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TV 2002

 

Il grottesco corre sul filo

Avevo già quasi pronta una puntata di questa rubrica dedicata alla soap opera e a Beautiful in particolare, quando è scoppiato il caso Quelli che il calcio… e non ho saputo resistere. Ho pensato che le soap durano anni e possono aspettare: il guaio è che lo stesso può succedere anche al nostro governo. Però ha il vantaggio di essere più ricco di spunti. L’ultimo per il momento è quello di Berlusconi che dice di non tollerare “il dileggio” e allora manda avanti gli altri, Gasparri in testa, non volendo incorrere in un altro caso Satiricon. La satira continua a infastidire, ma c’è solo un mezzo per evitarla, non fornirle spunti. Sarà dura, per Bossi, Tremonti & Co, ma dovrebbero almeno provarci.

Questa non è una rubrica d’informazione, ma probabilmente anch’essa di satira (è la tv che la condanna a essere tale); tuttavia devo ricordare alcuni fatti. Quelli che il calcio… è una trasmissione di successo fatta con poco: un’idea, diffusa nella radio (vedi Zapping: il commento o il contenitore di qualcosa che viene trasmesso altrove) e alcuni ospiti, più o meno simpatici e divertenti. Una diretta sulla diretta, il non plus ultra della tv. E’ stata condotta per diversi anni da Fabio Fazio, sempre più stancamente, fino a quando, dopo il bidone di La 7, è subentrata Simona Ventura. Era una trasmissione già logora, perché non sempre gli ospiti spiritosi erano disponibili e non bastavano certo un prete bergamasco (per di più tifoso dell’Atalanta) o un tonto designer immigrato dal Giappone, figuriamoci adesso che è stata costretta ad affidarsi a Valeria Marini. Ma se uno ha la radio che funziona male e vuole sentire i risultati delle partite di calcio in diretta, anche questo può andare. Eppure… Eppure rischia di diventare un caso e magari può spingere la sinistra a fare quella strana cosa che si chiama opposizione: su una bandiera, magari rosa come la Gazzetta, non campeggeranno più una falce e un martello (e lo dico senza nostalgia, come di fronte a ogni bandiera), bensì un pallone da calcio. In linea coi tempi, come già rimarcava Baudrillard nel 1978 (All’ombra delle maggioranze silenziose).

A questo punto arriva il 22 dicembre. Durante una puntata della trasmissione s’intromette una telefonata, anch’essa in diretta, di niente po’po’ di meno che… (rullo di grassiani tamburi di latta) il ministro delle telecomunicazioni Gasparri. Già. Quello che piace tanto a Maria Novella Oppo. Quello delle liste di proscrizione. E adesso quello che ci spiega che la satira non deve toccare le cose serie (al che, in verità, non si capisce perché lui se la prenda tanto); che dice “io ho telefonato per parlare e lei mi deve lasciar parlare”; che infine fa cadere un “voi siete dei satiri…” che la dice lunga sulle sue frequentazioni scolastiche. La Ventura ha un colpo d’ala e gli spiega che: 1) la satira fa parte della nostra cultura; 2) la satira deve essere capita; 3) e se uno non la capisce, beh… Poi succede che l’Inter e il Perugia fanno gol e tutti esultano: il ministro capisce (sic!) che il calcio è più importante di lui e sbatte giù il telefono. I comici presenti approfittano ovviamente dell’occasione, perché di così ghiotte non ne capitano tutti i giorni.

Eh, sono giorni duri, l’Inter quasi in testa alla classifica, un ministro in preda a una crisi d’onnipotenza da “chiacchiere e distintivo” e, dulcis in fundo, la voce che Berlusconi, se non altro tramite Emilio Fede (ammissione pubblica), avrebbe richiamato all’ordine il camerata. Il quadro è completo: il poliziotto cattivo e quello buono, pronto a raccogliere i frutti della protervia dell’altro. O, se preferite, Stanlio e Ollio. L’abbiamo già visto. Non becchiamo più. Non tutti almeno. Come la storia degli euroconvertitori in regalo, niente po’ po’ di meno che… dal presidente del Bananas Football Club, come direbbe Altan. Un regalo agli italiani, dice, e lo accompagna per di più con una dedica: appropriazione indebita, quanto meno – sempre che sia ancora un reato. Ormai ci manca solo il Nobel a Bossi, per la pace o la letteratura non cambia molto.

Ma torniamo alla Gasparri’s Story, che non finisce qui, naturalmente: alla sera il TG1 stende un ossequiente velo di silenzio sull’avvenimento (non sarebbe elegante: c’è Vespa che aspetta di vestire i panni della Ventura); il TG3 ne dà un riassunto, riservando il totale al Blob del giorno dopo (il TG2 e Canale 5 non lo so, perché non si può avere tutto dalla vita; in compenso ne parla per diversi minuti Fede, dicendo che non se ne dovrebbe nemmeno parlare). Il giorno dopo qualcuno a sinistra sbraita: è fascismo. Fa piacere vedere che se ne rendono conto, ma non fa piacere constatare che non sanno che i fascisti non possono comportarsi altro che così e si stupiscono quindi di fronte all’arroganza, alla prepotenza, alla censura, ai manganelli e magari all’olio di ricino. Chi credevano di avere di fronte? Dei fiorettisti liberali?

Dei due quotidiani che leggo, “Repubblica” si defila, come fa sempre più spesso negli ultimi tempi, mentre “l’Unità”, pur essendo un giornale di sinistra, non molla l’osso: così apprendiamo che, secondo Gasparri, il Ministero delle Telecomunicazioni conta più della Camera e Senato, soprattutto della Camera il cui Presidente Casini ha finto di riportare alla ribalta il conflitto d’interesse in modo da permettere a Berlusconi di fingere una buona volta di affrontarlo. L’occhio acuto (nel senso barthesiano del termine) di Gasparri è stato l’unico a non caderci e ci ha creduto veramente, decretando una nuova lista di epurandi. Del resto se nella Divina Commedia Dante mandava all’inferno i suoi nemici, non potrà farlo anche Gasparri nella sua Demente Farsa?

