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TV 2004

Un anno finito pericolosamente

Bisogna riconoscerlo: non è stata una fine d’anno come tutte le altre. Anche la tv ci ha riservato i soliti botti imbecilli che segnano la nostra non appartenenza a un mondo civile: lo ha fatto consegnandoci un palinsesto senza logica in cui non è davvero facile scegliere il peggio (ancora più difficile è scegliere il meglio).

Cominciamo da Raiot, la trasmissione di RAITRE condotta e fatta da Sabina Guzzanti, che è bella e brava e alla quale perdonerei tutto, visto il padre che si ritrova. Grazie a lei apprendiamo che siamo al 53° posto nel mondo in quanto a libertà d’informazione; solo che, nella sua frenesia di raggiungere il 100°, la RAI sospende la trasmissione dopo la prima puntata. Le ragioni dell’intervento – che non deve essere definito censorio, per carità - sono esaurientemente spiegate dal Direttore Cattaneo: buon gusto e rischio di cause milionarie. Per quanto riguarda il primo, come la mettiamo con la pubblicità trasmessa durante il minuto di silenzio per i morti in Iraq che precede l’amichevole di calcio Polonia-Italia? «E’ solo un po’ di rosso», come dice Barbara Harris in Nashville (di cui Studio Universal trasmette una versione mutilata lateralmente) oppure un «piccolo errore» come ammette Lucia Annunziata? Per le seconde come la mettiamo con la reazione di Fabrizio Del Noce all’invadenza di Staffelli di Striscia la notizia? (un match in cui non è facile scegliere per chi tifare).

Alla RAI sono sull’orlo di una crisi di nervi. Dopo Del Noce anche un giovanotto che si fa chiamare Giorgino si arrabbia con Mentana, ospite di passaggio in Domenica In, che lo confronta con Vespa (bella gara anche questa); e Socci nel suo Excalibur tratta Giovanna Melandri in un modo che, a scelta, sembra frutto di: a) una lunga e penosa astinenza sessuale; b) adesione a CL (acronimo sospetto in sé); c) entrambe le cose.

Bonolis invece non perde la voglia di scherzare, tant’è che invita Paolo Rossi a Domenica In perché reciti un monologo di Pericle sulla democrazia. Non passa: la democrazia è una cosa troppo seria per lasciare che ne parlino i democratici; e poi quanti anni ha Pericle? non regge il confronto con le spiritosaggini di oggi (e nemmeno con quell’Isola dei famosi che è diventata la trasmissione dell’anno: unicuique suum). Per fortuna provvede qualche giornale, di quelli che mister B definisce «obsoleti» (wow!), visto che secondo lui le massaie non li leggerebbero preferendo la tv (in particolare l’ancora traballante Rete 4). Qualche massaia non gradisce, perché già non fa una bella vita così, figurarsi poi se la trattano anche da imbecille. Ma una domanda sorge spontanea, anche se non se/gliela pone nessuno: perché mister B non comincia a chiudere i giornali suoi, che secondo le sue stesse parole non appartengono nemmeno alla «stampa importante» del paese?

A proposito di scherzi, c’è il dibattito sullo «strappo» di Fini contro il fascismo. A Porta a porta intervengono Giuliano Ferrara e Ignazio La Russa e poco manca che arrivino a sostenere che non solo AN, ma persino Mussolini è sempre stato antifascista. Alla fine rimane solo Pera a difendere strenuamente le barricate di una così gloriosa e malintesa pagina della nostra storia.

A metà dicembre Sky manda in onda S1mOne, storia di una bella ragazza virtuale (cioè una sorta di cavaliere inesistente made in USA e in vesti femminili), la quale, visto il grande successo mediatico, si butta nell’agone politico (leggi: scende in campo). A parte la bellezza, ci ricorda qualcuno. Qualcuno che non lesina le solite gag: per esempio, per fare contento Bush, come se non bastasse la cattura di Saddam Hussein, dichiara che finalmente è stata trovata «l’arma di distruzione di massa» (ah, ah: forse allude ai pidocchi che il solerte medico USA immortalato da tutte le tv cerca con tanta cura). Qualcuno che al Parlamento Europeo sostiene che il semestre di presidenza italiana non poteva andare meglio, malgrado alcuni dettagli da perfezionare (nuovo ah, ah). Qualcuno che alla mancata approvazione della legge gasparri (le minuscole sono d’obbligo) da parte del Presidente della Repubblica, replica con il consueto fair play di non aver letto il documento e di non avere nemmeno intenzione di farlo perché non gli interessa. Qualcuno di cui parla abbondantemente il recidivo e redivivo Daniele Luttazzi la notte di San Silvestro (Canal Jimmy), mentre Muti dirige un concerto dedicato alla Mittel Europa (mai nome è stato più appropriato). Qualcuno che, oltre ai giornali e ai libri, non legge nemmeno la posta, come fa invece incautamente Prodi. Ma cosa volete che sia un pacco esplosivo in confronto alla cimice family size che trovò mister B qualche anno fa? Il governo infatti non gli riserva nemmeno un decimo della tempestività riservata a Rete4. La quale ha un’audience molto bassa, in ogni senso, ma ha un grande valore simbolico; eliminarla – ovvero mandarla sul satellite, come per legge - sarebbe come sparare al cuore di mister B; infatti, non trovando nessuno che accetti di presentare il decretino che la tenga fuori legge (nemmeno Fini, per non rubare il primato dei lecca a Gasparri), tocca a Lui in persona sacrificarsi, per salvare lo stipendio dei poveri dipendenti di Fede & Co, che senza pubblicità non sopravviverebbero. Tornano alla memoria i consigli dati dallo stesso mister B alla FIAT qualche mese fa. Ricordate? Produrre una 500 e venderla col nome di Ferrari. Allora perché non spacciano Rete4 come Canale 5 e Fede come Mentana? Magari l’Authority ci mette tre anni ad accorgersene. Dopo la depenalizzazione del falso in bilancio si spalancano autostrade di possibilità: per esempio, la crisi della Parmalat potrebbe essere risolta non solo affidando a Tanzi una qualche presidenza protetta, ma più semplicemente chiamandola Nestlè, quella dell’Inter chiamandola Milan e via dicendo. Poi, il giorno dopo, si nega e via tutti, felici e contenti.

Sempre con lo stesso fair play – e soprattutto con la stessa faccia, uno di quei lampi di verità che malgrado tutto ogni tanto la tv ci regala) – mister B annuncia anche (ripicca? censura? per carità!) di voler sopprimere la par condicio: fatto! come dicevano anni fa e come egli stesso conferma parlando su RAIUNO per due ore, poco prima di Natale; lo fa sostituendo il TG1, così nessuno se ne accorge. Poi, se qualcuno se lo fosse perso, ci pensa un altro dei nostri Pulitzer, Vigorelli, a ritrasmetterlo a notte fonda, in un orario degno dei migliori porno. Pochi giorni dopo segue una lunga intervista su «Libero», ma non conta perché quello sì non lo legge nessuno.

Sempre nel frattempo, poiché nell’accavallarsi di tutti questi avvenimenti non si può tener dietro a tutto, un penoso silenzio cala sull’incriminazione di Igor Marini per calunnia nei riguardi di Prodi, Fassino e Dini. Sic transit gloria mundi: finché era un’accusa campata in aria aveva un sacco di spazio; quando si comincia ad ammettere che è una calunnia, zitti tutti, ché a mister B non interessa (non legge e non leggerà niente nemmeno di questo).

Il 2003 finisce così. Gli auguri per il 2004 hanno tutto il sapore delle condoglianze.
(«Cineforum», n.431, gennaio-febbraio 2004)

 

L’inverno del mio scontento

Uno dei problemi di noi italiani è che ci troviamo quasi sempre a dover scegliere fra prodotti, se non proprio speculari, quanto meno di egual valore. Una volta fra Cossiga e Andreotti, oggi fra Fazio e Tremonti, fra i bond Cirio e i bond Parmalat, fra banche e assicurazioni, qualche volta fra un imbecille e un delinquente, altre fra due imbecilli, altre ancora fra due delinquenti. Venendo alla tv, la scelta è in generale fra RAI e Mediaset (la sola differenza è RAITRE); più in dettaglio fra Luisa Sanfelice dei fratelli Taviani di oggi ed Elisa di Villombrosa di una Turrini che non è mai emersa; oppure fra un festival di Sanremo governato da Aragozzini e uno governato da Tony Renis; fra Giorgino e Mentana, fra Ricci e Bonolis, fra Palombelli e Ferrara. Mai fra il diavolo e l’acqua santa.

L’inverno è una stagione difficile (o, come ci ripetono quotidianamente tutte le tv, terribile: quest’anno poi – udite! udite! - nevica anche), la stagione dello scontento, appunto. Devo ammettere che anch’io ne risento. In compenso diventa più facile parlare di tv, che è il paradiso dello scontento (mi si perdonino le assonanze, ma l’omaggio a Shakespeare è d’obbligo).

