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TV 2003

Le belle della notte

Notte di domenica 24 novembre 2002: non avendo intenzione di aspettare che Canale 5 trasmetta Tess in una versione compressa fra la 1.50, forse, e le 3.45, forse, quando il film dura quasi tre ore, un po’ di zapping svogliato mi porta su RAITRE e sul volto di Nanni Moretti intervistato da Enrico Deaglio per L’elmo di Scipio, una trasmissione seria, solo inficiata da una certa saltuarietà. L’occasione è ghiotta, data la scarsa disponibilità di Moretti sia alle interviste che alla tv, ma in questo caso, come prevedibile, l’argomento non è il cinema – di cui il regista si rifiuta di parlare - bensì la politica e in particolare quella cosa strana che sta succedendo da qualche tempo: la gente scende in piazza per protestare e soprattutto lo fa senza avere alle spalle le solite organizzate forze politiche o sindacali o senza essere premiata con un concerto. Non siamo più negli Anni 50, anche se di questo qualcuno dovrebbe avvisare le forze dell’ordine.

I media ci informano da anni del crescente disinteresse della gente per la politica e la frequenza alle urne delle ultime elezioni lo conferma. Si può capire, se pensiamo alle immagini di sabato 23 novembre, con Massimo D’Alema che prende parte a un corteo (uno scoop quasi come l’intervista a Moretti): regge uno striscione con aria distratta e guarda per aria con la faccia di chi pensa «In realtà io non sono qui e, se ci sono, non dovrei esserci». L’altra faccia, quasi speculare, di quella estraneità alla democrazia di cui Moretti accusa mister B: cose che fanno perdere tempo, da cui i supermen che lavorano così assiduamente per il paese non dovrebbero essere distratti e che vanno bene tutt’al più per le casalinghe e gli intellettuali. Molti di questi ultimi, ora di destra, ora di sinistra, ora non si sa, prendono le distanze dai girotondi (continuano a chiamarli così, anche se coinvolgono uno o due milioni di persone), perché da quando è finito il 68 con il suo «tutto è politica» pensano di essere cresciuti, mentre in realtà sono soltanto invecchiati (il che è naturale, ma solo se ci si ferma alla fisiologia). Altri, in compenso, rimproverano a Benigni di non essere sceso in piazza anche lui. Siamo alle solite: Coppi contro Bartali, Benigni contro Moretti – dove il primo vince Oscar e il secondo gioca per le strade oppure, a scelta, dove il primo sbaglia un film, ovviamente perché lo fa con i soldi di mister B, e il secondo è un arrogante che non cede a compromessi. L’importante è non essere uniti.

Moretti non si fa eccessive illusioni sulla forza e sui possibili risultati di questi movimenti (la ricerca di una corretta definizione è ancora in corso), ma sente che una qualche pressione bisogna farla - sul governo e sull’opposizione – almeno per evitare che entrambi si schierino di colpo e all’unanimità o quasi contro i giudici e a favore di Andreotti, condannato a 24 anni per il delitto Pecorelli. O se non altro per il gusto di dire «Io non ci sto», che non è poco come sembra.

Fatto sta che Gasparri – sì, il Ministro delle Telecomunicazioni, quello che fornisce ogni giorno uno spunto (e uno stipendio) a Maria Novella Oppo e che persino Formigoni accusa di essere «fascista» attirandosi una querela (è tornata ad essere un’offesa?) – decide di protestare perché nell’intervista non era previsto un contraddittorio (probabilmente non l’ha nemmeno vista e gliel’hanno raccontata; oppure l’ha vista e non ha nemmeno capito che era un’intervista; in compenso la mattina del 2 dicembre, a RadioTre, ribadisce le sue accuse, avvalendosi della complicità di alcune telefonate che inneggiano alla cacciata di Biagi e Santoro). Non è un caso che l’Unicef, nota organizzazione di sinistra (o di giudici, a scelta), classifichi le nostre scuole medie tra le più arretrate del mondo: finché a rappresentarci c’è gente come Gasparri e Bossi, non meravigliamoci (ma l’avranno superato l’esame di terza?). Pare in realtà che la materia in cui andiamo peggio sia la matematica: fare il nome di Tremonti adesso sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, o sull’Unicef, se si preferisce. D’altra parte coi conti non è mai stata forte nemmeno la sinistra, soprattutto quando c’erano da contare i voti in parlamento.

La Oppo ha ragione: Gasparri è una vera miniera d’oro. Dopo il finto scandalo sollevato dalla recidiva Alda D’Eusanio (bambini esibiti in tv, come i portatori di handicap dalla De Filippi – bella coppia) e nel disperato tentativo di dimostrare al mondo (cioè a mister B) che c’è anche lui, propone un codice di autoregolamentazione. Il Ministro dimentica o ignora che, se esistesse in Italia la minima possibilità di successo di un’autoregolamentazione (che vuol dire autocritica, pudore, rispetto), né lui, né mister B occuperebbero il posto che occupano, Bossi venderebbe magliette verdi e bottiglie d’acqua padana agli angoli delle strade, i bottegai che governano l’economia del paese non avrebbero portato i prezzi alle stelle per farsi una villa in più, il Presidente della Repubblica non ne darebbe la colpa all’euro come se fosse l’Uomo Nero e via dicendo. Non sarà che invece (dal momento che ogni botte dà il vino che ha) quello che ha in mente il Ministro significa censura, come ai bei tempi? Non sarà che, in qualità di Ministro, ha a cuore solo gli interessi della tv pubblica, mentre sulla privata non può e non vuole mettere bocca? Il nuovo principio di tutela dei minori è chiaro: finché esistono i Biagi e i Santoro che minano alle basi i principi delle sane famiglie italiane, l’educazione dei bambini, le norme basilari di un paese civile e gli interessi privati di un Presidente, bisogna ricorrere anche a questo: a mali estremi, estremi rimedi. Per esempio, che i bambini vadano solo da Mike Buongiorno, che, in quanto futuro senatore a vita, è esentato da tutti i divieti. Oppure: che tutti i programmi RAI, con la complicità di Baldassarre, si adeguino allo stile e all’intelligenza di Max & Tux ed Excalibur (altra bella coppia). Perché il pubblico ha dei doveri di cui il privato può infischiarsene.

Come ho già detto in altre occasioni, la tv riserva anche delle belle sorprese. Soprattutto di notte, quando tutti i bambini sono letto e si possono trasmettere i programmi pericolosi. Per esempio, la performance di Giovanna Marini e Francesco De Gregori in Uno di noi: hanno cantato due brani dal loro Cd Il fischio del vapore e ci siamo resi conto di quanto materiale ci sarebbe in giro per l’Italia per fare una tv decente, colta e popolare (nella scelta mancava Bella ciao, quella originale delle mondine; ma forse qualcuno ha pensato che potesse essere scambiato per l’inno di Santoro). Poi, anche se è stranamente uno dei dischi più venduti del periodo, non basterà a cambiare l’anima di questo strano paese, ma un brivido di piacere l’abbiamo provato. In alternativa avremmo potuto goderci masochisticamente il brivido di disgusto di fronte al contemporaneo horror condotto da quella tutrice del rispetto, della cultura e del buon gusto che è la signora Costanzo. Che tipo di autoregolamentazione ci si può aspettare da gente del genere?

(«Cineforum», n.421, gennaio 2003)


Freaks

Qualche decennio fa Joan Collins godette di un ragguardevole rilancio di popolarità grazie a Dynasty, una soap opera a cadenza settimanale che rivaleggiava con Dallas. Anzi, la sua popolarità come diva televisiva superò di gran lunga quella cinematografica, nonché, a maggior ragione, quella letteraria (scrisse anche qualche libro, di cui mi sfugge il titolo). C’era una logica di merchandising in questa scelta, la stessa che sin dalle origini aveva spinto la tv, medium di rincalzo, ad avvalersi di vecchie glorie decadute del cinema, come quelle etichette con la scritta Riserva che ogni tanto vengono appiccicate sulle bottiglie di vino. La tv americana, tuttavia, cercava di ottenere il massimo: imponeva a quelle vecchie glorie di recitare o, quando si limitava ad ospitarle in qualche varietà, le faceva cantare, dire qualche facezia scritta appositamente per loro, muovere qualche passo di danza o cose del genere. I risultati erano – e sono – alterni, ma dimostrano, se non altro, una buona volontà e un rispetto per lo spettatore che l’Italia ignora. Prendete – si fa per dire - due vecchie glorie (più vecchie che glorie) come Silvana Pampanini e Moira Orfei riesumate da quella trasmissione baraccone che è Domenica In: che le due signore esibiscano solo un’imbarazzante senilità (l’anagrafe non mente e le immagini neppure) e non siano invitate a far niente, è una cosa di cui possiamo in fondo ringraziare il cielo; che poi si mettano in mostra con tale mancanza di pudore è forse dovuto alla necessità di pagare la retta all’ospizio. Qualunque siano le ragioni di questo répéchage, lo spettacolo è avvilente, per le interessate come per noi, come quello dei freaks così ben descritti da Leslie Fiedler: persone che facevano spettacolo semplicemente ostentando il proprio corpo.

Domenica In divide con Buona Domenica il primato di trasmissione più stupida degli attuali palinsesti. In entrambi i casi siamo di fronte a un ricettacolo di avanzi e di improvvisazioni, ovvero di persone che fanno un mestiere e sono invitati a farne un altro. Per esempio, perché Giampiero “Bisteccone” Galeazzi si è messo in testa, o gli hanno messo in testa, di fare il comico con risultati penosi, più che ridicoli? Quel che è peggio è che lui sembrava proprio crederci, di essere diventato sia un comico che una star (l’assenza di autocritica non è solo appannaggio dei politici): se anche si fosse in parte ravveduto, quella macchia dovrebbe essere registrata sulla sua fedina penale o nella patente televisiva auspicata da Popper.

Insomma, in tv c’è sempre qualcuno che vuole esibirsi in cose che non sa fare. Aldo Busi, per esempio, sarà anche «il miglior scrittore italiano vivente», come diceva qualche anno fa Corrado Augias, ma per quanti sforzi faccia non fa ridere per niente, nemmeno ricorrendo a un espediente di grande tradizione avanspettacolare, cioè vestendosi da donna. Piero Chiambretti, convintosi di essere un genio o quasi, ha fatto un film realizzando uno dei flop più grossi degli ultimi anni (forse il pubblico è meno stupido di quanto la tv ci faccia credere) ed oggi non è che la patetica caricatura di se stesso. Persino Sabina Guzzanti, che in tv è una brave e pungente attrice comica, decide di darsi anche al cinema e interpreta e dirige Bimba: a Bologna, come probabilmente anche altrove, il film ha retto solo pochi giorni e così me lo sono perso, ma amici fidati mi hanno assicurato che raramente posso aver goduto di una fortuna maggiore. E lo stesso vale per Luciana Littizzetto in Ravanello pallido; e Paola Cortellesi, pur affrontando in modo non vergognoso A cavallo della tigre, appare più disinvolta come intrattenitrice spiritosa che come attrice. Poiché non siamo soli, l’inglese Rowan Atkinson – il vecchio mister B(ean) - si è rovinato nel tentativo di passare al cinema. Chissà se Vespa, la Venier e la Lewinsky non si sono messi d’accordo perché quest’ultima voleva fare quello per cui era diventata famosa oppure perché non voleva.