Ma probabilmente ha ragione. La tv è più importante del Parlamento: non solo perché ne contiene i nomi più illustri, da Carlucci a Sgarbi, ma anche perché essa è il nostro vero strumento di governo. Che poi, come ci ricorda Beppe Grillo, al suo interno ci siano 54 imputati, è ovviamente solo un problema di giudici di sinistra, gli stessi che qualche anno fa volevano oscurare Mediaset sostituendosi a una Authority che non fa niente o, se fa qualcosa, nessuno ne parla. Il silenzio è d’oro in tutti i sensi.

Poi è arrivato l’Euro, è arrivato il “freddo polare”, che – guarda un po’ - caratterizza l’inverno, e tutto è svanito nei botti di fine anno. E quando dico svanito, intendo proprio svanito: puff! e via. Quando anche RAITRE ha comunicato che le dimissioni del ministro Ruggiero erano frutto di un “accordo” con Berlusconi, si è capito da che parte tira ormai il vento. Da parte di quelli che si gridano onesti e intanto riempiono la RAI di gagliardetti travestiti da impiegati o giornalisti. Da parte di quelli che il calcio nel sedere non lo avranno mai troppo presto. Personaggi ridicoli, che stonerebbero persino in un’operetta o in un film dei Vanzina, governano un paese che ha scelto di essere a loro immagine e somiglianza. Beautiful? Ma sì, se deve essere satira o almeno ironia, che lo sia fino in fondo: very beautiful. Buon anno.

(«Cineforum», n.411, gennaio-febbraio 2002)

 

Il grande paese

Il nostro è davvero un grande paese, ma a volte gli riesce difficile apprezzare le fortune che gli capitano. Pensate un po’: una signora, non più giovanissima, d’accordo, ma ancora di bell’aspetto, con un sorriso aperto e cordiale e un profilo simil-greco; una signora dotata di una finezza di modi seconda solo a quella di Mara Venier e Iva Zanicchi; una che ha saputo crearsi dal nulla grazie alla televisione; una che ha lottato per anni perché fossimo tutti più magri e più belli, al punto da ricomporre crisi familiari di ogni tipo (ricordate? “Uomini, come volete che le vostre donne vi guardino se avete quella pancia schifosa?” o qualcosa del genere); una che ha avuto i suoi alti e bassi, d’accordo, ma di quelli che capitano a tutti, perché l’invidia è sempre tanta e nemmeno la finanza e i NAS ne sono esenti; una che comunque ha saputo risollevarsi, scendere nuovamente in campo e intraprendere una carriera di imprenditrice che le ha permesso di guadagnare nel giro di qualche anno una sessantina di miliardi o giù di lì; una che ha fatto tutte queste cose e altre ancora per provvedere al futuro dei suoi figli; una che è stata ampiamente e sentitamente elogiata da più di un intellettuale di spicco, di quelli che dicono di amare il trash, ma in realtà sono dei raffinati interpreti del mondo; una che parla un italiano persino più corretto di quello di Bossi e con una voce più melodiosa di La Russa – ebbene, che cosa facciamo noi con un tesoro del genere? Noi lo mettiamo in prigione. Con l’accusa di truffa. Ma quale truffa? Solo perché prometteva dei numeri vincenti al lotto con la stessa disinvoltura con cui si promettono milioni di posti di lavoro? Solo perché prometteva a tutti di diventare milionari senza nemmeno rispondere a qualche stupida domanda di Gerry Scotti? Oppure perché ripeteva a gente speranzosa che, se questi numeri non uscivano, era a causa di una situazione pregressa – una sorta di “buco del malocchio” - che doveva essere rimossa, ovviamente grazie ad altri investimenti? Ma una signora del genere dovrebbe essere la nostra first lady, altro che in prigione.

A parte Bruno Vespa, che le ha dedicato una puntata di Porta a porta in cui mancava solo lei a illustrare il suo contratto con gli italiani, contro la povera donna si è scatenato un vero e proprio complotto giudiziario, probabilmente dettato dall’invidia oppure dai soliti giudici comunisti che, prima che giudici, si sentono giustizieri e perseguitano le truffe, le amministrazioni creative, magari anche i conflitti d’interessi. Per fortuna, la signora in questione saprà sicuramente cautelarsi con avvocati del suo livello, cosicché la Giustizia, quella con la P maiuscola, saprà nuovamente trionfare e la vedremo presto in libertà, tutta tesa a fare solo ed esclusivamente gli interessi della nostra grande azienda Italia.

Qualcuno sostiene addirittura che il reato di cui si sarebbe macchiata dovrebbe rientrare nella circonvenzione di incapaci, ma si tratta di persone che non hanno la minima dimestichezza con le regole della democrazia. Dopo tutto lei si è rivolta al paese da un pulpito notoriamente democratico, imparziale e sincero come la tv e gli ha fatto un’offerta e una promessa: il paese ha risposto come sa, cioè dandole fiducia e denaro, senza la minima costrizione e senza pensarci su più di tanto; ed era un paese adulto e maturo, non un gruppo di minus habentes disposti a credere a qualunque fanfaluca; un paese che ha agito di sua libera scelta, insomma, proprio come se si fosse trattato di un voto. Che cosa vogliamo di più? E allora perché oggi questo accanimento nel distruggere un mito, che tra l’altro rispecchia così fedelmente la nostra cultura e il nostro desiderio di avere qualcuno che pensa e provvede ai nostri interessi con la stessa cura che ripone nel pensare e provvedere ai suoi?

Al momento in cui scrivo, in attesa che la signora venga restituita alla libertà come si conviene ad ogni paese civile, vorrei ricordare che ci sono due posti vacanti nella direzione di questo: uno è quello di Ministro degli Esteri, l’altro è quello di Presidente della Rai. A parte il fatto che un posto nel governo o quanto meno in parlamento se lo meriterebbe (dove tra l’altro si troverebbe in buona compagnia: l’ora d’aria nel transatlantico non deve essere niente male), penso, senza nulla togliere alla signora, che il secondo sia più adatto del primo. Questione di affinità elettive. Finalmente avremmo la persona giusta al posto giusto, cioè una che di televisione se ne intende e che saprebbe veramente farne un servizio pubblico; una che ha capito da sempre che la tv è un grande negozio in cui l’importante è vendere, non importa che cosa, e dovrebbe campeggiare nel bel mezzo della nostra bandiera, come una volta lo stemma sabaudo (una volta?).