Non sono comunque il solo: in questa stagione persino un uomo saggio, colto ed equilibrato come Antonio Ricci dà sempre segni di squilibrio; fino all’anno scorso lo faceva per l’avvicinarsi del Festival di Sanremo, che vedeva come attentato alla indiscussa superiorità del suo Striscia la notizia; ma, come per ogni malattia ricorrente e stagionale, gli succede anche quest’anno che, Sanremo a parte, a fargli concorrenza ci si mette l’ex Bonolis e con successo: un’offesa o una bestemmia non otterrebbero maggiori risultati.

Anche le sinistre d’inverno sono uggiose ed irritabili (gli scontenti cronici direbbero: come sempre). Non trovano di meglio da fare che incazzarsi con Marco Travaglio perché le accusa di avere al proprio interno delle sacche di corruzione (le parole non sono queste, ma il senso sì). Come sempre, si comprende e si perdona un gesto scorretto, o anche disonesto, ma non chi lo denuncia. E non è solo perché si approssimano delle elezioni. E’ il nostro concetto di libertà di parola. A destra come a sinistra: il compagno D’Alema ne sa qualcosa, anche se poi la tv glissa, perché il nome di Travaglio è meglio non farlo, altrimenti chissà cosa salta fuori.

Nel frattempo, in vista delle elezioni e forse per imitazione della sua signora, il compagno Rutelli cerca disperatamente il modo di dimostrare che c’è e perché: lo fa nell’unico modo che rientra nella sua e nella nostra tradizione sinistra, cioè suggerendo alternative alla sinistra e non alla destra. Che poi la questione delle gabbie salariali meriti una riflessione (se non altro più seria dell’aborto partorito sulla fecondazione eterologa) diventa secondario di fronte alla visibilità.

Non è questo il solo motivo di scontento di gennaio. C’è anche il caso della prolungata assenza di mister B dalle scene nazionali. Essa è stata accompagnata dalle ipotesi più svariate e fantasiose, tra cui quella di un intervento di chirurgia plastica, di volta in volta spacciato come un merito o come una balla. Se fosse vero, si potrebbe facilmente immaginare la ressa di tutti coloro che vogliono donargli la pelle (per me, comunque, dovrebbe vincere Bondi). Ma non è vero. Niente lifting, né diete, né riposo. In realtà Mister B ha seguito un corso di recupero insieme a Bossi. Si sa come sono questi corsi: tante ore in un giorno producono solo confusione. Ho sentito gente parlare del confino fascista come un luogo di villeggiatura, dei lager come colonie estive per bambini e magari citare Goebbels come traditore del nazismo e sotto sotto aderente al PCUS.

Altri protestano che non si può governare da Porto Rotondo, come se da Arcore o da Roma potesse essere diverso. In realtà mister B, nel suo tentativo di coniugare 1984 alla commedia all’italiana, si può permettere tutte le assenze che vuole, ci sono i suoi boys e le sue soubrettes che provvedono a tenergli in caldo il posto, a rimestare la Costituzione, a riverniciare la legge gasparri (sempre le due minuscole, mi raccomando). Lo scontento vero è nato con il suo ritorno: la Saga del Decennale di Forza Italia (maiuscole ironiche e, se fosse possibile tipograficamente, mussoliniane) viene trasmessa in diretta da Rete4 il 24 gennaio e ampiamente recuperata dalle altre reti, come si conviene a un evento ispirato per discendenza diretta addirittura dallo Spirito Santo (parola di quell’illustre teologo che è Baget Bozzo: un altro caso di appropriazione indebita, ma lo spirito in gioco non è santo); e sono tutti lì, boys & soubrettes, a fingere di ascoltare, a sorridere compiaciuti, ad annuire compunti come a messa, a cantare insieme a Lui, a spostarsi controllando il megamonitor per essere certi di essere ripresi («Io c’ero! Io c’ero!», racconteranno ai nipoti, geneticamente pronti anche loro ad applaudire con le rosee manine del futuro). Solo che, come sempre, ci sono effetti collaterali imprevedibili: per esempio, può anche succedere che, a forza di sentire sciocchezze, persino qualche giornalista del TG1 si ricordi di essere un giornalista e protesti. Come del resto ha fatto un lecca della Decima Mas, il quale, dopo aver appreso che le informazioni fornite da Sabina Guzzanti in RaiOt erano vere, ha detto che proprio per questo la trasmissione doveva essere soppressa, perché la satira è una cosa, la verità è un’altra (trovatemi voi una battuta che batta questa). Nel frattempo la RAI sta studiando un programma che raduni tutti i suoi silurati. Titolo: Non è mai troppo tardi. Oppure: Il monoscopio (alla lettera). Magari trasmessa in digitale (poiché gasparri pensa effettivamente che c’entrino le dita, il logo sarà un dito medio).

Per rifarmi la bocca e l’umore, mi sono dato a letture amene: Il potere nucleare di M.Dinucci (Fazi 2003), dove ho appreso, tra le altre cose, che ci sono al mondo armi sufficienti ad uccidere ogni uomo sulla Terra per 5.000 volte (esagerato? Può darsi: facciamo la metà, così stiamo più tranquilli); Pessimismo culturale di O.Bennett (Il Mulino 2003), che passa in rassegna tutta la saggistica distopica e le riflessioni/paure occidentali della decadenza, per non dire dell’apocalisse (ambientale, morale, intellettuale, politica e culturale); Il rischio di D.Lupton (Il Mulino 2003) e, dulcis in fundo, due vecchi romanzi di quell’incurabile ottimista che era Jim Thompson, E’ già buio, dolcezza e L’assassino che è in me (Fanucci 2003).

Forse è colpa mia, ma dopo una simile full immersion nella stupidità umana, mi riesce difficile pensare che spunti all’orizzonte qualche segnale che lasci presagire l’arrivo, imminente o lontano, di una «glorious summer by this sun of York» (vedete come sono ridotto? A cogliere ogni occasione per mostrare che anch’io conosco un po’ l’inglese e i classici. O che per lo meno posseggo i libri giusti, che sono meglio del telecomando).
(«Cineforum», n.432, marzo 2004)

 

Sogni proibiti

Il mese scorso l’ho trascorso in letargo (era il febbraio più lungo e nevoso del secolo, come sempre: ha persino nevicato, sconvolgendo mezz’Italia, ma accontentando i TG che finalmente potevano piangere senza chiamare direttamente in causa il governo). Di conseguenza ho fatto molti sogni. Me ne ricordo soprattutto uno, che proverò a raccontare. Come tutti i sogni, non ha senso.