Sarebbe importante non credere che, se si ha successo facendo una cosa, lo si debba avere facendo qualunque cosa. I Re Mida non esistono. E se uno non sa fare niente, non se ne vada in giro a rovinarne altre. Sarebbe come 1) se un pessimo e sospetto arbitro di calcio - del tipo Byron Moreno per intenderci - si mettesse in testa di partecipare a uno show televisivo - del tipo Stupido Hotel, per intenderci; 2) se Borghezio decidesse di tenere una rubrica di bon ton; 3) se un insegnante di geologia si mettesse in testa di scrivere di cinema; 4) se Tremonti scrivesse un libro sull’ironia pensando che gli riesca meglio di quelli sull’economia; 5) se Maria De Filippi aprisse una boutique o una scuola di ballo; 6) se Fini decidesse di mettere all’indice la Costituzione; 7) o infine come se un palazzinaro brianzolo con qualche imputazione pendente volesse fare il Presidente del Consiglio.

Per fortuna ogni tanto c’è qualche eccezione. Roberto Benigni, per esempio, forgiatosi attraverso la tv, è diventato anche un grande comico cinematografico, soprattutto con La vita è bella (spero che prendere le distanze da Pinocchio non suoni come un delitto di lesa maestà, visto il silenzio con cui i media hanno accolto l’insuccesso americano del film); questo non lo autorizza a fare il cantante, ma le interpretazioni della Divina Commedia che ci ha fornito sono davvero eccezionali. Lo ha dimostrato ancora una volta in L’ultimo del Paradiso, uno special andato in onda su RAIUNO il 23 dicembre, lo stesso giorno in cui il Papa riceveva i Savoia (una sola domanda: perché?) e in cui Fini, con la sincerità e la buona educazione che lo distinguono, dava dei «coglioni» ai predicatori dell’onestà. Lo spettacolo di Benigni ci ha riconciliati almeno temporaneamente con la tv, per di più – udite, udite – senza interruzioni pubblicitarie: proprio in occasione del Natale in cui avremmo dovuto spendere l’impossibile. Dopo un trascinante fuoco di fila di battute, l’ultimo canto del Paradiso ha concluso la serata, in perfetta e simmetrica opposizione con l’Inferno della prima parte, dedicata ai vari Berlusconi, Bossi, D’Alema, Ferrara, Previti, Rutelli, ecc – molti dei quali avrebbero fatto bene a continuare a fare quello che facevano prima; quanto meno, avrebbero fatto meno male. In ogni caso abbiamo avuto l’ennesima prova che, se la tv dà ancora qualche segno di vita, non è grazie a Mediaset: bastano i resti della RAI.

Non sempre, ad essere sinceri. Basterebbe pensare a come il 4 gennaio RAIDUE ha reso omaggio alla memoria di Giorgio Gaber: una vergogna, nessuna idea e qualche filmato d’antiquariato (rarissime le sue cose dagli anni 70 ad oggi, quelle scomode). Forse perchè c’era appena stato il messaggio alla nazione di mister B e tutto era già tornato come prima. Ha dovuto ancora una volta tappare il buco La 7, con una pacata e ricca introduzione di Gad Lerner e la registrazione di un concerto del 1991. Nessun quiz, nessuna squaietta a dimenarsi, nessun trombone a farsi bello, nessun freak. «Si può».

(«Cineforum», n.422, febbraio 2003)

 

Per fortuna che c’è il Riccardo
Pochi spettatori hanno probabilmente avuto l’occasione di assistere a una nuova, aggiornata versione del celebre Riccardo III di William Shakespeare, andata in onda, se non ricordo male, su Retequattro (RAIDUE ha raccolto la sfida facendone un remake, ma molto meno interessante). Ne riproduciamo alcuni brani (tutti monologhi di Gloucester-Riccardo, il protagonista), perché la sempre straordinaria modernità di Shakespeare lo merita. Purtroppo, in mancanza di una registrazione dell’evento, siamo costretti ad andare a memoria: ci scusiamo quindi sin d’ora per le eventuali imprecisioni e lacune.


Atto I, Scena I
Ora l’inverno del nostro scontento

(l’inverno più freddo del secolo, quello del 1994)

si è trasformato in una splendida estate sotto lo sole di Roma;

e tutte le nubi che gravavano sulla nostra Casa delle libertà

sono state inghiottite dal fondo dell’oceano,

come gommoni extracomunitari in cerca di fortuna.

Ora le nostre fronti si sono cinte di allori di vittoria,

le nostre armi contorte sono state accantonate,

sostituite dalle mani solerti di uno stuolo di avvocati,

i timori figli dell’incompetenza si sono trasformati in allegri raduni di camerati

e le marce d’epurazione in festanti danze popolari padane.

Anche la tanto arcigna guerra ha spianato la sua fronte

e ora, invece di cavalcare carri armati di cartapesta veneziana,

s’è fatta leggera come la scappatella d’un figlio o d’un calciatore nel letto d’una velina.

Ma io, che non ho il fisico per quelle imprese sportive che so così bene organizzare,

né per corteggiare amorosi specchi prezzolati;

io che, malgrado i tacchi, son di bassa estrazione e riuscita

da non sembrare nemmeno portato a termine,

io che son privo di belle proporzioni,

io che possiedo un volto tanto simmetrico da apparire doppio,

io che sono stato spinto prima del tempo in questo mondo che mi aspettava sospirando,

io cui anche i cani abbaiano quando passo sorridendo;

io (mi piace dire io) ora mi godo questa pace colma di canzonette e quiz,

e il piacere di trascorrere il tempo ammirando la mia ombra al sole

riflettendo sulla mia tanto millantata inferiorità.

E perciò, non più capace di godere le gioie dell’amore

e non avendo le capacità di sostenere un qualunque dialogo,

ho deciso di parlare da solo,

di prendere ogni decisione che mi frulli per il capo, anche le più perverse,

di odiare i pigri piaceri del mio tempo ed impartire ordini.

Ho ordito intrighi, ho sparso menzogne e promesse,

sapendo che queste ultime non le avrei mai mantenute,

perché in nessun paese civile si mantengono le promesse ubriache e i sogni.

L’ho fatto solo per spaccare in due il paese, e meglio governarlo:

da una parte coloro che chiedono giustizia con la stessa foga con cui io esigo privilegi,

e che dovrebbero essere imprigionati – loro sì – in nome dell’unica giustizia che meriterebbe un tale nome,

se i giudici non si fossero venduti a chi non ha denaro per pagarli;

dall’altra quelli che hanno fatto del loro desiderio la direzione in cui spirava il vento.


Atto II, Scena I

Se c’è ancora qualcuno che, in parlamento o altrove, mi ritiene un nemico;

se, senza volerlo o perché mal consigliato

da coloro che scrivono i miei pensieri confondendo i turni e le parole,

se mai io ho commesso atti che qualcuno possa aver frainteso o condannato,

questo accade sicuramente per scarsa conoscenza delle mie qualità o per pregiudizio.

In realtà io non chiedo altro che andare d’accordo con lui.

Per me vivere in discordia, non cullato dal consenso generale, è come morire.

Io non chiedo altro che il rispetto e l’approvazione di tutti,

e per questo non conosco un italiano vivente col quale la mia anima si trovi in disaccordo

più di quanto possa esserlo un bambino appena nato.

Ringrazio Dio per la mia umiltà.


Atto III, Scena VII

Io non so se mi convenga più il silenzio

o un’amara rampogna,

se debba dar la precedenza alla mia superiorità o alle vostre richieste.

Se a queste non rispondessi, potreste facilmente pensare

che la mia lingua sia legata dall’ambizione e che tacendo

mi accontenti di portare il giogo dorato della sovranità

che così gentilmente mi avete imposto.

Se invece muovessi un rimprovero alle richieste e delusioni

maturate nella devozione che provate per me,

tradirei i desideri dei miei amici.

Tuttavia, per evitare entrambe le supposizioni,

vi darò una risposta definitiva.

Anche se fossero eliminati tutti gli ostacoli

e il cammino verso la corona fosse facile,

come dovrebbe essere per rendita maturata e diritto acquisito,

io, che sono così povero di spirito

e ho difetti così numerosi e grandi,

preferirei rimanere soffocato dai vapori della gloria

piuttosto che nascondermi alla grandezza.


Atto V, Scena III

La mia coscienza ha mille lingue diverse

ed ognuna parla a suo modo,

ma alla fine ogni storia mi descrive come cattivo.

Tutte le menzogne e i crimini di ogni tipo

s’affollano ora alla sbarra gridando: “Colpevole! Colpevole!”

Sono disperato. Nessuno mi ama, nemmeno il Papa;

e anche se morissi, nessuno proverebbe pietà per me.

Il mio regno, il mio regno per un cavallo!

Il cavallo che invoca re Riccardo assomiglia stranamente a quello della RAI: ma è sicuramente una forzatura registica, un tentativo grossolano e maldestro di rendere attuale una storia che ha qualche secolo sulle spalle e nessuna possibilità di ripetersi.

(«Cineforum», n.423, marzo 2003)

 

Slapstick

Non c’è che dire: il 2003 è cominciato proprio alla grande. Il rinnovo del CdA RAI e Sanremo non sono sciocchezze da prendere alla leggera. C’è materia per un grande film comico. Anzi una vera e propria serie.

The Battle of the Century

Apre i giochi Alda «Dalla» D’Eusanio, una giornalista (non ridete? questa è la prima gag) il cui abbigliamento viene giudicato poco fine dagli ultimi patetici sopravvissuti del CdA RAI. E’ l’acme del lungo slowburn di cui si è fatta carico la coppia Baldassarre & Saccà. Citazione d’obbligo: Laurel & Hardy in The Music Box – ovvero ecco a chi rivolgerti se vuoi avere la certezza che un pianoforte sia recapitato in una villa di collina e siano contemporaneamente sfasciati il pianoforte e la villa. E infatti ecco lo scambio concitato di dimissioni date, non date, annunciate, promesse, minacciate, semiritirate, respinte, accettate, telefoni roventi, facce altezzose, furenti, piagnucolanti, stupite, ghignanti, ecc.