Sono certo che una delle prime decisioni che prenderebbe sarebbe quella di abolire il canone, sostituendolo con un’oblazione volontaria che, se solo le si concedesse un po’ più di visibilità, supererebbe largamente gli introiti attuali. E poi andrebbe perfettamente d’accordo con Gasparri, cui la legano sotterranee convergenze culturali: gli potrebbe insegnare, se non altro, un po’ di quel savoir faire senza il quale, bisogna ammetterlo, non si governa un mondo complesso e scomodo come quello della comunicazione, dove nessuno sa obbedire, né leccare i piedi, e dove, infine, le “veline” vengono usate per scopi che si pensavano riservati solo al tricolore.

Succede spesso: abbiamo sotto gli occhi la soluzione di tutti i mali e non sappiamo vederla (vorrei dire “come la lettera rubata”, se quest’ultima parola non fosse proibita dalle vigenti leggi). Poi, all’improvviso, interviene qualcosa o qualcuno e apriamo gli occhi. E’ già successo due volte negli ultimi anni, non ci resta che aspettare la terza. Fiduciosi che il bene, l’intelligenza e il tanto celebrato genio italico si riaffermino come meritano. E riportino il nostro paese al posto che merita.

Ma sì, proprio un grande paese: e allora dobbiamo perdonargli anche qualche inevitabile stortura, come quando un cittadino, che di mestiere fa il regista, l’attore e il produttore (che poi faccia anche dei bei film è quasi un optional), si permette di criticare gli uomini per i quali ha votato e con i quali ha perso; ma l’informazione, a partire dal tg3, è spietata e dà più spazio a questa uscita che ai suoi film, censurandola, travisandola e persino commentandola con una dichiarazione di Zeffirelli, cui viene finalmente riconosciuto il giusto peso nel cinema italiano. Per fortuna i politici che guidano l’opposizione col ricordo di lontani successi non hanno abboccato e hanno minimizzato l’uscita come una nota di folclore: eh, si sa come sono gli “intellettuali” (notato il disprezzo racchiuso fra le virgolette?), sempre pronti a lamentarsi, a sparare sentenze e a criticare, come se fossero problemi che li riguardano - loro che non capiscono niente di queste cose, cioè di come si fa a perdere le elezioni, la dignità, il senso della realtà e vivere per sempre felici e contenti.
(«Cineforum», n.412, marzo 2002)


Gruppo di famiglia in un interno

Uno dei tanti luoghi comuni riemersi dalle macerie delle Twin Towers è quello per cui gli americani hanno molto sviluppate la forza e la cultura del gruppo – e, come spesso accade ai luoghi comuni, anche questo è al tempo stesso vero e falso. L’ideologia stessa del gruppo esprime sì coesione e comunità di interessi, ma anche esclusione. Dichiarare la propria appartenenza a un gruppo significa stabilire un’identità e un confine che esclude ciò e chi sta fuori dal gruppo. Ma questo passa in secondo piano di fronte al senso del gruppo, alla capacità di pensare e vivere al di fuori di una ideologia strettamente individualista cui ci ha abituati anche tanto cinema americano, daifilm di guerra a western come Il mucchio selvaggio. Naturalmente la vita non è così, non comprende marce trionfali come quella che nel vecchio San Francisco vede Spencer Tracy, Clark Gable e Jeannette McDonald, e con loro tutto il popolo americano, marciare cantando verso il futuro. La vita è anche fare i conti con un melting pot che spinge per distruggere, nei fatti, i gruppi che ha disegnato o ereditato al suo interno.

Per quanto riguarda la tv, la memoria corre immediatamente alle series di Star Trek, cui a suo tempo Franco La Polla ha dedicato, anche su queste pagine, parole illuminanti ed ammirate. All’astronave come luogo comune, ovvero come scena di ritrovo continuo, si affianca anche la sitcom, con il suo ripetersi sistematico attorno a un numero ridotto di personaggi: l’esclusione del resto del mondo è implicita nella struttura stessa del prodotto, nella sua iterazione da monolocale; e non è nemmeno necessario che i componenti del gruppo vadano sempre e comunque d’accordo (si pensi ai vecchi e gloriosi All in the Family o Mary Tyler Moore Show, oppure ai più recenti Cin Cin – Cheers nell’originale - e Friends): dissidi e battibecchi sono anzi necessari a consolidare l’idea del gruppo malgrado tutto e a farne una vera e propria parafrasi metonimica del mondo.

Anche i medici di E.R. fanno indiscutibilmente gruppo, per ragioni a volte sentimentali, a volte sociali, a volte per un misto delle due, soprattutto quando alla compatezza del gruppo cerca di sovrapporsi, in palese disaccordo, l’egemonia individualista: il comando non è sempre un ruolo da eroi e la cultura americana non permette, almeno nei film e telefilm, lo strapotere indiscriminato.