Ero stato invitato, chissà perché, alla Prova del cuoco e qui avevo trovato un fornaio e un macellaio onestissimi commercianti, per carità! onesti come i politici, gli imprenditori, gli assicuratori e le banche, che facevano il pane e macellavano la carne proprio come se ci fosse stato stata ancora la lira, ma in compenso costellavano i loro prodotti di lamine d’oro come Gualtiero Marchesi e allora anch’io aprivo un negozio di alimentari e mi compravo, forse sei mesi dopo, forse prima, una villa, due ville, tre ville; non era che un inizio, ma bastava a procurarmi il Premio Tanzi e Cragnotti. Poi il sogno si è confuso, è diventato Mi manda RaiTre e gli stessi bottegai, camuffati da Banda Bassotti, mi entravano in casa di notte travestiti da comunisti (un foulard rosso o uno di quelli stile Occhetto) e mi rubavano non solo i soldi, ma anche la casa e la barca, che in realtà era solo un minuscolo ferryboat di celluloide con cui facevo il bagno da bambino (ma basta il pensiero). Dicevano: «Così ti risparmiamo la fatica di portarceli; poi tu dai la colpa all’euro e a Prodi». In un angolo, fingendo di fare il palo, ma in realtà guardandosi compiaciuto allo specchio, Tremonti si sfregava le mani, anche perché nel frattempo Fede vinceva sia il Pulitzer che l’Oscar per la frase con cui accoglieva l’approvazione della legge gasparri («Siamo salvi») e, grazie alla conseguente amnistia, non solo liberavano Sofri, ma Socci diventava addirittura giornalista. Alla notizia il golem Palombelli prendeva vita e graffiava in diretta Ferrara, mentre D’Alema si dimetteva da Presidente dell’Assemblea Condominiale e Fini, fumando uno spinello grosso come un Avana, minacciava il suo 287° ultimatum a Bossi. Li lasciavo solo perché invitato alla cena in sostegno di FI nell’harem di Arcore, anche se poi dovevo rinunciare non tanto per la spesa, che qualunque pensionato o massaia potrebbe permettersi se solo facesse attenzione a come spende i suoi soldi, quanto per il fatto che non c’era nemmeno mister B: stando alle sue dichiarazioni rilasciate da Bondi si preparava a passare due settimane a Sanremo con il il trio Apicella-Renis-Vespa oppure a Nassirya per un altro pseudo-lifting (biglietto pagato da Bush), dove avrebbe spiegato dove si trovano le armi chimiche e come si fa a battere la guerriglia con il 4-4-2; poi doveva andare da Prodi a chiedergli scusa per l’affare Telekom Serbia e infine prendere parte a un dibattito in tv, ma quest’ultimo era in realtà il Processo di Biscardi, con interlocutori Galliani e Ancellotti e argomento l’obbligo dei festeggiamenti su tutti i campi di serie A per ogni gol del Milan, l’unica squadra che appartiene alla Lega (altrimenti ci sarebbe conflitto d’interessi). Solo che, con tutte le cose che aveva da fare e da dire, faceva confusione e si ritrovava nell’appartamento reale di non so dove con Letta, Cattaneo, Del Noce e Mimun, ai quali coglieva l’occasione di suggerire l’abolizione non della par condicio, bensì della censura in tv: subito dopo, però, nessuno dei giornalisti superstiti sapeva più che cosa dire, cosicché saltavano tutti i palinsesti e il CdA rassegnava la dimissioni, Alberoni e Veneziani, i più idealisti, in testa. Saltava anche la trasmissione meteo di Fazio (Fabio) che AN giudicava troppo difficile, al punto che il loro emissario (gasparri) non ci capiva quasi niente ed era costretto a farsela spiegare da Cattaneo, che non ne conosceva neppure l’esistenza (e, se l’avesse conosciuta, l’avrebbe negata, perché certe cose la RAI non le deve fare). In sostituzione andava in onda una puntata di Xena Principessa guerriera in cui Maria De Filippi, guest star d’occasione, vinceva un Oscar e ballava Cheek to Cheek con Del Noce e sembravano Fred Astaire e Ginger Rogers (nell’ordine). La trasmissione era condotta da Marzullo, le vallette erano Platinette e l’ex-presidentessa, ex-leghista, ex-mater amorosa Irene Pivetti, che operavano in diretta prima le tette di mister B, poi le guance di Paola Ferrari perché potesse chiudere ogni tanto gli occhi e la bocca. Fra i presenti Gene Gnocchi e Simona Ventura riuscivano il primo a non ridere a una propria battuta, la seconda a dire «Buongiorno» senza aggiungere «assolutamente» (nessuno le hai mai detto che sembra Dustin Hoffmann in Rain Man?) e soprattutto rinunciava, come le altre showgirl, conduttrici, letterine ecc, alle croci appese al collo, senza sostituirle con altri simboli religiosi che non c’entrano «assolutamente». In un angolo c’era anche Pecoraro Scanio, che però taceva e per la prima volta mostrava di avere un’idea di ciò che diceva. Proprio per sua iniziativa, nei giorni a circolazione per targhe alterne la gente smetteva di tossire, i bambini e i vecchi respiravano e boccheggiavano, rispettivamente, a pieni polmoni e anche Socci tirava il fiato nel tentativo di battere il proprio record di «perché?» consecutivi. Nel cielo finalmente limpido saliva la luna piena e la Moratti sorrideva attorniata da bambini festanti telecomandati, i quali la accompagnavano nello studio di Ballarò dove affrontava in un incredibile duello la Melandri (vedi Pecoraro Scanio). Qualcosa però non funzionava come si deve, giacché tutte le tv sospendevano per una settimana le programmazioni normali, sostituendole con degli speciali su: 1) i 24 militari morti sui 200 malati di leucemia che hanno nel loro recente passato la partecipazione alla guerra in Kosovo (partecipava il ministro Martino, con ampie e convincenti rassicurazioni, recitate con la convinzione che gli è propria); 2) i 18 calciatori morti per il morbo di Gehrig, imputabile all’assunzione di medicinali dopanti (partecipava Galliani che, a nome della Lega, quella che volete, ci rassicurava sull’innocenza del Milan); 3) l’effetto nefasto delle coincidenze (partecipava Tremonti che dava le colpe a Prodi e a Fazio). A seguito della drastica decisione la piazza era invasa da cortei che dicevano che 40 morti non sono niente di fronte ai milioni che vogliono vedere Il grande fratello, La talpa, Domenica In, Sanremo, ecc. Nel frattempo, in nome della libertà, qualche sinistra inventava il Festival di Mantova e Striscia la notizia e Le jene si occupavano dei parlamentari che fumano e non usano i portacenere (vergogna!).

Qualcuno sostiene che anche questi sogni sono colpa dell’euro; altri li attribuiscono a Marx, Engels, Stalin, Biagi, Montanelli, Sartori, sostenendo che i comunisti hanno sempre fatto brutti sogni; altri ancora dicono che guardo troppa tv; altri infine mi accusano di mangiare e bere troppo. Non lo so. Mi chiedo soltanto di che cosa si riempirebbero le mie notti se non ci fosse la tv. Forse sognerei il mio fornaio e il mio macellaio che…
(«Cineforum», n.433, aprile 2004)

Vittoria amara

Il mese di marzo è stato caratterizzato innanzitutto da due eventi di peso assai diverso, ma complementari: la strage di Madrid e le successive elezioni in Spagna. E’ bastato un solo giorno a far crollare un governo in carica da otto anni – e solo perché agli spagnoli non è andata giù la scoperta che il loro governo aveva mentito in precedenza e continuava a mentire speculando su una tragedia di proporzioni spaventose. Duecento morti: un prezzo molto alto per una verità che era comunque nell’aria e non solo nella propaganda delle opposizioni, che qualche volta, pare strano, ci prendono. La caduta di Aznar: un prezzo minimo per chi pensa che la gente sia solo uno strumento da manovrare per fini elettorali. La Francia è stata più fortunata: non ha avuto bisogno di stragi per capire.

La tv italiana non poteva esimersi dal fingere che in Spagna attentato ed elezioni non fossero collegati, anche se molti membri, alla doppia lettera, del nostro governo hanno continuato a fingere di sapere che la responsabilità fosse dell’ETA. Nel Porta a porta del 15 marzo l’imbarazzo di Vespa era palese almeno quanto l’irritazione del ministro Martino di fronte ad un Rutelli cui finalmente qualcuno aveva scritto le battute giuste (o magari si è sbagliato a leggerle). Con la solita aria seccata di chi ha cose più importanti di cui occuparsi – l’aria comune a tutti i suoi compari e boss – il ministro si limitava a ripetere che, dal momento che siamo in Iraq, non si può venirne via così sui due piedi. Come se un errore iniziale giustificasse tutte le sue conseguenze o che queste fossero valutabili a prescindere da quelle. Come se mandare un esercito in giro per il mondo non significasse partecipare comunque a una guerra (se è solo una missione di pace, perché non ci mandano la Croce Rossa o non sostengono Emergency?). Come se si dicesse, insomma, che quando si pesta una merda è difficile uscirne coi piedi puliti. OK, ma in ogni caso cambiarsi le scarpe non è un gesto indecoroso. O forse, dato che i tempi sono cambiati, persino le merde non sono più quelle di una volta.

Qualche sera prima, a Ballarò, sia Luttvak che Buttiglione avevano avevano cercato in ogni modo di irridere le accuse di Giulietto Chiesa (molto vicine a quelle di don Luigi Ciotti in Che tempo che fa del 21), ma era stata impresa superiore alle loro forze – cosa per altro più che prevedibile per il secondo, trincerato dietro l’indignazione e l’aria supponentemente offesa che è l’unica espressione che gli compare in volto, oltre ai risolini compiaciuti con cui sigla come argute le proprie battutine da parrocchietta.

Tuttavia la nostra tv (con l’eccezione di Giovanna Botteri) ha preferito continuare a fare un giornalismo basato sulla lettura dei comunicati ANSA e inseguire uno scoop che alimenti la paura e l’audience: è vero che sarà l’Italia il prossimo obiettivo? e sarà l’undici di quale mese? quello di giugno, prima delle elezioni europeo-amministrative? sotto quale segno astrale? e dove? Come in un gioco a quiz, solo che abbiamo a disposizione più risposte di quante possiamo prevedere. Ma perché preoccuparsi? Perché prestare ascolto a Lilli Gruber e a tutti gli altri disfattisti che sostengono che non tutto va bene?