The Finishing Touch

Si apre la corsa all’eredità. Uno degli uomini più rappresentativi di AN (molto somigliante all’Igor di Marty Feldman) si presenta al talk show più seguito del paese con i nomi dei successori, e qualcuno lo prende anche sul serio (un suo elettore?). Fatto sta che qualcun altro accusa il povero mister B di avere mandato lui i segnali, mentre in realtà lui se ne stava nella solitudine della sua cameretta a studiare una nuova versione del Miles gloriosus. Fatto sta che dall’alto dei suoi tacchi rilascia una secca dichiarazione secondo la quale: a) lui è all’oscuro di tutto; b) la RAI non gli interessa; c) questa volta non licenzia nessuno; d) la RAI non gli interessa; e) è più alto di Chirac; f) la RAI non gli interessa; g) gli sta a cuore solo il futuro del paese; h) la RAI non gli interessa; i) il suo sogno è trovare un fazzoletto di terra in Toscana dove ritirarsi da vecchio, come Cincinnato, o dove costruire un rifugio antiatomico; l) la RAI non gli interessa – e adesso inventatevene qualcuna voi, prendendo a modello le scuse di Belushi in The Blues Brothers.


They Go Boom

Bisogna capirli, questi poveretti del CdA & Company. Incombe Sanremo, il maggior successo RAI, la spina nel fianco di Mediaset, dove, per di più, il conduttore, il solito Goofy, è quasi sacro. Ed ecco che tutti gli uomini del presidente si fanno venire un’idea geniale: sabotare il punto più debole, cioè il Dopofestival, per esempio affidandolo a Vittorio Sgarbi, che pur di farsi vedere andrebbe anche allo Zecchino d’Oro o ad Uno mattina, ed è convinto di essere competente su tutto. Al cinema il risultato sarebbe un grande successo (è la storia di Helzapopping o Per favore non toccate le vecchiette). In questo caso, tuttavia, manca la controprova, perché il progetto salta prima di avviarsi: Sgarbi vuol dimostrare che comanda lui e non Baudo, così fa i capricci e lo mandano via subito. Costanzo insorge indignato, lui che ha sempre difeso la libertà e l’intelligenza, lui che non ha mai raccomandato nemmeno la propria moglie, lui che è il candidato più naturale a dirigere sia Mediaset che la RAI. Fatto sta che, come in una brutta parodia del Boy Friend e di chissà quanti altri musical, una sconosciuta extracomunitaria rimpiazza la prima donna Sgarbi. Languore di violini in sottofondo, a mezza strada fra L’amore è una cosa meravigliosa ed E’ abortita una stella.

Big Business

La concorrenza, in un paese liberale come il nostro, non guarda in faccia nessuno. La terza sera del Festival, Canale 5 trasmette una puntata di Il Grande Fratello, presa in prestito da Stream, che è una tv a pagamento e non ha apparentemente alcun rapporto né con la RAI, né con Mediaset. Ma perché le reti Mediaset fanno da cassa di risonanza a questa parata di pirla in scatola, e quindi a Stream? non sarà che le reti in mano a mister B sono più di cinque? E per inciso, come mai le trasmissioni di RAISAT sono a pagamento in un pacchetto di Tele+?


Twice Two

Lo slowburn continua. Anzi dilaga. E’ un falò ormai. Un gruppo di facchini carica su un camion tutti i mobili di RAIDUE e li trasporta a Milano, Padania, Terzo Mondo. Ma chi mettere alla guida delle Camicie Verdi dell’Informazione? Wild Bill Speroni o Fatty Borghezio? Sono gli unici intellettuali della Lega. E il primo si è guadagnato qualche chance commentando la scomparsa di Alberto Sordi come forse solo Bertinotti ha saputo fare (l’incazzatura dei «lavoratoriii» come metafora della rivoluzione proletaria? Ma non bastava Diliberto?).


Wrong Again

Il comico non distingue fra governo e opposizione. Se D’Alema ricorda sempre più Wile Coyote, così inutilmente e iterativamente legato ai suoi ingranaggi di se e ma, Rutelli sembra il Keaton di One Week, che tenta di mettere in piedi una casa acquistata per posta, quando un rivale ha scambiato i numeri delle scatole di montaggio - oppure Charlot, capitato a guidare un corteo di protestatari sventolando casualmente una bandiera rossa (Tempi moderni). Tutti film già visti, ma che hanno sempre successo. Pensate a Giuliano Ferrara: gli piacerebbe tanto avere una lingua corrosiva come quella di Groucho Marx, e invece finisce per assomigliare sempre più al «terrore del quartiere» di Easy Street, sconfitto alla fine più dalla propria prepotenza che dal piccolo Charlot; gli è successo l’anno scorso con Benigni a Sanremo, gli è successo quest’anno con Gad Lerner e la marcia sulla pace, rifiutata dalla RAI, tanto per cambiare.


Gran finale

Dopo la figuraccia dei bigliettini sottobanco al Maurizio Costanzo Show, viene finalmente nominato un nuovo CdA della RAI. Ne fa parte anche Alberoni, ex sociologo, opinionista da barber shop e cultore di cinema. Ormai non gli resta che travestirsi da donna come La zia di Carlo. Ci arriverà. Per il momento ha cominciato a tingersi i capelli di rosso (ma quanto spendono in tinture in quella casa?). Poi c’è Veneziani, il fiore all’occhiello culturale che distingue AN dalla Lega. E altri due che dichiarano di guardare poco o niente la tv. «Cominciamo bene», come ha detto mister B, notoriamente estraneo a questi giochetti, dopo che il NeoPresidente Paolo Mieli, appena rientrato dagli antipodi, ha subordinato l’accettazione dell’incarico al richiamo di Biagi e Santoro, nonché alla nomina di un Direttore che vada d’accordo con lui (c’è puzza di razzismo in questo voler scegliere). Costanzo, lanciando l’ultima stampella a difesa della democrazia e della tv intelligente (la sua e di sua moglie), si affretta a dichiarare che con Mieli è sempre andato d’accordo ed è disposto, se proprio glielo chiedono, a ricoprire l’incarico.

Sono troppi. Sono la valanga di donne e massi che rotola dietro al povero Keaton in Seven Chances; sono l’ammucchiata nella cabina dei fratelli Marx; sono il funerale di Entr’acte: il loro crescendo travolgente ci risparmia solo le torte in faccia, perché la panna non ha più il candore giocoso e innocente di una volta; ha un colore più scuro, che ricorda… «una merdaccia», come direbbe un Fantozzi divenuto onorevole (perché no?).

Sono troppi. Nessuna risata li seppellirà. Saranno loro a seppellire noi. La sola alternativa è scansarsi, come ha fatto dopo pochi giorni Mieli.

(«Cineforum», n.424, aprile 2003)

 

Oltre il giardino

Non un pensiero si levò dal cervello di Chance. La pace gli riempiva il petto

(J. Kosinsky, Presenze).

Tutto quello che sono oggi, poco o molto che sia, lo devo alla tv. E’ lei che mi ha allevato, educato, istruito. Altro che genitori, altro che scuola. Lei è stata la mia mamma, la mia nurse, il mio primo e ultimo amore. E’ grazie a lei che mi sono reso conto, contro tutti i disfattisti, di vivere nel migliore dei mondi possibili. Quando l’accendo, anch’io vedo la luce. Diamine, ci parla gente come Costanzo, Fede, Feltri, Ferrara, Socci, Vespa, fino ai nostri migliori uomini politici, da Giovanardi a Gasparri: come puoi non crederle?

Grazie a lei ho potuto seguire giorno per giorno la «guerra di liberazione dell’Iraq», ma soprattutto capire quali sono le vere cause di quella che secondo alcuni è l’inizio della Terza Guerra Mondiale, secondo altri, che contano anche la Guerra Fredda, l’inizio della quarta: l’amore degli USA per la democrazia, per la quale venderebbero l’anima al diavolo, se fosse ricco; la punizione di Saddam Hussein, dopo quella di Bin Laden in Afghanistan; il problema israelo-palestinese, che la sconfitta dell’Iraq sistemerà una volta per tutte; la guerra santa scatenata dai musulmani. E ho capito anche quali saranno le conseguenze: la democrazia in un Iraq; la sconfitta del terrorismo; il maggior prestigio internazionale dell’Europa (una torta su cui metterà la ciliegina l’imminente semestre italiano, per il quale il nostro mister B sta già ripassando tutto il suo repertorio di storielle divertenti: saremo famosi); la risoluzione del problema israelo-palestinese; la guerra santa portata avanti dai musulmani. Certo, c’è ancora qualche dettaglio da sistemare, ma ci vuole pazienza.

Per essere sincero, all’inizio sono rimasto un po’ spiazzato da quel logo RAI (la parola IRAQ attraversata da soldati, fiamme, cieli corruschi: qualsiasi sponsor turistico ne sarebbe fiero) che mi ritrovavo dappertutto, nei tg, negli specials di riflessione e persino in trasmissioni leggere, familiari e casalinghe come Uno Mattina o Domenica In. Poi mi sono abituato, come sempre di fronte a un logo comune (ah, ah), e ora capisco che anche un evento come la guerra diventa interessante quando passa da evento eccezionale a evento quotidiano, dalla storia alla cronaca.

Dopo un po’ ho imparato anche il perché di tutte quelle notizie date come definitive e sconfessate nel giro di poche ore. Per esempio, la conquista di Bassora annunciata almeno tre o quattro volte al giorno per una settimana (poi c’è stato un parziale aggiustamento di tiro, proprio come per il «fuoco amico»); oppure l’uccisione di Tarek Aziz dopo un paio di giorni e il ferimento di Saddam Hussein, o un suo sosia, idem e dopo due settimane; il quotidiano imminente ritrovamento delle armi chimiche e batteriologiche e la loro successiva immediata scomparsa; il via vai dall’aeroporto di Baghad. Che guerra sarebbe se non ci fosse un po’ di suspense? E che informazione sarebbe se non ci fossero gli scoop? I giornalisti sono continuamente chiamati a darci notizie fresche e a volte, così, per scherzo, se ne inventano una, aiutati ora dal Pentagono, ora da Al-Jazeera, ora dalle agenzie che di queste cose se ne intendono, ora dal Ministro dell’Informazione Irachena. Poi bisogna ragionarci su, ma non è difficile. Per esempio, oggi, 6 aprile, credo che la guerra sia già finita, anche se non ce lo dicono apertamente, visto che già da qualche giorno si discute del dopoguerra incorporato alla «giustizia infinita» promessa da Bush (ci sono già in fila la Siria e l’Iran, poi vedremo). E’ logico: in una guerra preventiva anche la ricostruzione deve essere preventiva e gli imprenditori si preoccupano di suggerire gli obbiettivi dei bombardamenti; anche la spartizione dei resti deve essere concordata democraticamente. Ed è inutile che gli europei adesso si facciano avanti: troppo comodo.