Probabilmente, però, il prodotto televisivo in cui emerge con maggiore forza questa tensione metonimica e a suo modo xenofoba è la soap opera. Il punto di partenza tradizionale di una soap opera è il disegno di un agglomerato sociale, in particolare una famiglia: accadeva in Capitol, come in Dallas o Dinasty, accade ancora oggi in Beautiful (nell’originale The Bold and the Beautiful). Qui il disegno è molto chiaro: si tratta delle difficoltà, di evidente derivazione melodrammatica, cui va incontro la famiglia Forrester, ricca di membri e generazioni quanto basta per offrire un adeguato sviluppo combinatorio degli scontri: ogni volta che qualcuno cerca di inserirvisi, a questa penetrazione si oppone una resistenza claustrale (in una prima fase lo schema narrativo era complicato dalla struttura binaria e oppositiva legata a Sally Spectra, una delle tante cattive destinate al successo nelle soap operas più delle buone). Da questa sterminata possibilità combinatoria che nasce da incontri casuali (si sa come sono i giovani), nonché da figli persi di vista e ritrovati (si sa come sono i vecchi), nasce un plot policentrico, ma sempre più simile a un complot (come scrive Peter Brooks per il romanzo ottocentesco: cfr. Le trame, Einaudi, Torino 1995, p.123). Adottando l’identificazione trama = vita che ancora Brooks riprende dal Freud di Al di là del principio del piacere, la soap opera fornisce non tanto una narrazione – cioè un tempo insieme divagante e finalizzato – quanto la messa in scena di una storia in cui i personaggi non hanno quasi mai un passato, ma sono sempre <> (Brooks, p.125); vivono solo del presente, del loro essere davanti a noi, inchiodati in primi piani piattamente scanditi da campi e controcampi che non hanno alcuna funzione dialettica (anche grazie alla staticità inespressiva degli attori, più maschere che characters :a questa funzionalità stringata risponde anche l’indicazione continua dei nomi, tesa a memorizzare il plot anche in chi occasionalmente non guarda, ma si oppone il forte valore simbolico che assume <>, quasi mai chiamato per nome, ma quasi sempre solo <>).

Per dilatarsi ad oltranza e tener lontana la fine (la soap opera aspirerebbe all’eternità, se non si mettessero di mezzo il mercato e l’audience), la trama si nutre di una continua minaccia di apertura verso l’esterno, il cui strumento privilegiato di inserimento è il matrimonio (una delle frasi ricorrenti della soap è <>): non a caso Brooke, una delle protagoniste più vivaci da questo punto di vista, si è accoppiata nel tempo con due o tre Forrester, riuscendo alla fine a spuntarla, cioè a diventare essa stessa una Forrester, ma rimanendo al tempo stesso un corpo estraneo: perché la famiglia Forrester ha in fondo un capo solo, facilmente identificabile con Stephanie, una sorta di Bloody Mama borghese, che appare disposta a tutto pur di salvaguardare l’integrità della famiglia.

Ma chi sono coloro che vogliono penetrare la famiglia Forrester, togliendole la sua verginità? Sono gli estranei o addirittura gli stranieri, come nel caso - padroni di non crederci, ma è vero – di una specie di killer mafioso che si chiama Maroni (sceneggiatori comunisti?). A loro spetta una scelta: essere iniziati all’appartenenza al gruppo e obbedire al capo, oppure cercare di restare se stessi e continuare ad essere estranei. Taylor, moglie di Ridge, sceglie la prima soluzione e si adegua senza traumi (in un certo senso è una Forrester prima di diventarlo). Altri come Morgan e Deacon optano per la seconda soluzione, ed è qui che il plot esplode.

La bellezza in sé non basta come passe-partout: in Taylor essa è stilizzata e quasi algida, fuori da ogni tentazione erotica, mentre in Morgan è il trionfo stesso dell’erotismo, quasi al limite della caricatura. Che poi quest’ultima riesca a farsi scopare da Ridge dopo averlo convinto che, così facendo, farebbe un piacere alla moglie, rientra nelle regole di un gioco che non richiede come essenziali né la verosimiglianza, né un minimo di rispetto per i personaggi: è solo la dimostrazione di quali bassezze possa inventarsi un’estranea pur di raggiungere il paradiso Forrester e di quali stupidaggini possa coltivare una soap opera per alimentare il suo successo.

P.S. Per una volta non ho approfittato della tv per sparlare di Berlusconi, Bossi & Co, di un paese che crede che l’identità nazionale passi attraverso la corruzione, la chiusura delle frontiere, gli insulti agli stranieri. Ho parlato solo di tv made in USA e di quanto questa è diversa e lontana da ciò che nel nostro piccolo siamo. Oppure no?

(«Cineforum», n.413, aprile 2002)

On connait la chanson

Scrivere di Sanremo a oltre un mese dalla sua conclusione può far credere che non abbia altro di cui parlare, visto che da un lato «sono solo canzonette», come cantava Edoardo Bennato, dall’altro sono sicuramente accadute nel frattempo cose più importanti, perché la tv, come la vita, ci riserva almeno una stupidaggine al giorno. Ma, se ci si pensa bene, il nostro Festival è meno effimero di quanto si creda e non solo perché accompagna da oltre cinquant’anni la nostra vita.

Meno effimero non significa necessariamente più intelligente o fantasioso: significa invece che, come quasi tutto in tv, è molto rappresentativo, esemplare direi. Una volta sostenevo che guardare almeno una puntata del Festival all’anno faceva bene, perché ci reimmergeva nell’idiozia comune e ci toglieva da quegli eventuali sogni di grandeur che coltivavamo durante il resto dell’anno. Oggi non è più così: solo che non è il Festival a essere cambiato, è la tv, che questo bagno di modestia ce lo fa fare ogni giorno (i nomi esemplari sceglieteli voi, io sono comunque d’accordo).

Ogni Festival di Sanremo comincia qualche mese prima, con la nomina del conduttore; prosegue con l’elenco dei partecipanti e infine con la nomina delle <> e degli ospiti speciali che allieteranno le serate. Già prima del suo svolgimento giornali e tv non parlano d’altro, magari per fingere di prenderne le distanze e dimostrarsi così intelligenti; per di più, trattandosi di una trasmissione RAI, e una di quelle con audience maggiore, Mediaset (da Maurizio Costanzo a Striscia la notizia) non si lascia perdere l’occasione di parlarne male a priori, aumentando così attese e cassa di risonanza. Così per una decina di giorni l’Italia smette di essere un paese che non c’è e trova la sua vera identità nazionale, che, come sempre nel moderno, è un’identità lacerata.