A proposito: il 21 marzo il nostro Aznar della Brianza ha approfittato per l’ennesima volta della tv per fare il suo messaggio autopromozionale teso a difendere il calcio e le grandi squadre che non pagano i loro debiti; ha parlato di una possibile «rivoluzione» di popolo e, per dimostrare che aveva ragione, i tifosi romani hanno fatto le prove il giorno stesso, facendo saltare Lazio-Roma, con il placet telefonico di quella persona al di sopra di ogni sospetto che è Galliani. Per permettere a mister B di elogiare il proprio interesse per la nazione, nonché di ribadire la propria competenza sull’argomento, Domenica Gol del 21 ha ritardato di quasi mezz’ora i servizi sulle partite (proprio quando il Bologna aveva vinto 3-0!). Fa piacere sapere che qualcuno ha le soluzioni giuste per tutto, anche se cambiano ogni giorno. Lo immaginiamo già presentarsi a Elisir per dire che ha scoperto la cura contro il cancro; no: contro l’AIDS; no, erano le emorroidi. In ogni caso possiamo stare tranquilli e continuare a guardare quel museo del feticismo che è RAIUNO.

D’altra parte le elezioni incombono e i sondaggi non sembrano promettenti: bisogna darsi da fare, Porta a porta non basta più e chissà il dolore di Vespa. Non basta più nemmeno la depenalizzazione dei falsi in bilancio. Bisogna almeno promettere di nuovo la riduzione delle tasse, che in sé non costa nemmeno fatica – e in ogni caso i ricchi sono autorizzati a farsela da soli. Promettere e permettere, perché siamo la vera democrazia (USA docent). Se avete una nonna da uccidere per ereditare, una nipote da stuprare per piacere, un vicino da eliminare per rubargli i gerani, un’automobile da rubare perché siete rimasti senza benzina – ebbene, fatelo subito, è il momento buono. L’Italia che conta, quella dei ladri, dei bugiardi, dei tifosi cretini, dei commercianti disonesti, degli ignoranti che discendono direttamente da Adamo ed Eva senza passare per le scimmie, è chiamata a raccolta: Forza Italia.

Niente di nuovo, dunque. Nemmeno l’improntitudine. Maria De Filippi dichiara che la RAI «non ha un programma decente» (Repubblica, 24.3.2004); la Lega (proprio la Lega!) accusa Casini di fascismo; e persino Giuliano Ferrara scopre che il suo mister B sa fare solo i propri interessi e prende anche impegni che sa di non potere e non volere mantenere: l’occasione gli è offerta dalla farsa del caso Sofri, ma non sappiamo quanto durerà l’irritazione, tanto ingenua e tardiva da apparire altrettanto poco credibile; magari sarà spalmata, come si dice adesso, in qualche anno e forse un giorno capirà anche lui (o dirà di avere capito) che la legge gasparri è una truffa spudorata quasi quanto il ponte sullo stretto, il calo delle tasse, la devolution, la Moratti, la cartolarizzazione, la Bossi-Fini e la guerra pacificatrice in Iraq.

Marzo si chiude con il ritorno dell’ora legale (come diceva Benigni, l’unica cosa legale che ci è rimasta) e con mister B che spiega il suo rifiuto ad andare a Nassirya, che va bene giusto per Fini; e poi i nostri «poveri soldati», come li chiama la sinistra, sono «ben pagati e contenti» - e magari fossero così gli operai, i manovali, i professori ecc, che invece protestano, scioperano e pretendono anche di riposare la domenica. Ma sì, chiudiamola in demagogia: non è il peggio che si aggira per l’Italia in questi giorni. Ci sono i Bondi, i Cè, i Borghezio, i Castelli, gli Adornato, i Cattaneo, ecc, ecc, citati così alla rinfusa, proprio come meritano.
(«Cineforum», n.434, maggio 2004)

 

L’orribile verità

The Awful Truth è il titolo originale di un film di Leo McCarey del 1937, interpretato da Cary Grant e Irene Dunne, uscito in Italia col titolo, una volta tanto fedele, L’orribile verità. Dal 1999 è anche il titolo di una serie televisiva pensata e condotta da Michael Moore, trasmessa da Canal Jimmy in aprile e maggio (oltre 20 puntate dei canonici 22’, ciascuna dedicata a due argomenti). Il rapporto finisce qui: difficile immaginare Moore alle prese con una commedia stile Anni 30 o con un suo remake, con le allusioni levigate della commedia del ri-matrimonio di cui parla Stanley Cavell e un racconto compiuto. Si tratta in realtà di brevi inchieste su argomenti di attualità (a partire dal processo a Clinton), che potrebbero semmai ricordare il nostro Report, se non fosse che sono radicalmente diversi non solo i conduttori e gli argomenti (il che è ovvio), ma soprattutto le durate, il ritmo e lo stile platealmente irriverente del regista di Bowling for Columbine e del libro Stupid White Man.

L’arma scelta da Moore è anche qui quella della provocazione aperta, sarcastica, spesso beffarda: l’informazione è quasi sempre in apertura, più che altro la definizione della situazione che verrà affrontata. Nel 1999 le cronache sono occupate dal caso Clinton-Lewinski, in cui il primo non avrebbe «abusato del proprio potere, ma solo di una stanza della Casa Bianca»; eppure il procuratore Ken Starr fa spendere al paese 50 milioni di dollari per scoprire che «a un uomo di mezza età piacciono le ragazze più giovani». In risposta Moore inscena prima una manifestazione di simil-puritani davanti alla casa di Starr, davanti alla Casa Bianca stessa e per le strade; poi un tizio travestito da Thomas Jefferson interrompe la conferenza stampa di un senatore gridando che anche lui ha avuto qualche scappatella e che «tutti mentono sul sesso». In un altro caso, appreso che le Assicurazioni Humana si aggrappano a un cavillo per non pagare il trapianto di pancreas a un giovane malato di cancro, benché la copertura prevista dalla polizza sia «totale», Moore organizza il finto funerale del giovane, al quale vengono invitati i dirigenti della società stessa. Non passa molto tempo che questi si ricredono. Il mondo cambia? Il capitalismo diventa umano? No: è solo un caso, come a Mi manda RaiTre.

Negli USA, grazie anche a Clinton, 43 milioni di persone sono privi di assistenza sanitaria e allora alcuni ospedali lanciano l’operazione work care, ovvero: se vuoi essere curato, paghi con un lavoro extra nell’ospedale. Moore monta una tenda, con medici e infermiere, proprio davanti a uno di questi ospedali e raccoglie malati che spazzano, che lavorano a maglia, ecc. Il calcolo è semplice: se vuoi essere curato per l’asma, devi lavorare venti notti; e se non sai fare un lavoro che sia utile, devi prima andare da qualche altra parte a imparare. Di notte, perché di giorno devi lavorare per pagarti le lezioni. Comma 22 è una barzelletta al confronto.

Lucianne Goldberg è una delle testimoni chiave del caso Clinton, quella che ha raccolto i campioni del suo DNA dai reperti erotici. Anche Moore, in alcuni incontri con la donna, si fa baciare e raccoglie campioni di rossetto, ciocche di capelli, un bicchiere in cui ha bevuto la donna. Poiché, però, l’analisi del DNA costerebbe 15.000 $, ripiega su una soluzione più economica: apposta una telecamera di fronte alle camere della solerte e invadente testimone e trasmette ciò che si vede, per 24 ore su 24, su un sito internet dal titolo I See Lucy.

La mascherata è una forma ricorrente. La Sodomobil è un pullman rosa carico di gay, maschi e femmine, che va in giro, guidata da Moore, per gli stati in cui è illegale essere gay. Si leggono cartelli del tipo AIDS CURES FLAGS oppure THANK GOD FOR AIDS. Crackers, il «pollo anticrimine» (versione cortiliva del nostro Gabibbo), si reca a Disneyland e a Disneyworld per verificare se è vero che gli operai sono sottopagati, privi di contratto regolare, sostenuti da scarse condizioni igieniche, ecc. Poiché le accuse sono fondate, Crackers carica in macchina Topolino, ma questi suggerisce di andare ad Haiti, dove si possono assumere lavoratori più tranquilli e meno pagati, sl che Crackers lo scaraventa fuori dalla macchina. Alle sedi delle multinazionali del tabacco (Philip Morris, Camel e Reynolds) si presentano gruppi di laringectomizzati vestiti da Santa Claus che cantano, per ringraziamento, classiche canzoni di Natale. Un certo Joe Camel, con testa di cammello, nel tentativo di rifarsi del lavoro perduto, distribuisce sigarette e birre ai bambini.

Quando Moore accusa Ira Rennert, uno dei maggiori industriali americani, di inquinare i paesi vicini alle sue fabbriche, con ampie testomianze, anche mediche, questi gli fa causa, come la Disney, e il giudice, con l’appoggio del sindaco di NY (il bravo Giuliani), condanna Moore a non avvicinarsi a più di 45 m al Rockfeller Center, nel cui raggio si trovano, tra l’altro, la Cattedrale di San Patrizio, il parco di pattinaggio e il grande albero di Natale illuminato. Quando le accuse vengono riconosciute false, la causa viene archiviata, il divieto abolito e il bravo Giuliani dichiara di non aver mai voluto impedire niente a nessuno. Non siamo i soli a saper cambiare idea e dichiarazioni da un giorno all’altro.

