la libera chiesa possa dire quello che vuole non fa una grinza, ma allo stesso modo in un libero stato il cittadino potrebbe decidere se volere le stesse cose oppure no. Ci vorrebbero delle leggi che glielo permettessero. Ci vorrebbe una devolution meno farsesca di quella appena votata di nascosto persino dall’informazione televisiva, e che permettesse alle regioni di comportarsi come meglio ritengono, di distribuire preservativi, di far pagare un aborto meno di una Ferrari, anche se adesso è in declino, o di mettere, volendo, un ciellino a dare consigli alle future mamme (con quello che ci costano, qualcuno un lavoro glielo dovrà pur dare). Forse basterebbe la Prestigiacomo, ma certo non basta Storace, che, guarda un po’, si riscopre, con la faccia che ha, figlio del concordato.

Storace è solo un esempio, e non è il solo, né a destra, né a sinistra. Cardinali, vescovi, preti e parlamentari (in ordine d’importanza) non dormono la notte pensando a come salvarci dalle fiamme dell’inferno, ovvero dal sesso libero e come piace a chi lo fa. Perché, se non lo sapete, quello del sesso è un grosso problema morale, mica un qualsiasi problema del cazzo. Vi ricordate la faccia di Alemanno quando, sempre a Ballarò, Oliviero Beha ha detto che sarebbe ora di parlare di etica? Una faccia da: diavolo, ogni giorno ce n’è una nuova e non si può mica pensare a tutto. I nostri uomini politici, da perfette imitazione di imprenditori e commercianti quali sono, interessa solo l’etichetta, la facciata, qualunque sia, non hanno tempo da perdere con i contenuti e la coerenza. «Fatti, non pugnette», come direbbe Cevoli.

Ci mancherebbe per esempio che dovessero rispettare le leggi che proclamano. O che volessero cambiarle, proprio adesso che hanno trovato un perfetto modus vivendi. Negli interessi dei cittadini, ovviamente.

E’ per questi, infatti, che un divorzio è peccato. Mica per i governanti. Sono i cittadini che si masturbano, scopano, magari fra maschi, che usano i profilattici e così facendo portano alla rovina il paese e la morale. Mica i governanti. Sono i cittadini che non sanno essere fedeli e non vogliono procreare, nemmeno dietro compenso, che non si accontentano di essere liberamente disonesti ma vogliono avere riconosciuti diritti che potrebbero sfruttare di nascosto, salvando così la faccia del paese. Mica i governanti, che godono dell’immunità, morale e materiale, perché così possono continuare a lavorare per noi. Ma anche a scopare per noi, a tradire per noi, a divorziare per noi, ad usare i preservativi per noi e magari anche ad abortire per noi. Che cosa sarebbe la democrazia se non ci fosse il principio della delega? Se non ci fossero cioè i Berlusconi, i Bossi, i Pera, i Buttiglione, gli Storace a compiere anche per noi ciò che a noi non è permesso? Perché mai Casini o Follini dovrebbero recitare il loro mea culpa in Che tempo che fa o altrove?

La chiesa si accontenta: il suo silenzio è stato pagato con trenta denari-ICI. Ma si può fare di meglio, perché le vie del Signore sono infinite. Passano magari per il fascismo e le leggi razziali, i libri all’indice, le scomuniche, la connivenza, i malgoverni, le truffe bancarie, le sovvenzioni alle scuole private, cioè cattoliche, ma sempre con un principio morale ben chiaro in testa: do ut des.

Dal canto suo il nostro libero stato può tutt’al più allargare democraticamente il campo dei ricchi, quindi immuni, comprendendovi calciatori, imprenditori, commercianti, ragazze da tv, meglio se «giovani e avvenenti» come voleva il dottor Stranamore. Dopo tutto la tv attuale è una scuola di puttaneria degna di entrare in quella sostenuta dalla cattolicissima signora Moratti: che sia un caso che prima si è occupata della RAI? Un giorno i preti che vanno in tv parteciperanno a Se vuoi essere miliardario e a chiedere la carità fra i banchi della chiesa si aggireranno “santine” appositamente addestrate, come le veline, da una qualche equivalente di Maria De Filippi o Mara Venier. Ci vuole così poco ad essere buoni cristiani.

(«Cineforum», n.450, dicembre 2005)