Naturalmente una guerra è sempre una guerra. Ci sono dei morti, ma qualcuno pensa davvero che si possa fare una guerra senza che ce ne siano? E’ vero che qualcuno pensa che la si possa interrompere così, dopo tutti i dollari che si sono spesi, ma a tutto c’è un limite. E comunque per la maggior parte sono incidenti: come è possibile mettere in dubbio l’intelligenza delle bombe che, com’è noto, è frutto di quel miracolo della natura che è l’intelligenza degli uomini?

Il guaio dei morti è che fanno piangere. Basta guardare e ascoltare i vari Giorgino, Cocuzza, Gilletti, Giurato, Venier, Socci: sulla loro pelle la commozione si confonde con il fard e con la fatica, perché sono loro ad avere il compito più difficile, mica gli inviati che se ne stanno nei loro alberghi a quattro stelle, in Iraq come in Kuwait (sicuramente qualche indirizzo lo ha fornito Fabrizio Del Noce, memore della guerra del golfo: sperando che non sia cambiata la gestione). Poi, è chiaro, la commozione gioca a volte strani scherzi. Per esempio, durante un tg, quel bravo bambino che si chiama Giorgino e ha la faccia tipica del primo della classe, si trova costretto a interrompere Lilli Gruber in collegamento telefonico da Baghdad per raccontarle come stanno veramente le cose in Iraq. Oppure l’inviato RAIDUE Micalizzi spiega che il premier turco ha sostenuto in tv la necessità della presenza delle sue truppe in Iraq, mentre sotto di lui scorre una didascalia in cui lo stesso premier dichiara di essere d’accordo con gli USA nel tenere le truppe turche fuori dall’Iraq. In compenso, se uno parla di petrolio (come faceva Cliff Robertson in I tre giorni del Condor) ecco quel grosso idealista che è Ferrara rispondere sprezzante che il petrolio non c’entra, che interessa a Chirac, non a Bush. I soliti francesi.

A noi interessa solo che la situazione sia sotto controllo, che non ci sia motivo di preoccuparsi. A questo ci preparano Excalibur e Porta a porta. E’ vero che Socci soffre di una leggera dislessia, le cui improvvise accelerazioni contrastano con l’abuso di avverbi vacuamente fatici (stile Emanuele Filiberto, per intenderci) e che interrompe continuamente con un «Benissimo» i suoi interlocutori anche quando gli parlano di stragi e di fallimenti; ma è anche vero che è uno dei primi ad accogliere con stupore la notizia che il popolo iracheno non approfitta dell’occasione per ribellarsi, ma tratta gli angloamericani «come se fossero degli invasori», quando sono soltanto dei benefattori che lanciano pacchi dono che si aprono spargendo tutt’intorno altri innumerevoli pacchetti (si chiamano cluster gifts); e poi ci pone di fronte alle nostre responsabilità con un televoto del tipo: «Preferisci che la guerra vada per le lunghe con gli angloamericani in situazione di stallo o che finisca in fretta ma solo con la vittoria di questi ultimi?» (per la verità ci provano anche le sinistre, ma si vede subito che non sono abituate). Il voto, anche se tele, è il bello della democrazia: ci dice che anche noi possiamo partecipare agli eventi.

Questo sì che è giornalismo, mica quello di Peter Arnett, che viene licenziato per aver parlato male della guerra USA a una radio irachena (forse a questo sono servite le telefonate di Bush a mister B: c’è sempre qualcosa da imparare). E dire che sono stati proprio gli americani a farne un grande giornalista: sic transit gloria mundi.

Un rischio del genere non lo corre certamente il nostro N°1, Bruno Vespa. Non solo è tranquillo, come se parlasse di cose che non gli/ci devono interessare più di tanto, ma sa sempre trovare le parole e le domande che servono a sdrammatizzare la situazione e a capirla meglio. Quando, ancora in marzo, chiede: «quando finirà questa guerra?», sicuramente si è consultato con Costanzo e i suoi veggenti. Quando vuole un’opinione serena sui fatti, chiama la signora Ferrara; quando vuole dare una mossa a una serata un po’ fiacca, accanto a Livia Turco chiama l’esuberante Alessandra Mussolini, per rimirarla poi con affettuosa indulgenza, come se fosse una sua figlioletta un po’ discola.

Il meglio di sé lo dà quando – non osando travestirsi da donna e andare a Baghdad - si chiede se il lavoro delle varie Botteri, Ferrario, Gruber, Cuffaro, Maggioni, ecc, non sia frutto di «pari opportunità andate così avanti». Con scarsa gratitudine, le signore in questione si rifiutano di rispondere, ma ci pensano il Ministro Prestigiacomo e Livia Turco, finalmente d’accordo sul fatto che le donne-soldato sono una conquista della democrazia (il che vale, immagino, anche per le kamikaze irachene, per di più incinte). Certo, questa storia di donne irrita un po’: per cominciare, indossano tutte il foulard, come ha sottolineato quella culla del giornalismo italiano che è Striscia la notizia; poi sono troppo dalla parte dei civili iracheni che vengono bombardati (l’accusa viene da AN e, con la consueta eleganza, da Feltri, che ci ricorda la nostra superiorità razziale). Sono certo che Vespa correrà ai ripari, prima della fine, facendo intervenire le guerrine, figure d’obbligo, in questa circostanza, dopo le veline e le letterine.

Come tutti i grandi, anche lui è oggetto di attacchi dettati dall’invidia, come quando Riccardo Barenghi lo accusa di trattare la guerra come se fosse una partita a Risiko. Gli impertinenti e i mestatori, gli irrispettosi e i bestemmiatori non mancano mai – come quelli che chiedono al ministro Frattini che cosa significhi essere contemporaneamente non belligeranti e non neutrali o a mister B perché si sia messo in testa un berrettino da baseball per condannare la presenza delle bandiere rosse a fianco di quelle pacifiste.

Eppure le cose non sono mai state chiare come in questa occasione. Come in un quiz: la risposta è sì oppure no (solo la sinistra, ancora una volta, chiede un aiutino, sottolineando la propria vocazione trinitaria). Oppure come in un derby: o si tiene per la squadra A o si tiene per la squadra B. A Domenica In l’onorevole Santanchè chiede se uno «tifa» per gli USA o per l’Iraq, sottolineando quanto sia severamente vietato sporgersi ed essere contemporaneamente contro Saddam e contro Bush: tertium non datur. Il mondo si divide in pacifisti (parola da pronunciare con marcato disprezzo, perché significa antiamericani) e guerrafondai (parola da non pronunciare, soprattutto in un paese che fino a qualche anno fa ha prodotto il maggior numero di bombe anti-uomo: potrebbe suonare indelicata verso uno dei segmenti trainanti del nostro mercato). Tra i primi eccellono i radicali, che proprio per questo sostengono la necessità della guerra: ma la sera che Socci si collega con Emma Bonino, le loro lingue impastate ci fanno sospettare che nessuno dei due regga bene l’alcool. Succede.

Per fortuna arriva Giovanardi e mette chiarezza: 1) se si accusano gli USA per la loro politica estera, si fa propaganda sporca come quella dei nazisti; 2) questa guerra, che il governo italiano non voleva assolutamente (vedi Frattini), è stata fatta solo perché Saddam Hussein ha ucciso un sacco di gente, tra cui dei parenti: per un bravo cattolico la famiglia, si sa, è sacra; 3) il Papa è un sant’uomo, per carità, ma dice le cose che dice perché le deve dire e amen, ovvero chi se ne frega.

Se Giovanardi ha il compito di non farci sentire troppo la mancanza di mister B, improvvisamente scomparso dagli schermi come dai processi, a Taiani, invitato a Ballarò, tocca contrastare Dario Fo, e lo fa con la consueta disinvoltura, al punto che il Premio Nobel è costretto a reagire con stizza: ci manca solo il classico «Vieni avanti…».

Poi ci sono i militari, per lo più generali in pensione chiamati a interpretare dall’alto la strategia militare angloamericana, come gli ex giocatori nelle partite di calcio (vedi Santalchè). Ogni trasmissione ne ha uno, al punto che Luca Giurato sarà costretto ad accontentarsi di un caporale, per esaurimento dei graduati. Più di ogni spiegazione vale comunque il sorriso di Nativi, sempre più simile a quello di Peter Sellers in Oltre il giardino. Mi piacerebbe tanto assomigliargli.

La presenza dei militari ci rassicura. Siamo nelle mani di gente colta, che chiama Operazione James Bond l’assedio a Bassora. Anche Bush è tranquillo: come ci comunica compiaciuto un portavoce della Casa Bianca, non guarda l’inizio dei bombardamenti di Baghdad alla tv perché sa già come sono.

Certo, hanno ragione i militari USA a scandalizzarsi, perché ci sono i kamikaze e i partigiani, perché Saddam Hussein usa l’Iraq «come scudo umano» e Al Jazeera mostra i volti e i corpi dei marines morti e dei prigionieri, in contrasto con la Convenzione di Ginevra (che negli USA si pronuncia Guantanamo). Quelli sì che sono metodi irregolari, mica il «fuoco amico» o l’uranio impoverito spalmato sui proiettili come ketchup.

C’è però una cosa che non capisco e che stride con tutto il resto, rischiando di mandare all’aria quel castello radioso che la tv ci mostra ogni giorno. E’ l’immagine di quella ragazza fatta prigioniera dagli iracheni il 23 marzo, con i suoi occhi spaesati e spaventati: si chiama Shawna ed è texana come Bush. Già questo dovrebbe tranquillizzarla, anche se non è bionda e pallida come il soldato Jessica.

(«Cineforum», n.425, maggio 2003)

 

 

I soliti sospetti

Come vuole il postmoderno, la verità è una coperta che si può tirare da tutte le parti. Chi questa verità non la possiede per natura o per elezione di fronte alla tv si ritrova confuso, incerto, sbandato e non può fare a meno di difendersi con il sospetto: è più facile che credere, obbedire e certamente combattere, e poi aiuta a passare le giornate, soprattutto quando i programmi non sono gran che, cioè sempre. La sola alternativa è la risata, ma qualche volta potrebbe sembrare fuori luogo.