I filmati nelle diverse locations si alternano ai commenti e ai dialoghi che Moore intrattiene con il pubblico in teatro. In uno di questi casi ci informa che il patrimonio di Bill Gates equivale a quello di 120 milioni di americani, anche se «non sembra tanto intelligente». Segue una serie di interviste sotto il titolo di «Beat the Rich», in cui vengono poste le domande più svariate a ricchi e “normali”. La sfida si conclude con un 26-6 per questi ultimi. Ma è solo demagogia. Lo sappiamo che più si è ricchi, più si è colti.

Noi con tutto questo non abbiamo molto a che vedere, se non per il fatto che gli USA sono da anni il modello cui aspiriamo. Però, visto che le elezioni imminenti proibiscono che si parli di politica/i, dobbiamo accontentarci di questo excursus in un passato che potrebbe diventare il nostro futuro. Dopo il ritiro della Spagna dalla guerra all’Iraq, siamo rimasti i migliori amici degli USA (parole di uno di cui non si può fare il nome, che suonano come un invito ai terroristi a prendersela con noi). Da apprendisti volonterosi, abbiamo cominciato a tagliare una trasmissione di Lucarelli sulla mafia (che c’entri qualcosa?) e gli archivi di Blob. Forse trasmetteranno il tutto a Porta a porta, anche se la concorrenza di Domenica In si sta facendo spietata: dal mister B di qualche anno fa, infatti, sono passati a un serial killer. Poi abbiamo approvato una legge che tollera la tortura, non reiterata, forse una o due volte alla settimana, non di più. Nello stesso tempo sono uscite negli USA le foto delle torture perpetrate in Iraq, sempre in nome della pace. Che sia un caso? O che sia perché le civiltà superiori hanno sempre qualcosa in comune?
(«Cineforum», n.435, giugno 2004)

 

Jail Bait

Delle torture in Iraq tutti hanno parlato, pubblicato e trasmesso le foto della vergogna, qualcuno persino la sequenza della decapitazione di un giovane americano probabilmente non più colpevole di tutti noi – certo non più di Bush o di Rumsfeld (le elezioni USA sono lontane, quindi i nomi si possono fare). Sono rifiorite le stantie polemiche sull’americanismo e l’antiamericanismo, in nome di un’ideologia tanto povera quanto ossessiva; c’è mancato poco che condannare le torture significasse essere antiamericani e quindi, per una strana catena deduttiva, approvare le decapitazioni. La retorica dell’informazione non si ferma di fronte a niente.

Non si è fermata, per esempio, di fronte all’improvvisa ed evidentemente imprevista coniugazione fra guerra, violenza e crudeltà. Al contrario: avanti con lo stupore e lo scandalo. Tiriamo fuori dai cassetti dell’ipocrisia i lager nazisti e le prigioni in Algeria, come se fossero macchie occasionali in un lenzuolo che più bianco non si può. Il tono era quello di un “Vi ricordate quella volta che…?” e ci si è persino stupiti della violenza subita da Gesù Cristo nel film di Mel Gibson.

Che l’uomo sia un animale violento e crudele non è una novità. Gli invasori hanno sempre avuto diritto di saccheggio, di stupro e di tortura; pochi decenni fa si bruciavano corpi e foreste col napalm, pochi anni o mesi fa si scagliavano cluster bombs, si usavano proiettili a base di uranio impoverito. Questo non giustifica ovviamente né la violenza, né la crudeltà. Non giustifica Guantanamo, né le guerre condotte come se fossero partite di Risiko (o, forse meglio, di Monopoli), fra eserciti virtuali e non di carne e ossa, né l’uccisione di civili, donne, vecchi e bambini che siano, magari convitati d’una festa di nozze, e nemmeno il fatto che i soldati siano stati pagati bene. Forse uccidere da ricchi e convinti di avere insegnato e/o imparato la pace, la libertà e la democrazia, è molto meglio che morire da poveri. Nuovo mondo meraviglioso, che contieni simili genti!

In questo mondo, tuttavia, persino una persona pacata come Hans Blix, in una conversazione con Fabio Fazio, ha ammesso che forse gli americani non si sono limitati a pagare per ottenere informazioni sull’ubicazione dei depositi di armi di distruzione di massa in Iraq: quel forse era più lapidario degli avvisi di garanzia emessi a suo tempo da Amnesty International e dalla Croce Rossa e confermati da qualche militare non sempre di basso grado.

Ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato in una cultura che non riesce a mettere un freno ai mister Hyde che comandano – o anche solo nello stupore che i media manifestano, come se la storia ricominciasse sempre dal Medioevo. E’ uno stupore di comodo e di maniera, senza coscienza, che magari si aggrappa al fatto che negli scandali sono coinvolte delle donne, come i soldati England e Harmon. Qualcuno ha magari pensato che fosse un segno di eguaglianza fra i sessi (ma qualche ufficiale pervertito ha sostituito le donne con i cani). Altri hanno cercato di darci da intendere che sono solo casi eccezionali, psicopatie individuali messe alla berlina dall’ennesima affermazione di libertà implicita nei media occidentali. In fondo erano solo foto-ricordo da mandare a casa con due righe di accompagnamento: “Ecco, qui potete vedere la vostra bambina in azione: è quella a sinistra, che regge in mano un guinzaglio, o quella che cavalca il mucchio di corpi seminudi. L’uomo che è con me è mio marito, aspettiamo un figlio e siamo viaggio di nozze. Baci”.

Il guaio è che, quando i casi eccezionali sono la maggioranza, non sono più tanto eccezionali. Deve essere bello sapere di essere stati eletti dal cinquanta per cento più uno di casi eccezionali (in qualche caso da un po’ meno) e che questa maggioranza relativa ha l’appoggio dei manuali forniti dal Pentagono e dalla CIA. E’ vero che, come in ogni manuale per computer o cellulari, le istruzioni non sono chiare e chissà che cosa hanno capito quelle due povere sfigate, ma come la mettiamo con la generalessa Janis Karpinsky, che sembra uscita da un vecchio B-movie tipo Ilsa la belva del deserto o Helga la belva delle SS o come diavolo si chiamava? C’è da scommettere che in futuro gestirà un sito internet dedicato alle dominatrici: per il momento si giustifica dicendo che si limitava a obbedire agli ordini – come se fosse una giustificazione o almeno una novità. E c’è da scommettere che nel frattempo qualche avvocato americano si starà dando da fare per far avere a Lynndie England i diritti d’autore per quel materiale con cui chissà quanti media si sono già arricchiti (la Harmon ci sarà rimasta male: le sue foto sono uscite quando era già scattata la censura). O infine che la Miramax e la Walt Disney, anziché mettersi d’accordo sulla distribuzione del film di Michael Moore, stiano progettando un film intitolato Oil for Blood. Avrebbe un gran finale: dopo che Condoleeza Rice, in uno splendido attillato lamé bianco, gli ha cantato “Happy Birthday, Mister President”, GWB parla alla nazione, in primo piano, lo sguardo acuto rivolto alla macchina da presa e al futuro; sullo sfondo sventola la bandiera stars and stripes; un coro di voci bianche accenna God Bless America; lui si congratula con il fedele e insostituibile Rummy, mentre lentamente, in sovrimpressione, si vede avanzare su una scalinata di nuvole (come nel vecchio The Sullivans) una ragazza con un bambino al guinzaglio. Ma sì, è lei, è il soldato Lynndie. Fra un pannolino e l’altro s’intravede una medaglia d’oro. E’ falsa, come le stelle da sceriffo che si comprano ai bambini, ma nessuno ci fa caso.

Per la versione italiana – di un paese in cui quell’insieme di buchi etici che è la destra possiamo toccarla con mano quotidianamente, grazie anche alle molte tv che ne emanano l’olezzo - è prevista anche una sequenza in cui un patetico ometto (niente nomi! non si può) si aggira frenetico per la scena come il fattorino di Hellzapoppin, raccontando a tutti di essere stato lui a suggerire a Bush e a Putin come comportarsi con l’Iraq o la Cecenia, a Rumsfeld di impedire l’uso delle macchine fotografiche, a Cattaneo di mandare in onda un reality show dal titolo Dungeon, al posto della Fattoria, a Boldi, De Sica e Vanzina di girare Vacanze in Iraq. Lo segue una frotta di bastardini uggiolanti, che scodinzolano, fanno segno di sì con la testa e in coro cantano che non è successo niente, che nessuno muore, perché siamo tanto simpatici e tutto il mondo ci ama - o che, se è successo qualcosa, è solo un’invenzione della sinistra, compresi i morti d’origine italiana. Anche la tv, sotto censura, scodinzola la sua antenna e tace obbedendo agli ordini, ma tenendosi pronta a stupirsi alla prossima occasione – anche se dovesse coincidere (il Dio di BB non voglia!) con le elezioni di giugno.
(«Cineforum», n.436, luglio 2004)

 

Partita doppia

Una farfalla batte le ali in Cina e un uragano esplode in Perù: la prima legge dell’ecologia, riassunta così poeticamente, è chiara e precede di molti decenni ogni idea di globalizzazione, in linea con l’evoluzione postmoderna per cui tutti gli avvenimenti, piccoli o grandi che siano, hanno radici comuni e finiscono per legarsi, assomigliarsi o ripetersi. Così non ci si deve meravigliare se anche due avvenimenti lontani come i campionati europei di calcio e le elezioni, europee ed amministrative, si rivelano, soprattutto in Italia, come due facce della stessa medaglia. Che poi i primi siano la farfalla e le seconde l’uragano o viceversa non cambia molto.