Quest’anno il «grande evento mediatico» (ennesimo luogo comune di una serie che non finisce mai) è stato arricchito dalla partecipazione annunciata di Roberto Benigni, il quale è un grande comico, ha fatto dei film così così, ma ha fatto anche La vita è bella; grazie agli Oscar ha ricordato al mondo che ci siamo anche noi e ogni tanto qualcosa di buono, almeno al cinema, lo sappiamo fare; ha solo un difetto, che è di sinistra. Come Dario Fo, che ha addirittura vinto un Premio Nobel, con grande disappunto della intellighenzia di destra, quella che difende anche con le stampelle la nozione di patria. Non è un difetto da poco, in un paese in cui la destra ha, se va bene, una cultura da licenza elementare. Ma si sa, nessuno è perfetto: ce l’hanno insegnato, in modi molto diversi, Billy Wilder (questo non è un luogo comune, ma la base di un vangelo laico che troppi dimenticano, in tv come altrove: la sua morte è un lutto per l’intelligenza tutta) e il solito debordante Giuliano Ferrara, che magari stupido non è, ma ha il difetto di credersi tanto, tanto intelligente, ignorando che spesso gli estremi si toccano. In nome di questa presunta genialità, Ferrara ha invitato il pubblico a tirare le uova a Benigni, come avrebbe voluto probabilmente fare con Fo, con Moretti e con qualunque altro intellettuale (non importa precisare di che parte, perché a destra non ce n’è). Il guaio è che, sebbene da lungo tempo pratichi la tv commerciale, Ferrara non ha ancora capito che non c’è niente di più promozionale dell’invettiva, che l’insulto, meschino o intelligente che sia, è pubblicità gratuita e che infine la tv tipo Sanremo è più forte di ogni logica. Partendo da questo presupposto, i soliti dietrologi hanno avanzato l’ipotesi di un complotto organizzato proprio in accordo con lo stesso Benigni per guadagnare audience, come se l’artefice della più popolare trasmissione dell’anno (La vita è bella, appunto) ne avesse bisogno. Ma per carità. Quello di Ferrara era solo livore e invidia: ma come? questo ometto di sinistra, che è solo un comico, un comunista che fa cinema, si prende gioco di un grande e grosso giornalista liberale come me e io devo tollerarlo? Che poi fare il grande giornalista liberale significhi fumare il sigaro e insultare gli altri in diretta, magari sotto lo sguardo rispettoso, quando non intimorito, di Gad Lerner, è un dettaglio di secondaria importanza per uno che si realizza tirando uova contro uno schermo televisivo in una casa arredata talmente male che anche le uova ci facevano la loro bella figura.

Le uova non sono arrivate e Benigni ha spiazzato tutti quelli che capiscono solo il linguaggio degli insulti (Ferrara, Sgarbi e Bossi); ha dichiarato con commozione tutto il suo amore per la comicità, il riso e le donne, cose senza le quali la vita non è bella; ha presentato un’antologia delle sue apparizioni passate, quasi a sottolineare quanto poco conti l’attualità e quanto poco sia cambiato il mondo in questi decenni; ha recitato un brano dalla Divina Commedia e ha cantato una canzone d’amore; e alla fine ha ringraziato, tra gli altri, Berlusconi, «con l’augurio per ognuno di noi, quando va a letto, che agisca in modo da farci sentire orgogliosi di essere italiani». Un colpo geniale di quella cosa che si chiama ironia e che ha preso sul serio solo mister B (nemmeno Fede, a dire il vero, sembrava molto convinto); ma l’infantile battuta degli intellettuali-clown ha chiarito qualche giorno dopo, se mai ce n’era bisogno, il livello del suo sense of hunmour. Ha fatto male Gianni Vattimo a risentirsi e dire «clown sarà lei»: c’è una grande differenza, un abisso, fra un clown e un comico involontario. Ma il nostro governo insiste nel farci credere che la satira sia un’offesa alla nazione molto più grave delle parole, parole, parole che dicono i suoi ministri e alle quali – siamo seri – solo altri comici involontari potrebbero rispondere seriamente, come fa appunto mister B quando invita tutti, nemici e alleati, a non prenderle sul serio. Che è appunto quanto fa la satira – e qui, per chiunque abbia un minimo di senso critico delle cose e dei processi logici, il cerchio si chiude, spietatamente.

A questo punto devo rovesciare quello che dicevo anni fa: aver visto almeno una puntata del Festival mi ha fatto bene, mi ha fatto respirare una grandeur che il resto dell’anno mi nega e mi negherà ancor di più da quando mister B ha minacciato un ritorno di massa sui nostri schermi (che a fianco dell’originale finisca per collocarsi il clone di Sabina Guzzanti? oppure è veramente onnipresente?). Nell’attesa la nostra normalità, in tutto il suo splendore, è fatta delle farsesche vicissitudini di una delegazione di sprovveduti presuntuosi e provinciali alla Mostra del Libro a Parigi: come diceva Totò, molto più serio di tanti nostri sottosegretari, «facciamoci pur sempre riconoscere». In Francia sono stanchi di barzellette sui belgi, adesso tocca un po’ a noi, e noi, si sa, di fronte ai desideri dell’Europa, non sappiamo proprio tirarci indietro. Le risate, a quanto pare, non solo non ci seppelliscono, ma ci fanno crescere più forti e rigogliosi che pria. Bravo. Grazie. Una musica che conosciamo.

(«Cineforum», n.414, maggio 2002)

 

Aprile

Quasi due anni fa scrissi su queste pagine un pezzo sulla pedofilia e sull’uso che ne faceva l’informazione, soprattutto televisiva. Sostenevo che nel fenomeno, chiamiamolo pure così, tanto per sembrare più scientifici, c’entrava, e non poco, il culto della famiglia, che non è né solo italiano, né solo cattolico (infatti anche i preti americani si sono impegnati a sottolineare la diffusione di un’ideologia che sembrava dover essere relegata solo alle barzellette). Un lettore attento, colto e intelligente mi scrisse alcune parole di disaccordo, alle quali risposi privatamente, continuando a sostenere le mie ragioni. Quello scambio di e-mail mi è tornato alla memoria, al di là del fatto personale, a proposito dei fatti di Cogne, non perché anche qui c’entrasse la famiglia, ma perché questo tutti hanno pensato istintivamente che c’entrasse, dai tutori dell’ordine e della giustizia a quelli dell’informazione, la nostra vox dei.