Per esempio, durante la guerra in Iraq i militari americani si sono più volte lamentati non solo delle Dixie Chicks, di Susan Sarandon e Tim Robbins, ma anche delle immagini trasmesse dalle emittenti tv, soprattutto straniere: queste, sistemate al centro di Baghdad, avevano l’arroganza di mostrare solo la gente irachena e non la trionfale avanzata dei marines. Così, l’8 aprile, subito prima dell’ingresso dei carri armati in città, il fuoco amico colpisce una stazione di Al Jazeera e l’hotel Palestine, uccidendo due giornalisti. Ipotesi possibili: a) pallottolle intelligenti e militari stupidi; b) desiderio che la guerra sia come un film, in cui puoi scegliere le immagini che preferisci; c) punizione esemplare; d) non è successo niente, come sostiene il solerte ministro Giovanardi, anche dopo che l’avvenimento è stato confermato dagli stessi militari USA. Se fossi in Giovanni Floris (Ballarò) o in Paolo Barnard (autore di un ottimo Perché ci odiano?, Report, 6 aprile), farei molta attenzione nella scelta degli alberghi.

Si nota qualche sinistra esitazione nel condannare Castro per l’uccisione di tre giovani dissidenti: povero vecchio, con tutti i problemi che ha avuto… Temo che non resti che allungare l’elenco: né con Bush, né con Saddam, né con Castro, né con i kamikaze palestinesi, né con Sharon, ecc, ecc.

La guerra è finita, dicono. Qualcuno però dovrebbe avvisare anche i marines, che invece continuano a sparare sulle manifestazioni di Kerbala, Baghdad, Falluja. Ipotesi: a) queste non sono solo quel folclore che sembrano in tv; b) le folle festanti che abbattono le statue di Saddam Hussein non sono così diverse da quelle che assistevano alle pubbliche torture mostrate il 3 maggio da RAITRE; c) meglio prevenire che punire: anche gli italiani, appena liberati dagli americani, si comportavano così e intanto buttavano giù in fretta e furia una «Costituzione sovietica» (ipotesi collegata: qualcuno sta facendo un po’ di confusione fra libertà di parola e parole in libertà).

Dopo un lungo interim comunicativo a Giovanardi, Mister B fa la sua riapparizione in occasione del saccheggio di Baghdad come se fosse una qualsiasi Casa delle Libertà; poi, dopo aver accusato la sinistra di «adorare i dittatori», si dà malato proprio il giorno della Liberazione. Se sono due coincidenze, vuol dire che il caso sa anche fare dell’ironia.

La sera prima del verdetto su Previti, che ha una faccia sia sospetta che sospettosa, Rete 4 riserva una serata intera a una sua conferenza stampa: che a volte anche l’emittente di Fede berlusconiana porti sfiga? Per scaramanzia Mister B scrive, via Ferrara, una lettera al «Foglio» in cui denuncia l’operato criminale della Magistratura negli ultimi dieci anni (che c’entri il caso Previti?); poi accusa la magistratura di averlo fatto cadere nel 94 (ma non era stato Bossi?); Porta a porta, ripetutamente e squallidamente trainato sia dai telecronisti di Svizzera-Italia che dal nuovo Direttore RAI, si apre e si sviluppa sulla faccia di Previti e una scritta che è già tutto un programma: «Processo politico o condanna esemplare?» Tertium non datur. Un processo equo? Ma che, scherziamo? Conflitto d’interessi? Idem. Come dice Tosatti, questo non esiste, e lo dimostra il fatto che il Milan non ha vinto lo scudetto. Semmai, ci spiega lo stesso Previti, c’è un’utilità sociale, perché fare una legge che protegga qualcuno ricco e potente implica una ricaduta positiva su tutti coloro che non sono ricchi e non contano niente. Sospetto dominante: molti pensano, a torto o a ragione, che siamo tutti cretini.

La crisi RAI viene risolta con la nomina a Direttore Generale di un signore che non si è mai occupato di televisione, ma ha il pregio di non andare d’accordo col Presidente nemmeno sulle rispettive competenze (e infatti eccolo lanciare sul mercato delle grandi idee un programma di informazione su RAIDUE, nello stesso orario in cui va in onda il tg3). C’è da temere che sia ancora una volta l’uomo giusto al posto giusto. Ovvero: Mediaset, hai i giorni contati, come dimostrano i dati Auditel.

Il ministro Tremonti interviene sull’argomento con tutta l’esperienza fatta a gestire il buco Zaccaria. Che voglia candidarsi a futuro Presidente? In compenso, visto che da quando è membro del CdA non lo chiama più nessuno, Veneziani si sente in dovere di ricordare al mondo che c’è anche lui e lo fa protestando contro la diretta di RAITRE del 1° maggio, organizzata, a quanto pare, dagli stessi giudici criminali che perseguitano il povero Previti.

Si può arrivare anche a sospettare che Susan Sontag abbia scritto quello che ha scritto a Houston, Texas («Repubblica», 25 aprile), solo perché è ebrea oppure negra. Come Gore Vidal, insomma. Oppure come il Papa che non la smette mai di parlare di pace e disegna un uomo politico ideale «retto da una perfetta integrità morale e da un energico impegno contro le ingiustizie» (mister B ha un fremito: per una frazione di secondo pensa che parli di lui, poi Previti gli dà un colpo di gomito e lo risveglia). Povero Papa: con il nostro italian style che digerisce tutto, i cattolici non solo non lo ascoltano, ma rimproverano anche quelli che lo fanno, cioè le sinistre, tranne Castro.

Per gli altri sospetti, fate voi. Potete cominciare con la dichiarazione spontanea di 52 minuti di mister B ai giudici e sospettare: 1) che il 5 maggio sia una delle tante promesse destinate a non essere mantenute; 2) che non sia stata solo Rete 4 a trasmettere integralmente l’intervento; 3) che anche l’avv.Pecorella, con il suo frequente battere di palpebre, sia stato sul punto di addormentarsi; 4) che persino per dei giudici criminali sia stata una punizione eccessiva…

A proposito di processi, come diceva uno che gli italiani li conosceva bene, a pensar male di qualcuno si fa peccato, ma qualche volta ci si prende. Comunque non abbiamo scelta: sospettare sempre e comunque, di tutto e di tutti, è un dovere morale. Un giorno salterà fuori un Bertinotti qualunque e proporrà l’abolizione via referendum anche del sospetto; mister B si troverà d’accordo (un’altra coincidenza? ma non saranno troppe anche in questo caso?) e ci toglieranno anche questo. Per il momento, come ci ha raccomandato Daniele Silvestri (RAITRE, Concerto del 1° maggio, Roma) «non fidatevi di chi sorride troppo». Anzi, non fidatevi nemmeno quando smette di sorridere.

(«Cineforum», n.426, giugno 2003)



La vergogna

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazione o censure (La Costituzione della Repubblica Italiana, art.21).

D’ora in avanti Maggio non sarà più il mese della Madonna, bensì quello di mister B: non tanto per il miracolo di «Panorama» che gli ha fatto ricrescere i capelli, quanto perché corona e conclude la più straordinaria love story del secolo. Protagonisti: mister B, un uomo che è «condannato a vincere» così come tanti altri sono condannati per corruzione; la bella e ricca RAI, che da anni ha già perduto ogni possibile verginità, ma è ancora indecisa fra resistere resistere resistere e cedere cedere cedere; e RAITRE, il vilain che ancora si oppone, ovvero un gruppuscolo terrorista pieno di giudici comunisti che cantano «Bandiera rossa» e mangiano quei bambini che Mediaset manda alla ribalta travestiti da puttanelle o da checche.

Dopo la condanna di un suo caro amico e irritato dal fatto che gli esegeti attribuiscono a Ferrara le sue lettere e convinto che la logorrea e la ricchezza possano supplire da un lato all’intelligenza e alla cultura e dall’altro alla democrazia e alla libertà, ecco mister B impugnare il microfono con amplificatori incorporati e violentare la RAI: prima con la «dichiarazione spontanea» al Tribunale di Milano; poi con l’intervento a Radio anch’io dove solo due ascoltatori (forse) riescono a fargli una domanda. Non basta. Seguono: un convegno di industriali, ai quali non interessano certo il valore dell’euro, la produzione e la deflazione, ma solo i giudici comunisti; la visita ai terremotati pugliesi; le risposte al Presidente Ciampi; le citazioni turche da Erasmo da Rotterdam; una videoconferenza in risposta allo stralcio del processo; le dichiarazioni in Lussemburgo alla faccia di tutte le regole sulla propaganda elettorale (ma così si comportano gli uomini veri, soprattutto se piccoli e calvi); l’impegno a «riformare il codice come Napoleone» ed a parlare alla gente «urbi et orbi», come il Papa; la beatificazione, forse conseguente, di Tremonti che ha sistemato la nostra economia come meglio non si poteva; l’invito a lavorare e a spendere invece che scioperare, attività ludica ormai assimilabile al fumo. Si dimentica solo della guerra cui partecipiamo nel nostro solito stile da operetta, delle pensioni, della scuola, della sanità, della ricerca scientifica, dell’ambiente, delle tasse che crescono, dell’Europa che lo aspetta a braccia aperte, Prodi e Amato in testa, ecc: tutte quisquilie che non riguardano il paese che, come lui stesso ci ricorda anche quando va in bagno, lo ha eletto. E, a quanto pare, lo ha eletto perché non facesse altro che questo (parlare di sé, non andare in bagno – non ancora, almeno).

Il colpo di grazia arriva con Excalibur e Porta a porta, che sollevano le proteste persino di Annunziata e Authority. L’intervista di Socci si svolge in una finta sala rossa e oro, modello real casa passata attraverso una rilettura da soap opera (forse c’è di mezzo la consulenza di qualche Savoia, che adesso hanno perso anche il lavoro di esiliati), e si articola su una successione campo-controcampo che, stando alle durate delle singole inquadrature, si dovrebbe dire campocampocampocampo-contr. Si notano purtroppo una netta differenza nelle luci, domande non sempre in linea con le risposte, o viceversa, tagli (quanto durava all’origine?) o errori di montaggio, cosicché si può azzardare l’ipotesi che Socci e mister B vengano da due film diversi e siano poi stati montati insieme (variante dell’effetto Kulesov).

Ogni intervento ha la durata standard di tre quarti d’ora o giù di lì, perché evidentemente questa è la durata delle pile. Solo a Porta a porta, cioè in onore di Vespa, mister B raddoppia, grazie anche a boutades del tipo «Lo spiego in poche parole», «Ho letto Il Foglio e Il Giornale» (una garanzia come il giuramento sulla testa dei figli) o «è stata messa in dubbio l’onorabilità del Presidente del Consiglio» (ma non lo è stato anche Prodi? eppure contro di lui si possono muovere tutte le accuse che si vogliono, salvo sfumarle il giorno dopo, quando se ne preannunciano altre). Vespa annuisce, serio e compreso, sapendo di avere inventato un nuovo modo di fare tv, cioè la segreteria telefonica (Fassino e Rutelli o altri hanno qualcosa da dire a mister B? Bene, telefonino il giorno prima e lascino detto: come le suppliche di una volta). Sarà un’interferenza, ma invece del solito tema da Via col vento sembra di sentire Edoardo Bennato che canta: «lui è il gatto e io la volpe, siamo in società: di noi ti puoi fidar».