Cominciamo dalla eliminazione dell’Italia, che, con le arie che si dava, suona come una doppia sconfitta: la prenotazione dell’albergo salta, come quando mister B non viene invitato ai summit. Questa volta non è possibile dare la colpa all’arbitro, come in Corea, ma per fortuna a salvare l’onor patrio c’è la sporca, ma prevedibile partita-combine giocata fra Danimarca e Svezia; e c’è la comune eliminazione di Francia, Germania e Inghilterra – cioè gli stessi paesi i cui governi hanno perso le elezioni meno brutalmente di quello italiano: qui il posto degli arbitri e delle combines è stato preso dai brogli elettorali delle sinistre, notoriamente battagliere, rapide ed efficienti, come hanno ampiamente dimostrato in Sicilia nelle elezioni scorse o nelle esibizioni dei pianisti degli ultimi anni. L’importante è che si continui a credere che il nostro è il miglior campionato del mondo, altrimenti c’è il rischio che Sky ci rimetta - e che il nostro sia il migliore dei mondi possibili, altrimenti mister B piange nella sua capanna in Sardegna (un pizzico di demagogia non fa mai male)

Entriamo nei dettagli. Alla partita d’esordio dell’Italia, Totti, quello che non ha rivali, che è il più grande di tutti, che poi si dichiarerà e verrà dichiarato sempre corretto (come se non l’avessimo mai visto), sputa addosso a un avversario e viene squalificato. Lo stesso accade al ministro Tremonti: anche di lui qualcuno dice che è il migliore, ma non basta a impedire che venga squalificato, forse proprio perché anche lui sputa in faccia a tanta gente, italiani compresi e leghisti esclusi. Sul primo girano da anni mucchi di barzellette, mentre per il secondo ne basta una: l’Italia è una penisola bagnata da tre mari e prosciugata da Tremonti. Comunque sia entrambi vengono sostituiti dalle loro riserve: Cassano funziona, ma è troppo tardi; Siniscalco è tutto da vedere, anche se non è nemmeno una seconda scelta, dal momento che viene dopo Monti (e passi), ma anche dopo Fini (e questo è già più grave). Mister B dice che ci aveva pensato subito, ma sarebbe come se il Trap dicesse “Ah, se c’erano Gilardino e Baggio…” In compenso, grazie a lui, Buttiglione viene promosso commissario europeo, come un qualsiasi Materazzi che venisse chiamato a giocare in nazionale.

A proposito di licenziamenti e affini, anche Carraro presenta le più che doverose – e tardive - dimissioni del caso, solo che lo fa dopo aver concordato anche la loro respinta e alla fine si ripresenta più bello e forte che pria. Nel frattempo Forza Italia va a rotoli, tutta la politica economica e quella cosa che chiamiamo governo pure, ma mister B si prende per qualche giorno l’interim dell’economia e ringrazia i servitori sciocchi che nella foga di spartirsi gli avanzi gli hanno spianato la strada e continuano a farlo.

Il campionato europeo viene vinto dalla umile, laboriosa, operaia, collettiva, tutto-quello-che-volete Grecia e perso da tutte quelle squadre che hanno almeno una star in formazione e pensano che basti preoccuparsi dell’abbigliamento e degli orecchini, essere i numeri uno di un Grande Fratello Imbecille ecc. Le sinistre vincono le amministrative, perché hanno capito che andare in tv non basta, che “uniti si vince” (ma va!), che bisogna correre, sudare e voler vincere prima che conservare il proprio seggiolone da sconfitti. Ma quanto durerà, Daisy?

Vieri – il grande centravanti dai colpi di testa in perenne ritardo (la testa è sempre la testa) – sostiene di essere più uomo di tutti i giornalisti: a parte il fatto che il termine di paragone non è gran che, la reazione stizzosa, isterica e infantile è incredibilmente simile a quella del ministro Giovanardi quando nell’ultima puntata estiva di Ballarò accusa Lilli Gruber di conflitto d’interessi e finge di scandalizzarsi della sua promozione in Europa. Non sarà che una nazionale che presenta tra le sue fila un Materazzi o un Giovanardi, appunto, non merita altro che la sconfitta?

A metà luglio il presidente Casini tuona contro la Camera che non vuole discutere il conflitto d’interessi: ma dov’era in questi anni, mesi e giorni in cui lui e i suoi compagni (si fa per dire) hanno fatto di tutto per coltivarlo? Anche lui nell’Isola che non c’è, insieme a Trapattoni e Carraro mentre si giocava in Corea o nel post-Corea? O di Follini e Buttiglione mentre si approvava la legge gasparri? O di Bossi che, come Groucho Marx, non vuole più far parte del governo che lo annovera fra i suoi fondatori? (ma il calciomercato è sempre aperto e si può andare a giocar male in Europa anziché solo in Italia: un posto in panchina non si nega più a nessuno). In ogni caso la montagna, si fa per dire, ha partorito il suo topolino, ovviamente stronzo come la mamma, ovvero la nuova legge, quella che decreta una volta per tutte che mister B ha sempre ragione.

Paradossalmente, ma fino a un certo punto, di fronte a questi incubi di mezza estate, la tv sceglie il silenzio e le immagini di repertorio, facendo sin dalle origini concorrenza a Blob. Bisogna capirli, questi poveri giornalisti, tutti, da Cattaneo in giù fino a Fede. Tengono famiglie e mutui da pagare. Ogni loro volto sembra dirci continuamente: diamine, non vorrete mica che ricordiamo ai telespettatori per più di dieci giorni come hanno votato? Non è colpa nostra se la nazionale viene eliminata e non ci aiuta a farvi sognare, se le parole di mister B sono sempre le stesse, cioè “faremo, diminuiremo, cresceremo, ecc”; non è colpa nostra se il nuovo CT Lippi accetta di essere complice di un sistema che non cambia assolutamente nulla, proprio come il suo predecessore e come Gentile in vista delle Olimpiadi; non è colpa nostra se i vari Bondi, Giovanardi & Co. non sanno trovare altro che parole d’elogio per il loro padrone e chiamano “verifica” quel via vai dalla tavola di mister B che Mastella, uno che se ne intende, definisce “tramezzini a go go”; non è colpa nostra se l’uomo nero (comunista) vi fa paura, né se dobbiamo farci riconoscere all’estero grazie a un Buttiglione. Noi facciamo quello che possiamo, tant’è che per alleviare le vostre afose notti d’estate vi offriamo i cinquant’anni della RAI, una trasmissione su Padre Pio, le mummie e i mezzi busti ever green trovati in cantina (da Rita Pavone a Bruno Vespa: la prima annuncia il ritiro dalle scene, il secondo no). Ah, dite che dovremmo andare tutti a cambiarci gli scarpini? Non ci pensiamo proprio: questi saranno scomodi, ma portano alla gloria.
(«Cineforum», n.437, agosto-settembre 2004)

 

 

Favola

C’era una volta, in un paese lontano lontano, un giovane di bell’aspetto, con un volto semplice e buono. Tutti gli volevano bene, anche se sapevano che aveva un grosso difetto, anzi due: era un po’ tonto ed anche un po’ bugiardo. Tonto può sembrare una parola grossa, ma nessuno trovò mai di meglio.In quanto al bugiardo, nessuno trovò mai nulla in contrario. Gli piaceva raccontare delle storie, che Dio solo sa dove scovava, e in compenso gli piaceva nasconderne altre, che erano vere.

Non aveva un lavoro, ma, poiché era simpatico a tutti o quasi, lo mantenevano in modo più che dignitoso dandogli ciascuno una somma giornaliera. Lui bighellonava tutto il giorno e a sera rientrava in paese a raccontava quello che aveva visto: a modo suo, naturalmente, cosicché nessuno sapeva mai che cosa fosse veramente successo. Ma in fondo non aveva importanza. Era divertente e questo bastava.

Il suo nome sarebbe stato Telesforo, ma tutti lo chiamavano amichevolmente Tele.