E’ davvero curioso: se apprendiamo dell’omicidio di un bambino pensiamo subito al padre e alla madre, così come nei vecchi gialli il primo sospettato di un uxoricidio era sempre il coniuge. Però metà del paese non vuole sentire parlar male della famiglia, come metà Vaticano non voleva sentir parlare di pedofilia (poi forse le richieste di risarcimento sono andate troppo in là). Una volta vigevano le scritte: Qui non si parla di politica. Oggi sono state sostituite da: Qui non si parla di questioni di principio.

Il delitto di Cogne, indubbiamente atroce, è assurto a ranghi che vanno ben oltre quelli della cronaca nera. Ha riempito prime, seconde e terze pagine. Ha aperto, e non una sola volta, più di un tg, di ogni rete, persino quelle regionali, per una qualche contiguità geografica. Poi, quando si è scoperto che contro la madre le prove non erano così inoppugnabili, il caso è stato chiuso, ovvero soppiantato dai delitti che venivano consumati fra Israele e la Palestina. Senza nulla togliere alla tragica stupidità di questi – quella di cui sembrano andare così orgogliosi sia i filo-israeliani che i filo-palestinesi - il passaggio di consegne getta una luce ancora più funesta su ciò che ci sta succedendo. Abbiamo sì fame di sesso e di calcio, ma anche di sangue e di morti, di emozioni forti, di violenza ai livelli più alti: gli incidenti del sabato notte non ci bastano più, come non ci bastano più nemmeno Sgarbi e Ferrara. In attesa che qualche pazzo si decida a sganciare da qualche parte un’atomica, la tv ce la mette tutta a cercare qualcosa di sempre più efferato e privato di cui parlare. Per fortuna ci sono i politici a darle una mano: un solerte Presidente del Senato dichiara subito che dietro l’incidente suicida del Pirelli c’è il terrorismo. Un altro propone l’armamento personalizzato dei cittadini. Mania di grandezza? Non solo: abitudine, cultura. Per cancellare ogni pensiero sulla storia – quella nostra, contemporanea, fatta anche di questioni di principio - dobbiamo avere qualcosa di forte cui pensare. La pedofilia dei preti? L’inquinamento? la violenza della polizia? La corruzione degli enti pubblici e dei privati? Tutte sciocchezze. Come quelle strombazzate da quella trasmissione sovversiva che è il solito Report.

A proposito di sciocchezze, in uno dei tanti dibattiti al Maurizio Costanzo Show Vittorio Feltri, in risposta a un invito di Giulietto Chiesa a fare una tv e una stampa che educhino, ha dichiarato che il suo dovere non è educare, ma informare. E questo sarebbe uno dei nostri migliori giornalisti? Uno che ignora l’affinità sostanziale – non superficiale e pubblicitaria – che lega le due cose? Non scherziamo.

Da parte sua, Costanzo si è risentito, giustamente convinto di essere stato chiamato in causa dalla richiesta di Chiesa: ma come? Proprio lui che fa la sola televisione intelligente che ci sia in Italia, quella che non ci risparmia nemmeno un dibattito pubblico con maghi e astrologi di tutt’Italia, Mister B compreso? Proprio lui che spaccia per dibattiti e ragionamenti i balbettamenti di quattro pseudo-intellettuali pronti a tutto pur di farsi vedere in tv? Proprio lui che ha organizzato la fal(r)sa diretta in cui il Presidente Ciampi convinceva Pannella a riprendere a bere acqua? Proprio lui che si accolla, insieme a Mentana, Striscia la notizia e Le jene, l’onere di fare l’unica opposizione consentita, cioè quella targata Mediaset? Proprio lui che ha lanciato a piene mani la sua signora in programmi che, come diceva Odets, non piacerebbero neppure a Pomona, e in cui i due, montatisi la testa oltre ogni limite di ragionevolezza e buon gusto, accennano persino passi di danza (chiamiamoli pure così), forse credendo di essere Ginger e Fred, ma quelli veri?

Queste sono osservazioni sparse, ma solo apparentemente casuali. Le lega Aprile, ma potrebbero accadere in ogni altro mese dell’anno. Nel frattempo Mister B ha cercato di risolvere i nostri problemi nominando i nuovi dirigenti RAI, con tanto di istruzioni per l’uso (come comportarsi con Biagi, Luttazzi, Santoro: qualcuno, con la tradizionale solerzia dei leccaculo di RAIUNO, ha aggiunto Fabio Fazio). Immaginiamo i lezi e le manine svolazzanti di Fabrizio Del Noce, l’aperto sorriso da salumiere di Marano, la compiaciuta aria da vecchio gigolò di Mimun. Gongoleranno, le vecchie glorie dal collaudato mestiere e gli altri avvoltoi che aspettano. A chi toccherà ora? Perché, è bene saperlo, Costanzo & signora non possono continuare a fare tutto loro, opposizione compresa, né noi possiamo continuare ad accontentarci di gioielli come Carabinieri.

Niente paura: l’ultima catastrofe di Mister B non si è conclusa qui. Lui non è mica uno di quei <> che calcano i palcoscenici politici francesi (più a sinistra, bisogna riconoscere, negli ultimi tempi, perché a destra trionfa il Grand Guignol). Col tempo assomiglia sempre più al cavaliere di Tino Scotti, quello del ghe pensi mi. Beh, c’è una logica: un proprietario di tv che sa fare una tv così colta e intelligente, un imprenditore che sa fare così bene gli interessi degli altri, un presidente del consiglio che sa fare così bene il Ministro degli Esteri (corna in Spagna, insulti dalla Bulgaria), non potrà saper fare altrettanto bene anche il Giudice, il Poliziotto o perché no il medico? Come nelle series slapstick, quelle del tipo Ridolini postino oppure idraulico. La differenza sta nel fatto che i vecchi comici si impegnavano per farci ridere, mentre oggi l’impegno non è più necessario: viene spontaneo. Parafrasando Groucho Marx, vogliamo davvero far parte di un’Europa che ci annovera fra i suoi membri? E parafrasando Almodovar, che cosa abbiamo fatto per meritarci questo?

PS. Quanti secoli sono passati dall’Aprile di Moretti?