La RAI è il termometro di un’ascesa che una volta era resistibile (vero, D’Alema? vero, Bertinotti?), ma ogni giorno lo è sempre meno. E’ la dimostrazione di come l’eletto sia tutt’altro che solo a condurre la sua personale battaglia. Anzi, lo stuolo dei fedeli hammeliniani si allunga ogni giorno di più, malgrado gli inviti del Papa alla libertà e alla dignità (ma gli interpreti sono tutti impegnati). Ha ragione Annunziata a dire che, se vuole aiutare la RAI, mister B dovrebbe risparmiarsi certi commenti: solo che è sbagliato il presupposto. A meno che aiutare la RAI non significhi: 1) nominare un Presidente che abbia le mani legate (Annunziata) o addirittura rifiuti (Mieli); 2) inviare, proprio dopo il fattaccio di Milano, degli Ispettori a RAITRE (un’idea copiata da Tremonti e da Castelli per il Tribunale di Milano); 3) progettare un programma d’informazione da mandare in onda contemporaneamente al Tg3; 4) assumere Paolo Bonolis (alla faccia del servizio pubblico e alla differenziazione del prodotto che è la prima regola della libera concorrenza); 5) promuovere la D’Eusanio in prima serata; 6) sopprimere una fiction di successo come Il Commissario Montalbano (anche Camilleri dovrebbe imparare a tacere); 7) fare una legge che condoni i debiti della concorrenza, cioè Mediaset; 8) Accettare il principio deriso da Francesco Guccini: «Comprate il mio dietro, lo vendo per poco» (L’Avvelenata).

Forse la strategia è giusta e sono io che non capisco, perché non sono un grande manager come Cattaneo; o perché credo ancora che essere liberi significhi poter almeno dire la propria opinione o non leccare i piedi del premier che passa, di qualunque colore essi siano; o infine perché i risultati non tardano a farsi vedere: Baudo si rifiuta di leggere la lettera di Benigni sul «legittimo impedimento» a prendere parte a quella farsa che è l’assegnazione dei Telegatti; i giornalisti non hanno, non dico una reazione, ma nemmeno un brivido di disgusto di fronte all’entusiasmo di Scajola per la trionfale vittoria alle amministrative, poco trionfale e tutto sommato anche poco vittoria; e già dal giorno seguente non si sente più parlare di scrutini, se non grazie alle intimidazioni di Bossi e alla gag pecoreccia della «Fagliela vedere».

E la Costituzione citata in apertura? Beh, cercate di ricordarvela come si deve, prima che venga usata nel modo in cui Bossi aveva promesso per la bandiera italiana.

(«Cineforum», n.426, giugno 2003)

 

 

 

Un dollaro di (dis)onore

Per tradizione l’estate è la stagione del trash: la calura – che ogni anno supera le medie stagionali - indebolisce quelle resistenze alla fatica e alla stupidità che l’inverno televisivo ha già portato al minimo. Quest’anno si ripresenta con Velone, l’ultimo programma inventato da Antonio Ricci, il padre di Striscia la notizia, quello convinto di essere una delle roccaforti della satira e dell’informazione in Italia. Il nuovo colpo di genio va in onda quotidianamente su Canale 5 ed è condotto da Teo Mammuccari, vestito stile bagnino romagnolo. Ci mostra delle over 65 che sculettano e canticchiano anche se non sanno muoversi, non hanno più voce, sono spudorate, penose, grottesche, ma è proprio questo che diverte il popolo della tv.

L’idea di Ricci è elementare: si prende per il culo gente disponibile a tutto pur di farsi vedere in tv. E’ così, in fondo, che si divertivano i “cattivi” di Un dollaro d’onore, gettando una moneta in una sputacchiera: tutti abbiamo provato compassione per Dean Martin e disprezzo per i suoi provocatori; ma erano evidentemente altri tempi. Che male c’è a ridere di un alcolizzato costretto a tuffare una mano negli sputi? E se fa ridere una ventenne stonata e goffa, perché non dovrebbe farlo anche un’ottantenne? Tutti hanno diritto alla tv. Si può già fare una previsione per i prossimi anni: Mosca cieca (caccia al tesoro per non vedenti), Zoppogalletto (gara di danza per sciancati), Sveltine (concorso di abilità manuale per ragazze di facili costumi) e via dicendo. Sarebbe antidemocratico e ipocrita proibirlo. L’intelligente, democratico, spiritoso Antonio Ricci se ne offenderebbe e magari, per ripicca, chiuderebbe Striscia la notizia o rifiuterebbe la commemorazione della mitica Drive In che Canale 5 gli ha allestito, con il codazzo bandistico di gran parte della stampo nazionale.

Il dileggio degli incapaci ha radici lontane: le gogne medioevali, lo sfruttamento barnumiano dei freaks, gli intrattenimenti nei club vacanze, nelle crociere o, per restare in tema, nelle case di riposo (non è nemmeno escluso che qualche over 65 sogni di diventare una Mistress B) – e soprattutto La corrida radiofonica, cavallo di battaglia della vecchia RAI, che si chiamava anche, non a caso, Dilettanti allo sbaraglio (versione pop del nostro genio e sregolatezza). Lo hanno ben capito i coniugi Costanzo, altri pilastri di Canale 5, con le loro gallerie di maghi, astrologhi, inventori, caciarone, fratelli e amici next door che ci trasmettono tutti la loro irrinunciabile Weltanschaung. Verrebbe da dire che è lo stile della casa, ma poi ci vengono in mente Fabio Fazio che ha lanciato Paolo Brosio & madre nello star system italiano; Piero Chiambretti che ha dato notorietà a tal Signorini; Gianni Ippoliti che ha sulla coscienza niente meno che Luca Laurenti. Tutti targati RAI. Più che lo stile della casa, è quello del paese – un paese in cui la maggioranza degli elettori crede veramente che Costanzo, Ricci, Mentana e magari anche la Parodi siano all’opposizione, e in cui distinguere servizio pubblico da privato, ovvero RAI da Mediaset, è sempre più difficile.

In una democrazia televisiva come la nostra il dilettantismo è trionfante e chiunque puà improvvisarsi statista, ministro, onorevole e opinionista. Così mister B può rilasciare, a distanza di poche ore, due dichiarazioni, per cui: 1) le amministrative non si sono affatto chiuse con una sconfitta per il Polo; 2) la sconfitta del Polo alle amministrative era prevista. Così qualche solenne funzionario può introdurre, come la lingua in un pertugio, un’ovvietà sulla necessità dell’acqua in un tema di quello che continuiamo a chiamare “esame di maturità” (l’anno prossimo toccherà forse ai kapò, per il tema di storia dimenticata). Così Porta a porta può rimpiazzare con Scajola, Gasparri e Buttiglione l’invitata ma assente “Fagliela vedere” Beccalossi (stando ai risultati, non doveva essere gran che, tanto per restare all’humour pecoreccio di Forza Italia) e Vespa può scegliere un titolo-domanda che contiene in sé una sola risposta: «Successo politico o voto amministrativo?». Così lo scandalo delle tangenti a Sanremo (una cosa che colpisce come il doping nello sport) può dare la scossa definitiva alla dilettantesca RAI e favorire una soluzione matura da un pezzo: passare il festival a Mediaset, più adatta a questo genere di cose (che cosa avete capito? Ai festival, non alle tangenti). Chi meglio di Maria de Filippi potrebbe scegliere le giovani concorrenti? Poi Fede potrebbe fare il Dopofestival direttamente dal Casinò.

Perché no? A noi dilettanti piace essere presi per i fondelli. Così alla gazzarra sollevata dal leghista Cè contro le decisioni prese dal governo di cui fa parte può accompagnarsi la replica in parlamento di mister B, trasmessa integralmente dalla povera e patetica Rete 4. Così Buttiglione, a Primo Piano, può esibirsi nel suo passatempo preferito: arrampicarsi sugli specchi. Così mister B può ripetere che tout va bien e che Bossi e la Lega sono una forza necessaria alla crescita del paese.

Almeno i vecchi e classici Dilettanti allo sbaraglio potevano essere interrotti da pernacchie e fischi. In politica questi dovrebbero essere sostituiti da quello che si chiama dibattito (capito bene? di-bat-ti-to: non una «dichiarazione spontanea», non un’intervista alla Socci, non una passerella, ma quella cosa che «uno parlare e l’altro rispondere», sì, «anche non d’accordo»). Invece il paragone con La Corrida finisce qui e possiamo aprire il nostro semestre europeo nel segno di un dilettantismo senza freni: tutto perché un tale Schulz chiede a mister B spiegazioni sulle cose di cui questi parla non appena si reca all’estero. Rete 4 parla per mezz’ora del maltempo e RAIUNO doppia, smussando, il protagonista, che è poi sempre lo stesso di quando riportano intere sue concioni; ed entrambe prendono per buone, come fingono di fare Schroeder e Cox, delle scuse che sono tutto tranne che scuse e che comunque, more solito, mister B ritratta sin dal giorno dopo. Tuttavia, se delle repliche non si hanno tracce, i servizi non riescono a nascondere il volto tetro e arcigno di Prodi: che manchi anche a lui quel senso dell’ironia di cui mister B è così ben fornito?

E così è proprio vero che «siamo padroni dell’Europa», come dicono i ragazzi di Aria Condizionata (RadioDue), solo che loro scherzano e gli altri no. Gli altri lavorano alacremente affinché: 1) l’Italia vinca la gara delle Velone e si faccia ridere dietro da mezzo mondo; 2) faccia da cavallo di Troia per conto degli USA nello sgretolamento dell’Europa (e da Bush arrivano infatti i soli complimenti) e non esiti a infilare la mano nella sputacchiera; 3) la Lega plauda soddisfatta. Come diceva Totò? Ah, già: facciamoci pur sempre riconoscere. Fatto!

P.S. Poiché non si può vivere di sola tv, mi sono dato anche a qualche lettura: Stupid White Men di Michael Moore mi ha fatto capire perché sono così amici i mister B & GWB e che, se è vero che gli USA sono avanti a noi di vent’anni, non ci aspetta un futuro roseo. Al massimo, un futuro da Velone, come da premesse.