Una mattina d’estate meno calda delle altre gli capitò di assistere a un incontro molto strano: niente meno che il principe da una parte e un uomo di pelle scura e il volto coperto da uno straccio nero dall’altra. Quest’uomo non lo aveva mai visto prima e gli faceva anche un po’ paura.Il principe, invece, l’aveva visto un sacco di volte, con la divisa d’ordinanza, di cui si diceva ne avesse ottocento copie, oppure con la camicia aperta sul petto e una bandana colorata in testa, che, se non fosse stato così piccolo, si sarebbe potuto scambiare per un pirata. Lo aveva visto sorridere quando le cose andavano bene e sorridere quando andavano male: per questo la gente si fidava di lui e diceva «Se sorride, vuol dire che possiamo stare tranquilli.»

Ogni volta che lo incontrava, ed era frequente perché abitava proprio a fianco del suo giardino principesco, ascoltava quello che diceva e poi tornava in paese a raccontarlo, sempre a modo suo. La gente un po’ gli credeva e un po’ no, perché tutti sapevano che era un bugiardo e anche un po’ tonto e non c’era da fidarsi troppo di un tipo così. Ma dicevano anche che era meglio che niente e che senza il loro Tele non avrebbero mai saputo che cosa passava per la testa del principe. Qualche vecchio brontolone borbottava che non avrebbe cambiato nulla saperlo o non saperlo, ma gli altri lo zittivano accusandolo di non essere mai contento, cosa che ai vecchi succede spesso, tanto più se brontoloni.

Ma torniamo a quando incontrò il principe con l’uomo nero. Tele si fece da parte inchinandosi più volte, come gli avevano insegnato, ma restò in disparte ad ascoltare. Non capì molto, visto che, non dimentichiamolo, era un po’ tonto; capì però che dovevano esserlo un po’ anche loro, giacché uno faceva un discorso e l’altro ne faceva un altro che non c’entrava per niente col primo.

Quando tornò in paese raccontò tutto quello che aveva sentito. Figuratevi che cosa poteva essere quel racconto fatto da un giovanotto un po’ tonto e un po’ bugiardo che aveva ascoltato i discorsi di due che erano un po’ tonti anche loro e probabilmente pure un po’ bugiardi!

Disse che l’uomo nero aveva rapito un bambino del posto e minacciava di non restituirlo fino a quando il principe non avesse smesso di sorridere e di fargli la guerra.

«Ohé, Tele, di quale guerra parli?» gli chiesero tutti in coro e lui raccontò di una guerra in un paese lontano per portarvi pace e serenità. Gli uomini e le donne si fissarono sconcertati, scuotendo la testa. Da dove saltava fuori quella guerra? E quando mai una guerra porta pace e serenità? «Chissà che cos’hai capito!» gli dissero continuando a scuotere la testa. Gli altri bambini scoppiarono tutti a ridere, che sembrava un giorno di festa.

«E che cos’hanno deciso alla fine?» chiesero, ben sapendo che non avrebbero creduto a quel loro figlio un po’ tonto e un po’ bugiardo.

«Non hanno deciso niente. Il principe ha detto che ha ben altre cose per la testa e l’uomo nero che non avrebbe mollato.»

La gente del paese andò a letto un po’ sconcertata: sapevano tutti che prima o poi, magari per caso, una verità a Tele sarebbe scappata, ma chissà se era proprio quella volta. «Boh?» dissero quasi tutti.

Il giorno dopo un bambino fu trovato ucciso nel bosco. Il principe non venne al funerale, ma disse a Tele che gli dispiaceva tanto tanto tanto, anche se forse quel bambino, un monello poco incline all’obbedienza, un po’ se l’era meritato o magari aveva cercato di fuggire prima che qualcuno lo liberasse. Tele riferì al paese solo che il principe se n’era andato, sempre sorridendo, per le vacanze in un altro dei suoi castelli, che in fondo era l’unica cosa che aveva capito. La gente disse «Pover’uomo, deve essere così stanco, con tutto quello che fa per noi» e il giorno dopo cominciò a dare la caccia a tutti quelli che sembravano assomigliare all’uomo nero descritto dal giovane un po’ tonto e un po’ bugiardo.
(«Cineforum», n.438, ottobre 2004)


Estate violenta

Come dicevano Monsieur Verdoux e Günther Anders, quello che separa il genocidio dall’omicidio (ovvero la professionalità dal dilettantismo) è il numero. Nel xx secolo i lager nazisti e hiroshima (le minuscole non sono un errore del computer, ma una sua scelta morale) hanno trasformato radicalmente il concetto della morte: il numero è nemico di un’identità che comincia dal nome.

I modelli di rappresentazione della morte che hanno costellato l’estate sono la strage di Beslan e l’uccisione brutale di un ostaggio dopo l’altro, il campo totale e il primo piano, possibilmente ripetuto. Paradossalmente e crudelmente il più spettacolare – e quindi televisivo - è quello che rispetta l’identificazione secondaria, cioè il secondo: la decapitazione ci mostra un uomo che piange e urla, un corpo che lotta inutilmente; ci fa sentire vittime della stessa impotenza e violenza che subisce, entrambe individuali. Le immagini più terribili delle Twin Towers erano quelle dei singoli uomini che si gettavano dai grattacieli in fiamme, non quelle della finta individualità del crollo. Mucchi o file di cadaveri nei loro anonimi sacchi di plastica restano terribilmente anonimi, come le parate delle bare di Giardini di pietra.

La tv si trova così costretta a cercar di fare del suo meglio (il che non è sempre una garanzia) per supplire al vuoto empatico senza cedere al ricatto terrorista della visibilità dell’orrore (qualcuno in realtà cede); così va alla ricerca di lacrime e sangue, di scoop e suspense, sostituendo alle notizie i “si dice” di un gossip tanto cinico quanto crudele, testimonianze che la frenesia da scoop priva spesso di ogni verifica; quando può, fa ricorso all’identità dei morti attraverso la mediazione dei parenti; media l’orrore mettendolo fuori campo. (Per di più qualche giornalista creativo ha oggi lanciato la moda, subito raccolta dagli altri, delle “due simone”, come se Simona Pari e Simona Torretta fossero due oggetti smarriti oppure i personaggi d’una fiaba).

E’ vero che un’immagine colpisce più di un ragionamento, ma quello che lo spettatore vede ogni giorno per qualche minuto, magari durante i pasti o chiacchierando con gli amici o litigando con la moglie, quello che viene trasformato in una serie ossessiva di gialli, la maggior parte dei quali finisce male (e quando c’è un happy end si scende in piazza a far festa), non gli trasmette niente che assomigli veramente al dolore e all’orrore e verrà immediatamente dimenticato. Il numero e quella sua variante che è la ripetizione ingenerano saturazione e indifferenza. La tv si trova così a coltivare una memoria che si autodistrugge dopo la visione, una memoria senza pensiero, la sublimazione dello spettacolo: un nastro che ci scorre davanti agli occhi senza fermarsi mai. Di contro, se dovesse mostrare tutto l’orrore con l’efficacia che richiede, finirebbe per fare il gioco di Al Qaeida o quel che è (qui la questione si rovescia e ci pone di fronte a nomi volutamente privi d’identità: Bin Laden? Nessuno sa chi è, nemmeno coloro che l’hanno costruito, novella creatura che si ribella al suo creatore). E’ in un vicolo cieco, ma solo perché crede che guardare sia la sola cosa che possiamo fare.

D’altra parte, quando tenta di ragionare, lo fa aggrappandosi agli stereotipi più semplici e diffusi, come la religione, surrogato ideale di un’identità negata, in italia soprattutto. Ciò che rimane del soggetto è l’appartenenza a un gruppo e la sua etichetta è la fede. Con le dovute distinzioni, figlie di una cultura opportunista e irragionevole. Da qualche tempo si parla poco degli integralisti cattolici, anche se applaudono calorosamente mambro e fioravanti al raduno riminese di cl; di contro si parla molto di integralisti islamici, identificati con i terroristi. Adesso l’integralismo è solo islamico e, per una strana proprietà transitiva, solo l’islam è integralista: se l’immagine dominante dei ciellini è quella di innocui segaioli (che non sono affatto innocui, perché, come ci hanno sempre detto, masturbarsi fa male), quella degli islamici tout court è di uomini incappucciati che tengono sotto tiro i loro prigionieri e si preparano a sgozzarli. Fino a quando un giorno in Francia quelle stesse comunità rivelano una democrazia che la nostra tv non sospettava e allora diventano di moda gli islamici moderati, che prendono finalmente posizione contro il terrorismo, possibilmente ben vestiti, che dichiarino di star bene in italia, di essere contenti per come li trattiamo e di voler sostenere il governo nella lotta al terrorismo. Una fede che indossa finalmente il vestito della domenica o, se preferite, del venerdì. Salvo poi scoprire che questi terroristi/fanatici non sono tanto diversi da noi e chiedono e ottengono riscatti da superenalotto, col placet dei nostri inflessibili governanti di destra, quelli che “coi terroristi non si tratta”. A quanto stanno oggi i titoli degli ostaggi? E quelli di coloro che vengono ogni giorno bombardati non si sa più in nome di che cosa? Un abisso.