(«Cineforum», n.415, giugno 2002)



Quiz Show

Qualcuno una volta disse che la povertà di un paese si poteva vedere dal numero di lotterie che vi prosperavano: esse sono la speranza in quel miracolo che in precedenza ci è stato a lungo negato e forse lo rimarrà per sempre. Totocalcio, Totogol, Lotto, Superenalotto e via dicendo sono questa speranza o questa illusione. Questa è certo una ragione per partecipare ai quiz televisivi: un po’ di soldi per coronare una vita di frustrazioni (la categoria che partecipa di più è probabilmente quella degli insegnanti); un viaggio, l’allestimento di uno studio per il figlio neolaureato disoccupato, una casa. Tutte aspirazioni piccolo-borghesi, come si conviene alla tv (è una semplice constatazione, non un giudizio: questi e non altri sono i sogni che il denaro può comprare). La seconda ragione è quella benedetta voglia di apparire almeno per qualche minuto in tv, anche a costo di fare, come spesso succede, la figura dei cretini o degli ignoranti: pensate ai finti VIP chiamati a Passaparola, che prenderanno sì un gettone di presenza, ma rispolverano un’immagine sempre sull’orlo di sbiadire; l’importante nel loro caso non è che sappiano, ma che ci siano.

Ma c’è una domanda più interessante: perché guardare i quiz show?

C’era una volta Lascia o raddoppia? e rimane probabilmente il programma a quiz più famoso. Muoveva le masse, riempiva i cinema, faceva vendere televisori. Creava idoli e star, in cui era facile riconoscersi, perché era gente normale, che solo ne sapeva di più, chi in un campo, chi nell’altro. Vi si avvicendavano esperti delle più strane materie che si potessero immaginare e su di quelle sapevano tutto o quasi, con una preparazione a dir poco maniacale. Il pubblico non poteva competere con quella preparazione, ma si godeva la gara, come una partita di calcio. Bastava che un concorrente fosse minimamente simpatico ed ecco folle osannanti trepidare per una domanda che giudicava «troppo difficile», anche se non aveva la minima idea di che cosa trattasse. Altri dicevano invece: «Io lo sapevo» - e pensavano: «ma il mondo è ingiusto e a me non dà niente». Vero? Falso? Non importa. Dati e date, nomi e cognomi entravano per qualche giorno nell’immaginario collettivo e subito sparivano (chi sa dire oggi che cos’è un controfagotto?). Non producevano nessuna cultura, ma non era certo questo lo scopo per cui si promuovevano questi programmi, né per cui li si guardava. Non avevamo mica tempo da perdere a imparare cose.

Oggi il tempo è lo stesso, ma comunque gli esperti non sono più di moda. La cultura di massa non vuole specializzazioni. Vuole fortuna. Una frase che ricorre con particolare frequenza e originalità fra i concorrenti è: «le risposte si sanno o non si sanno». Le referenze più diffuse si sintetizzano in un «ma sì, ho letto qualcosa da qualche parte…». Il gioco non sta nell’imparare la risposta, ma solo nel vedere se uno risponde o no, non importa che cosa. I programmi di quiz sono delle piccole arene, fatte spesso di ospiti, poi di qualche valletta, che oggi non si chiama più così e ha ben poco a che vedere con le ragazze acqua e sapone di una volta (meglio: la sfacciataggine è sempre meno pericolosa del perbenismo). Poi c’è il presentatore, quello che fa le domande e che ovviamente non conosce le risposte, proprio come Mike Buongiorno, che tutti hanno sfottuto per anni, senza capire che il suo ruolo era proprio questo: l’ignorante al potere. Oggi il presentatore ha la faccia paciosa di Gerry Scotti o quella stolida di Enrico Papi o di un tizio che si fa chiamare, chissà perché, Amadeus e che non conosce una parola delle domande che fa. Ha anche il volto grazioso e sorridente di Licia Colò, che è molto meglio (ma alla sua età dovrebbe smettere di vestirsi come una bambina delle fiabe). Ciò non toglie che rivelino spesso un certo sadismo, come in Chi vuol essere milionario e suoi derivati: lunghe attese e chiacchiere del tipo «sarà vero o no?» oppure «hai proprio deciso?>> (il tu è d’obbligo, perché porta familiarità anche nello spettatore: nessuno in casa si aspetta che il televisore gli dia del Lei - forse fra qualche mese del Voi).

Se malgrado tutto rimane qualcosa che può avvicinarsi a un valore culturale, esso viene sistematicamente sminuito dalla inutilità delle domande, dagli «aiutini» continuamente implorati e concessi (con suggerimenti al telefono oppure con un ventaglio di risposte fra cui sceglere), ma soprattutto dal caso. Tutti possiamo sapere quanti denti o peli ha il cercopiteco, ma è un caso. Tutti possiamo sapere in che giorno, mese e anno è nato Mino Reitano, ma è un caso (o almeno si spera). Il caso è fratello del caos, il quiz show è un esempio particolarmente significativo di quella «modernità liquida» di cui parla Zygmunt Bauman (Laterza, Bari 2002), in cui niente ha più forme sicure e definibili: spesso il quiz show ha solo la forma che dice di avere, ma senza preoccuparsi nemmeno di renderlo credibile (si dichiara in diretta, ma poi i risultati sono annunciati dalla stampa il giorno prima, come nel caso di una ragazza di nome Valentina a Sarabanda); e in questa massa informe che scivola via da tutte le parti, possiamo davvero credere che siano giochi puliti? La prima regola per chi guarda la tv dovrebbe essere: non credere a quello che ti dice o ti mostra (come si fa a credere a una forma che non c’è?). La seconda è: guardiamola egualmente. Non c’è niente da imparare, è solo spettacolo. E’ lo spettacolo che dà forma al caos, una forma finta e naturalmente sfuggente, fluida, la forma di una parodia virtuale della tv interattiva, in cui partecipi e non partecipi: se anche a casa rispondi alle domande, cosa che molti cercano di fare, non vinci nulla, ma l’importante è partecipare, magari come i cani di Pavlov (accetti il meccanismo, ma non ti fai domande).

E allora farò anch’io qualche domanda che forse non verrà mai fatta in nessun quiz show, ben sapendo che l’ironia è facile, ma non ho grandi pretese. Solo per confermare che non è una cosa seria.