(«Cineforum», n.427, luglio-agosto 2003)

 

Betty Hate

Checché se ne dica, la televisione aiuta a capire molte cose del mondo in cui viviamo: per esempio, ci insegna che il principio liberistico della concorrenza è soltanto una bufala; lo sapevamo da un pezzo, ma ce l’hanno ulteriormente – e certo non definitivamente - dimostrato i recenti confronti fra RAI e Mediaset (dove Gasparri & Co. mettono in scena una farsa su commissione che solo i bugiardi possono chiamare libera concorrenza) e dove Sky realizza quello che è il sogno di questi liberistucoli da strapazzo, cioè una tv tanto libera da non avere concorrenti. E allora non meravigliamoci se tante cose della nostra vita assomigliano stranamente a quelle che vediamo in tv: non tanto perché questa se ne faccia specchio fedele, quanto perché – come, se non sbaglio, diceva Woody Allen – oggi la vita non imita più l’arte, bensì la cattiva televisione.

Non sarebbe per esempio difficile leggere nei nostri ultimi anni una soap opera - di quelle che, tra l’altro, si trascinano all’infinito fingendo continuamente di cambiare, ma in realtà limitandosi a una stanca ripetizione di se stesse. Potrebbe raccontare la storia di una famiglia di bugiardi ricchi e litigiosi e intitolarsi The Liars oppure Mister e Mistress B. Sia in un caso che nell’altro, il ruolo dei protagonisti sarebbe affidato d’ufficio a Berlusconi e Bossi, come del resto ormai succede per ogni ruolo. Certo, il secondo dovrebbe vestirsi da donna e sostituire i capelli unti con una parrucca, tipo Sally Spectra prima maniera, ma sono certo che col parrucchiere di Arcore lo farebbe volentieri. Poi, se si trattasse di una vera soap made in USA, le si potrebbe far sostenere che i sudisti vinsero la Guerra di Secessione portando il paese alla rovina, ovvero alla mercè dei negri e portoricani (i sofisticati chiamano queste cose «revisionismo»).

La storia in sè sarebbe semplice. All’inizio ci sarebbe un matrimonio, che naufragherebbe perché lei, una donna passionale, senza peli sulla lingua e poco disposta a dividere qualunque cosa con altri, non tollera che lui intrattenga una relazione con Mistress Flame, una signora dal passato non proprio limpido, come denuncia il nome stesso, che vedrei bene interpretata da Fini. Le liti e gli insulti si susseguirebbero puntata dopo puntata, fino a quando, nel giro di pochi mesi, i due potrebbero litigare e divorziare, divisi ormai da un odio viscerale, che spinge entrambi a rivolgere all’altro insulti da trivio. Poi di colpo, con una di quelle svolte clamorose cui le soap operas ci hanno abituato da sempre, scatterebbe un nuovo colpo di fulmine: i due scoprirebbero così – o almeno dichiarerebbero - di non aver fatto altro che amarsi, di non poter vivere l’uno senza l’altra e potrebbero decidere di risposarsi. Mistress Flame fingerebbe di accettare in dignitoso silenzio, ma in realtà continuerebbe a mugugnare nell’ombra, soprattutto quando entra in scena un figlio dei due B, starring Tremonti, di quelli che ci vengono tenuti nascosti per tanto tempo e balzano alla ribalta solo quando è il momento giusto. Come in ogni soap opera, anche lui passerebbe il suo tempo non a lavorare, ma a chiacchierare e a curare i propri interessi, metaforicamente sentimentali, cosa che scatenerebbe le gelosie non solo di Mistress Flame, cui essersi rifatta una verginità non basta più, ma anche degli altri figli, starring Casini, Buttiglione, Follini, ecc. Le cose potrebbero ulteriormente complicarsi qualora Mistress B scoprisse che il nuovo arrivato non è in realtà suo figlio, perchè a suo tempo le culle sono state scambiate, e quindi avrebbe via libera per una trascinante passione finalmente privata dal marchio dell’incesto. Mister B ne sarebbe al corrente, ma – uomo di mondo, che ha fatto il militare a Cuneo - lascerebbe correre, sostenendo che «i ragazzi si devono sfogare», come con la masturbazione: se non ci fosse la censura, si potrebbero ammirare dei bei numeri a tre; così dovremmo accontentarci della relazione diversiva del cornuto con una segretaria un po’ tonta, per cui vedrei molto bene Gasparri, anche lui aggiustato, per quanto possibile, da un adeguato make-up.

In ogni soap opera abbondano i personaggi di contorno, ovvero quelli che aspettano di avere qualche settimana di primo piano. Ferrara, per esempio, potrebbe interpretare una vecchia, grassa e stizzosa Mamie, di quelle che vogliono avere sempre l’ultima parola; Feltri una educatrice di lontanissime (più millantate che reali) discendenze anglosassoni; Vespa un untuoso maggiordomo che guarda tutti dall’alto in basso; e Fede la vecchia e fedele miss Faith, quella per cui il primo amore non si scorda mai. Per parti ancora più marginali, genere «La cena è servita», ci sono i vari Pera, Bondi, Giovanardi. Vito (certo che qui il make-up dovrebbe davvero fare miracoli).

Una parentesi processuale, di quelle che piacciono tanto agli americani, potrebbe vedere in scena Previti, nei panni di un’ex-amante che Mister B difende ad ogni costo in nome di un legame che è molto difficile sciogliere, perché amor omnia vincit.

Una soap opera del genere dovrebbe essere affidata a uno stuolo di sceneggiatori perennemente ubriachi, che non si preoccupassero, come sempre nelle soaps, di avere in mente un finale in cui far convogliare un simile intreccio di agnizioni, sorprese, colpi di scena, equivoci, inganni, voltafaccia, ritorni di fiamma, cambiamenti improvvisi di programma, ecc – perché, private di ogni logica come sono, le possibilità combinatorie del genere sono infinite. Proprio come nella realtà. Ogni giorno cancellerebbe i precedenti e sarebbe cancellato dal successivo: sabato i giudici sarebbero nemici e parte di un complotto, lunedì l’ancora a cui rivolgersi per querelare altri nemici, e via dicendo. Basterebbe insomma prendere tutti gli ingredienti sopra elencati e sorteggiarli come dall’urna di un Superenalotto in cui non si vince niente, ma si perde soltanto: ogni volta le combinazioni cambierebbero, ogni volta ciascun personaggio si legherebbe con un altro e sempre diversamente. Tanto la gente non si ricorda niente: non solo non ha il senso della storia, ma nemmeno quello della trama. E in ogni caso la struttura compatta della famiglia, fulcro di ogni soap, ne uscirebbe sempre illesa – la sola cosa che conta per i nostri governanti. In una parola, non la politica, ma il potere personale. Ovvero non uno spettacolo organico e decente, ma solo un palcoscenico.

All’opposizione non resterebbe che lo spazio di qualche spot pubblicitario, ai margini di una storia dalla quale è sistematicamente esclusa, ma di cui al tempo stesso fa parte: come una versione rovesciata di Betty Love, insomma. Ma ammettiamolo: gente che al Festival dell’Unità di Bologna chiama Maurizio Costanzo a presentare Fassino e Cofferati non si merita di più.

La didascalia di chiusura di ogni puntata ci ricorderebbe che ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale. Come diceva Hegel, l’ultima figura è quella che conta. E così potremmo continuare a pensare che sia solo fiction.

(«Cineforum», n.428, ottobre 2003)

 

Anything Else

Sarebbe bello poter ricordare il 2003 televisivo come l’anno del silenzio mediatico di mister B, oppure di un cenno di ripresa della RAI; ma questa, nello slowburn di Gasparri & Cattaneo, sta precipitando in un buco che, al confronto, quello di Tremonti fa ridere, mentre quello ha imperversato come sempre. Visto il successo del brillante esordio europeo, si è recato in tournée negli USA, dove è stato apprezzato soprattutto per l’elogio delle nostre segretarie (una battuta su Clinton?), anche se si è dimenticato di dire che sono veramente elettrizzanti (visto, caro GWB, come si gestisce un black out?). Non ha quasi fatto in tempo a tornare che ha annunciato a reti unificate (il suo sogno da sempre) la necessità di intervenire a cazzo sulle pensioni. Ma possibile che gli tocchi sempre fare qualcosa? non basta la servitù? e poi, proprio il giorno del suo compleanno? Per fortuna, pratico com’è di messaggi promozionali, ha risolto tutto con un gioiello programmatico del tipo «continuate a fidarvi di me». Così va a finire che il 2003 resterà nella memoria come l’anno dell’avvento di Sky, che però richiede un discorso a parte.

In attesa di qualche puntata di Turisti per caso dedicata ai luoghi di villeggiatura frequentati dai confinati del ventennio o ai cimiteri di amene località come Marzabotto o Stazzema, oppure di un Porta a porta sugli effetti liberatori dello champagne, godiamoci per il momento il ritorno di Report. Qualcuno dirà: Uffa, sempre Report. Lo ammetto: sono recidivo. Ma non è colpa mia se rimane il programma più vivo e intelligente del convento RAI-Mediaset, anything else, appunto (mi rendo conto che come complimento non è il massimo, ma Milena Gabanelli, tornata finalmente alla pettinatura di una volta, dovrà accontentarsi).

La nuova serie si è arricchita della new entry Marco Paolini, che ha prima raccontato (17.9) una storia di miseria, fame e lotte sindacali a premessa della puntata sugli stipendi e benefit dei parlamentari (quella contenente la perla di Taormina, secondo cui «un parlamentare è sempre un parlamentare» anche quando deve farsi rimborsare un viaggio per riscuotere una parcella personale o, chissà, magari anche la carta igienica); poi una storia di vero e proprio terrorismo ecologico (a Bhopal, protagonisti, guarda un po’, i nostri amici americani) per quella sul terrorismo applicato, alla lettera e pervicacemente, da USA, Gran Bretagna e Russia, con tanto di documentazione inoppugnabile e i commenti di Noam Chomsky (23.9). Nella terza puntata (30.9) ha parlato dello sport, sospeso fra la vita e la morte, ma più propenso alla seconda che alla prima: un excursus dalle tragedie di cinque giovani piloti Ferrari al calcio moderno, in cui sospettare di doping è il meno che si possa fare. Ma cosa sarà mai questo doping? Cavolo, un po’ di medicine e di vitamine non ha mai fatto male a nessuno! Oppure sì? La risposta più chiara dell’intera trasmissione è stata la dichiarazione di un tifoso juventino, per cui comunque «bisogna vincere tutto». E allora vai!