Sarebbe facile imputare tutto questo al caldo e alle vacanze, soprattutto quando, di colpo, l’estate finisce e in poco più di dieci giorni, arrivano, nell’ordine: la pioggia, torrenziale e straordinaria; il già citato Report; il campionato di calcio con annesse coppe (o viceversa) e il solito totti che oltre a sputare sa anche calciare; l’isola dei famosi, con un attacco di diarrea collettiva (che emozione!); l’elezione di miss italia; costanzo e de filippi che ballano; vespa che aspetta invano uno scoop durante il suo porta a porta; L’infedele e Ballarò, tra i pochi tentativi di trasformare un talk show in think show. Ma non è colpa del caldo se nessuna comunità ebraica prende posizione contro israele e se la prende invece con Report, accusata con parole da stadio di antisemitismo di aver parlato di risoluzioni onu regolarmente disattese, e non solo da israele. In un film di Tim Robbins, Il prezzo della libertà (1999), trasmesso da Sky in settembre, l’italiana sarfatti (Susan Sarandon) viene irrisa per essere un’ebrea fascista: a quando gli insulti a murdoch? Se mi è sfuggita qualche iniziativa, chiedo scusa; farmelo eventualmente presente senza accuse di antisemitismo o filonazismo risorgente potrebbe essere un buon inizio. Dovremmo smettere di confondere israele con ebrei, bush con gli usa, mister b con l’italia, i terroristi con l’islam, ecc. Ci sono ancora identità che contano più delle maggioranze. Ma allora ci troveremmo a parlare di etica e di ragione, non di tv.
(«Cineforum», n.439, novembre 2004)

 

 

Io confesso

Vostro Onore, Signori della Corte, eminente pubblico popolare di lettori sovrani (si dice sempre così), cercherò di essere breve e di non abusare della Vostra pazienza. Questo processo nasce dall’accusa che mi viene mossa da parte di un certo giorgio cremonini. Un’accusa pesante: non quella di scrivere di televisione (c’è di peggio e comunque è una cosa che fanno in molti), ma di farlo da quattro anni e di non essere ancora riuscito a prendere la cosa sul serio, finendo per essere ripetitivo, poco originale e soprattutto, malgrado le sue evidenti pretese, poco divertente. Con grande rammarico devo ammettere che l’accusa è fondata. Al tempo stesso non posso fare a meno di citare alcune attenuanti.

La prima riguarda l’attribuzione al computer della responsabilità di rifiutare le maiuscole a chi non le merita, come un qualsiasi emilio fede che storpia i nomi dei nemici. Per quanto possa apparire strano, il fatto risponde a verità, per cui mi dichiaro non colpevole. Tuttavia. se la Corte decidesse di non credere a una giustificazione tanto inverosimile, avrebbe tutta la mia comprensione, giacché io per primo riderei in faccia a chiunque la invocasse.

La seconda, assai più sostanziosa, riguarda il fatto che un poveraccio è costretto a guardarsela, questa tv, per poterne scriverne. Mettetevi una mano sul cuore e ditemi se è vita questa. E’ vita essere costretti mese dopo mese a inventarsi qualcosa per parlare del vuoto? E’ vita, non trovando niente di intelligente da dire, cercare tutte le occasioni possibili per «fare il brillante», come si fa nei paesi quando si prende per il culo lo scemo che passa? E’ vita occuparsi di gasparri o di chi per lui (o di lui per chi)? E’ vita scegliere come obiettivo le sciocchezze che diceva marzullo nei suoi rituali servizi dall’altrettanto rituale mostra di venezia, soprattutto quando chiedeva se il cinema italiano meritasse in sé e per sé un leone d’oro? E’ vita sorbirsi emanuele filiberto che, per strada in smoking, ci spiegava che il cinema deve aiutarci a sognare e sopravvivere in un mondo che è proprio brutto? Il reato di lesa maestà è limitato dal fatto che ho sì gridato «vieni avanti, savoia», ma solo nella solitudine della mia cameretta.

E’ vita sentire buttiglione che dichiara “non mi dimetterò mai” e pochi giorni dopo “mi dimetto”, il tutto per non ostacolare il cammino dell’Europa? Certo, c’è in ballo – pera docet – un reato ascrivibile a vilipendio della religione, ma a mia difesa posso citare un teste come baget bozzo, che per primo ha invitato il succitato buttiglione a non essere più realista del re, ricordandogli, come se ce ne fosse bisogno, che una poltrona vale più di ogni principio. Che poi quella poltrona sia andata perduta è solo un fatto marginale, che riguarda l’incapacità di non saper andare fino in fondo.

E’ vita assistere all’improntitudine con cui un mister b con fluente e riccioluta parrucca stile Re Sole si dichiara in attesa del tanto sospirato incontro con Prodi in tv? Non posso nascondermi di essermi augurato che per questa nuova canossa fosse chiamato nuovamente mentana, che l’altra volta ha portato tanta fortuna: ma si può forse per questo accusarmi di istigazione a delinquere? E’ vita assistere alle beghe di condominio dell’Isola dei famosi senza sapere chi sono quei tanto famosi personaggi che vi prendono parte? Se uno è tentato di suggerire la partecipazione, che so, di gasparri, bondi, la gardini, veneziani o alberoni, lo si può capire e non è il caso di parlare di circonvezione d’incapaci.

E’ vita ascoltare le dichiarazioni rilasciate da piersilvio, secondo il quale la gara persa da mediaset contro la rai sarebbe dovuta alla ricerca della qualità, quando un anno fa la stessa opinione era sostenuta, a parti invertite, dai vari cattaneo e del noce? Il massimo che mi si può imputare è omissione di soccorso.

Insomma, è vita potersi occupare seriamente solo del solito Report (che ha osato toccare niente meno che le banche)? oppure di Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio con quell’apparente leggerezza che è propria delle persone intelligenti (se non altro gli dobbiamo la resurrezione di Enzo Biagi e Gino Strada, che le tv “serie” ignorano da anni)? O trovarsi infine a sgranare gli occhi con ammirazione quando, alla fine di ottobre, ho sentito giuliano ferrara dar ragione a Cacciari e a Sartori e mi sono trovato inaspettatamente davanti a una puntata quasi decente di 8 e 1/2?

Oh, certo, qualcuno potrebbe dire: perché non ti occupi del satellite, che manda in onda le uniche cose guardabili del periodo? A parte che non succede sempre e alcune cose sono inguardabili, come se fosse una tv via etere, quella è una tv d’élite, non è la tv che guardano tutti. E poi, se anche volessi elogiare RaiSat Cinema World per avere trasmesso l’intero Die zweite Heimat, per di più in orari normali, cioè dalle 14 alle 16, oppure RaiSat Extra che manda in onda pressoché giornalmente il David Letterman Show o la replica di Blob, un paio di pagine all’anno sarebbero sufficienti. E invece no: tre cartelle al mese. Per dieci volte all’anno. Potrei sostenere che sto già scontando una condanna più che adeguata, ma sarebbe solo un artificio retorico.

A mia difesa posso ricordare un’attenuante generica: in tanti anni, di fronte alla tv di tutti, non ho ceduto alla facile tentazione del turpiloquio, dell’oscenità o del doppio senso. Sarebbe stato facile, ma ho resistito.

Sarò sincero. Provo ogni tanto qualcosa che assomiglia al pentimento e al desiderio di non ripetere gli errori commessi. Provo ogni tanto la tentazione di comportarmi seriamente e lasciar perdere queste battutine del cazzo (a proposito…). Ma il fatto è che la tv – quella vera - non dà tregua: bastano una puntata di porta a porta (come quella dedicata alla famiglia mussolini); il silenzio di fede sull’esito delle suppletive, con la vittoria di Zaccaria su bossi; le reiterate marchette di don mazzi (L’Isola dei famosi, Quelli che il calcio, Domenica In: e poi?); la candidatura di flavia vento alle prossime elezioni (nello stesso collegio della zanicchi?); le accuse di volgarità rivolte a Il grande fratello (ma dove ha vissuto ‘sta gente in questi anni?); le apparizioni di un veneziani o di un castelli (uno a 8 e 1/2, l’altro a Ballarò, ma potrebbero scambiarsi e andare da qualunque altra parte, compresa quella che viene più istintivo pensare) – basta insomma una giornata come tutte le altre ed ecco che ogni proposito di distacco e di serietà va a farsi fottere.

Per tutte queste ragioni, che certo molti di voi comprenderanno e condivideranno, non mi resta altro che confessarmi colpevole di tutti i reati ascrittimi e affidarmi alla clemenza della Corte: stupidità e ripetizione dominano il mondo e la tv; lasciate, Vi prego, che anch’io, nel mio piccolo, contribuisca.
(«Cineforum», n.440, dicembre 2004)