Ha ragione Maria Novella Oppo («l’Unità», 25.9) a dire che il teatro di Paolini è la riscoperta dell’epica. La bella idea di Report sta non solo nel mettere in discussione alcuni dei sistemi di potere (che già non sarebbe poco), ma anche o soprattutto nell’azzeccare un’accoppiata imprevedibile e intrecciare le prospettive d’approccio ai singoli problemi. Senza azzardare paragoni scomodi ed eccessivi, la storia della campagna napoleonica in Russia si capisce meglio leggendo anche Guerra e pace, così come la vita al confino si capisce meglio leggendo Cristo si è fermato a Eboli o il nazismo guardando Il pianista. E Buongiorno, notte non ci avvicina forse di più al caso Moro inventando una liberazione che non c’è mai stata? Insomma, la fiction, persino un teatro nudo e televisivo come quello di Paolini, aiuta a raggiungere il cuore di quella che è solo informazione. In fondo sembra proprio quello che ha capito anche Emilio Fede, ma qualcuno è ancora in grado di apprezzare la differenza fra piaggeria e invenzione, fra rotolarsi negli escrementi e prenderne le distanze.

In questo senso si può anche parlare di riscoperta della televisione, che non merita di essere ridotta interamente a quella fossa biologica in cui la stanno così alacremente e servilmente sospingendo il ministro Gasparri e i troppi (e troppo) solerti giornalisti e uomini di spettacolo. Un’idea vale di più di tutti i teatrini allestiti alle spalle di Mister B, concretamente o allusivamente degni di una filodrammatica.

A proposito di Gasparri, non so se lui di persona o se attraverso qualche compare (è stato fatto il nome di Casini, ma chissà) o semplicemente attraverso la sua appendice Cattaneo, a Bologna è stata decretata la caduta del redattore capo di RAITRE Regione, solo perché non sembrava in grado, viste le imminenti amministrative, di dare al povero Guazzaloca quell’aiutino che gli serve per sperare di farcela contro Cofferati.

Mister B, insomma, ha fatto scuola, e come ogni scuola, Moratti docet, anche questa è fatiscente (non c’è nemmeno più niente da condonare). Altrimenti uno come Taormina, vera e propria star del mese, non si sarebbe autoaccusato di essere il Grande Burattinaio, salvo rinnegare il tutto il giorno dopo (perché questo ormai è lo stile, se si può chiamare stile: vuoi che Taormina sia meno di Bossi e mister B?); per di più ha ammesso di averlo fatto per salvare quello che lui e pochi altri (RAI 1, 2 e Mediaset) continuano a chiamare il premier e qualcuno (il solito comunista brutto, sporco e cattivo) ha indicato come il burattinaio della farsa Telekom-Serbia. E ha infine chiarito che il nome di Ciampi è stato proprio lui a farlo: d’altra parte, si è giustificato, è siciliano e allora è giusto che voglia vendicarsi del torto ricevuto quando a suo tempo non è stato nominato guardasigilli.

Questo è il bello della televisione: che non ci mostra, salvo rare eccezioni, cose belle, ma ce le mostra – o almeno può farlo. Eh, sì, mi rendo conto, non è la bellezza delle veline (in che senso?) Giovanardi, Bondi, Taormina, che si danno il cambio come su un calendario per camionisti, ma, come dicevo, bisogna accontentarsi. Quando si vedono e si sentono certe gaffes, talmente grossolane che apparirebbero incredibili se ce le raccontassero, oppure gli intoppi incontrati dalla Legge (sic!) Gasparri (sic!), viene istintivo pensare che siamo alla frutta, anche se è marcia e amara, e sperare che forse stiano già rosicchiando i torsoli, perché le pere sono finite. O, meglio, se le sono già fatte (fuori) tutte Bossi & Co, compresi quelli che continuano a «prendere le distanze» e a votare compatti il loro pleibiscito quotidiano. Quo usque tandem? E’ vero, c’è il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea e qualcuno dice che dobbiamo salvare la faccia (quale? al punto in cui siamo, preferirei salvare il culo) e dopo sì che ne vedremo delle belle: probabilmente le solite.

(«Cineforum», n.429, novembre 2003)

 

Arrangiatevi!

Parliamo dunque di Sky, entrata in funzione il 1° agosto 2003 e per quanto mi riguarda (contro le molte lettere di protesta pubblicate dai giornali) devo dire che tutto ha funzionato come promettevano le istruzioni. Sarebbe quindi un buon inizio, se non ché…

Sky è una (la) tv a pagamento e dunque ci aspettiamo di più (una delle regole fondamentali del consumismo è che la qualità di un prodotto si riconosce dal prezzo). La sua storia è la dimostrazione più evidente, se mai ve n’era bisogno, di come l’Italia finga ancora di non capire la differenza fra monopolio e libero mercato. Leggi e commissioni antitrust sono un ciarpame inutile, che si tiene in piedi solo per dare (a chi?) un’illusione di civiltà, democrazia e liberismo. E’ questa nostra allegra disinvoltura che spinge degli stranieri che hanno un po’ di soldi da investire a venire da noi, non per farsi seppellire, come suggerisce Mister B, ma per diventare ancora più ricchi. L’australiano – quindi extracomunitario - Mr Murdoch è salito sul suo gommone, si è comprato Telepiù, ma poi ha visto che aveva un concorrente di nome Stream. Cosa poteva fare allora il pover’uomo se non comprare anche Stream? Poi, siccome è una persona seria, invece che tenere in piedi una finta concorrenza, le ha fuse in un’unica rete, appunto Sky, che si occupa di tutto: di cinema, di sport (calcio in particolare), di intrattenimento per ragazzi, di informazione. Io non mi occupo di tutto e quindi parlerò solo di Sky Cinema, un pacchetto da € 30 al mese, articolato in Sky 1, 2, 3, Max, Autore e 16:9, ma comprendente anche canali collegati come Studio Universal, Cult Network e RAISAT Cinema World (sempre la stessa domanda: non paghiamo già il canone alla RAI? E allora perché una parte ci viene venduta per la seconda volta? Lo stesso vale per RAISAT Extra, Premium e l’appetitoso Gambero Rosso).

La concorrenza, a questo punto, è offerta dalla tv generalista; ed è chiaro che quelli di Sky possono approfittarsene. Sky Cinema non è una truffa, ma nemmeno il suo contrario. Promette un sacco di canali e poi ritroviamo sempre gli stessi film, ripetuti numerose volte, a orari diversi, sbalzati dall’uno all’altro programma, o anche ripetuti nello stesso giorno: i titoli, insomma, sono tanti, ma meno di quanti si potrebbe supporre. Per fortuna gli orari sono rispettati al minuto (il che permette di usare il videoregistratore senza lo spreco di nastri cui condannano RAI e Mediaset) e che non ci sono le interruzioni pubblicitarie che là invece imperversano; ma non è che l’inizio. E infatti Studio Universal ha già cominciato a inserirle all’interno dei suoi film, e non solo fra l’uno e l’altro, anche se sono solo autopromozionali (trailers, ecc).

Quello che colpisce di più è comunque la mancanza di un qualunque disegno culturale. Secondo me i film li sorteggiano, poi guardano le durate e fanno il palinsesto. Persino le distinzioni fra i diversi canali Sky sono opinabili, tant’è che lo stesso film può passare dall’uno all’altro. Che senso ha infilare film come Ravanello pallido o Una grande storia americana in un canale che si chiama Sky Cinema Autore? Senza dover ridiscutere ancora una volta la nozione d’autore, l’etichetta appiccicata tout court a chiunque abbia fatto anche solo un film è un po’ troppo elastica. Forse qualcuno che capisce almeno un po’ di cinema non sfigurerebbe fra gli organizzatori: se si svolge un’attività che in qualche modo è culturale, si devono almeno avere delle idee. Altrimenti è solo routine di bottega. Ma la scelta in proposito è chiara. Non a caso la preferenza va ai film di successo, il che elimina un sacco di possibilità. In un’offerta che, grazie anche ai canali collegati, è ancora ampia, nel passaggio si sono persi Cineclassics, CineCinemas 1 e 2, come ha già lamentato Natalia Aspesi («Repubblica», 23/9), che non erano niente male con il loro corredo d’antiquariato.

Per quanto riguarda il servizio delle News, come dicono i postmodernisti filoamericani, c’è ben poco da dire: i tg che vanno in onda sistematicamente per tutta la giornata (almeno così dicono) non sono distinguibili da quelli gratis (che poi non sono gratis) di RAI e Mediaset. L’apparato scenico è esattamente quello che anche un bambino saprebbe immaginare, con due persone due che ci presentano i fatti del giorno, con la stessa partecipazione delle didascalie che nel frattempo scorrono sotto di loro. No comment, ma è presto per giudicare: in questo periodo i fatti più salienti si riducono alla storia del crocifisso negato che per qualche giorno ha richiamato tutta la nostra attenzione teleguidata. D’altra parte non si può pretendere grande giornalismo da un paese in cui le novità sono rappresentate dalle barzellette su Max raccontate da Mister B, da quelle sull’appuntamento a gennaio che minacciano (si fa per dire) Fini e Follini, ma soprattutto dalla difesa del cattolicesimo da parte di Bossi e suoi camerati leghisti, con gli immigrati-merce, cannoni e le solite metafore del genere (il Porta a porta del 30 ottobre funziona al riguardo come un vero e proprio santino). Dov’erano i vescovi, i parroci e le altre autorità ecclesiastiche? Possibile che nessuno abbia sentito l’esigenza di un anatema, se non altro per appropriazione indebita di religione? Ipotesi 1: va bene così, perché è meglio essere difesi da dei bugiardi (è solo una sineddoche) che criticati da degli onesti. Ipotesi 2: gli italiani hanno un’idea della religione, per cui Io sono il Signore Dio tuo e Non avrai altro Dio al di fuori di me non danno fastidio, ma cosa c’entrano Non rubare e Non dire falsa testimonianza? Ipotesi 3: ai fanatici islamici non abbiamo da opporre altro che Bossi e Baget Bozzo, il nostro Adel Smith.

Tornando a Sky, il tasto più dolente è comunque la rivista che viene inviata agli utenti, che non contiene notizie utili, ma solo un elenco di titoli: non c’è nemmeno un indice analitico, come in passato, e devi quindi vivere e organizzarti alla giornata. Con quello che si paga, qualcosa di più di un brutale Arrangiatevi! si potrebbe anche pretendere. Si può rimediare, certo, per esempio comprando «Satellite», ma sono altri 5 € al mese, oppure consultando il sito Internet. Ma perché, visto che quel servizio l’abbiamo già pagato? Suppongo infatti che la redazione del giornalino non lavori gratis e che il loro stipendio esca dalle nostre tasche, come la pubblicità che paghi quando compri un qualunque prodotto.

Ma in fondo – anche questo Mr.Murdoch l’ha capito – a noi va bene così. E’ nella nostra tradizione credere, obbedire e mandare qualcuno a combattere. Come diceva una vecchia e saggia poesia goliardica: «noi siamo felici, noi siamo contenti, le chiappe del culo porgiam riverenti». Volgare? Beh, poche righe più in alto si trova ben di peggio. Col patrocinio del Ministero delle Riforme e dei suoi complici.

(«Cineforum», n.430, dicembre 2003)