Chi è stato – o è - il più grande statista del secolo: a) Mussolini; b) Berlusconi; c) D’Alema? A che genere appartiene il conflitto d’interessi: a) soap opera; b) docudrama? c) sitcom? Chi è Enzo Biagi: a) un giornalista; b) un terrorista rosso; c) un prete? Chi sono i fratelli Savi: a) due poliziotti perseguitati per i fatti di Napoli; b) due assassini; c) gli acerrimi rivali dei fratelli Bandiera? Chi ha scritto Fratelli d’Italia: a) Umberto Bossi; b) Goffredo Mameli; c) uno sconosciuto trasportatore di clandestini? Chi ha scritto il Galateo: a) Sgarbi; b) Ferrara; c) un monsignore di cui nessuno ricorda il nome? Che cosa è successo l’11 settembre: a) è cambiato il mondo; b) i giapponesi hanno bombardato Pearl Harbor; c) niente. Chi è Baldassarre: a) un personaggio dei fumetti; b) uno dei tre re magi; c) il Presidente della RAI? E per chiudere in bellezza, chi è Silvio Berlusconi: a) il Presidente del Consiglio; b) il Ministro degli Esteri; c) il padrone delle reti Mediaset; d) un editore; e) uno che si occupa di assicurazioni; f) un imprenditore edilizio; g) l’ex-presidente del Milan; h) il vero CT della nazionale; i) un massone; l) altro…

(«Cineforum», n.416, luglio 2002)

 

L’ora e mezza di religione

I mondiali di calcio si giocano ogni quattro anni, alternandosi con gli europei, in attesa che qualche genio del pallone inventi una nuova competizione tanto per tenerci in allenamento. La relativa eccezionalità dell’avvenimento richiede (ed è prodotta da) interventi televisivi massicci, in grado di compattare il pubblico della pubblicità in orari che magari, come quest’anno, non erano del tutto favorevoli al divertimento (ci si può davvero divertire alle otto e mezza di mattina?). Quest’anno non è stato da meno. Giornalisti, radiocronisti, ex-giocatori, veline, uomini politici, netturbini, magnaccia, i primi che passavano per la strada - tutti sono stati reclutati e hanno fatto da consulenti e/o opinionisti: fra i primi alcuni sono andati nei paesi ospitanti, altri se ne sono stati qui, ma non si notava una grande differenza, come quando Fabrizio Del Noce faceva i suoi servizi da un albergo di Bagdad o giù di lì. Alla sera ci rallegravano, facendo il punto della situazione, da una parte Biscardi & Mosca, dall’altra Bisteccone Galeazzi (sempre più compiaciuto e convinto di essere diventato una star del varietà), nonché le solite belle ragazze che finevano di capire di che cosa parlavano: che cosa potevamo chiedere di più alla vita? Era il fior fiore del giornalismo italiano, era il trionfo dello spettacolo e dello sport, capace di cancellare con una pedata l’inopportuna concorrenza di un vertice FAO (in cui genialmente si è affermato che i paesi poveri sono tali perché più poveri dei paesi ricchi), di uno sciopero dei magistrati, dell’annuncio di un secondo sciopero generale, dei risultati delle elezioni amministrative (meglio se francesi), di un bel documentario di Grignaffini & Conversano su Francesco Guccini, degli OGM che fanno bene a tutti, della procreazione eterologa che non fa bene a nessuno e tanto meno ai medici, e via dicendo. Quest’anno abbiamo sorvolato persino sul licenziamento di Sgarbi, forse sapendo che è solo una finta (solo la sinistra poteva crederci, offrendogli, se è vero, di collaborare all’Unità). La sola intrusione che abbiamo tollerato è quella di Padre Pio, perché in linea con il Trap (ordine dei frati trappisti?) e con le sue abluzioni di acqua benedetta.

Qualunque persona normale in un paese normale direbbe che fra il calcio e la religione i rapporti sono quanto meno labili. E invece no. Non da noi almeno. Alla fine di Italia-Messico il nostro CT ha ripetuto per due o tre volte di essere non solo cattolico, ma cattolicissimo (che anche in questo caso ci siano dei campionati?), ma soprattutto ha dichiarato: «Dio c’è ed è giusto». Glissiamo sulla prima parte, perché ognuno è padrone di credere o non credere, ma sulla seconda un minimo di riflessione sarebbe doveroso. Dio è stato giusto perché ci siamo qualificati malgrado tutto, pareggiando col Messico. Perfetto. Un Dio italiano, quindi, come da tradizione (i tedeschi con il loro Gott Mit Uns si sono sputtanati una volta per tutte, o almeno si spera): o comunque mediterraneo, visto che fra la cattolicissima Spagna e la cattolicissima Irlanda ha scelto la prima. Nella finale ha scelto evidentemente il Brasile e non a caso molti dei giocatori sono rimasti a terra diversi minuti a pregare e a ringraziarlo (non del pane quotidiano, però, che a gran parte del paese manca).

Il nostro guaio è che della religione e di Dio ci ricordiamo solo quando ci serve, come in un supermercato: eccolo lì, sul primo scaffale a destra, con la sua bella etichetta azzurra, da non confondere col diavolo, che è naturalmente rosso. Siamo un popolo incerto nelle sue opinioni e nella sua cultura, in cui i più virulenti difensori della famiglia - e della religione che la santifica - ne hanno almeno due o tre (è una battuta di Corrado Guzzanti) e mescolano con grande e italianissima disinvoltura il sacro delle chiacchiere con il profano degli atti. Si potrebbe dire che c’è un limite a tutto, se la chiesa stessa non ci avesse già insegnato che non è vero, mescolando la propaganda politica con la confessione e le omelie. Non stupiamoci così se prima o poi – ma solo quando riprenderemo a vincere qualcosa - ci racconteranno che i nostri atleti non si limitano a bere Uliveto, ma fanno addirittura la doccia nell’acqua benedetta. In Corea probabilmente non bastava, tant’è che abbiamo anche provato a far giocare Gattuso, come chiedeva l’altrettanto cattolicissimo mister B. Poichè non è bastato nemmeno questo, vuol proprio dire che gli altri avevano dèi più potenti dei nostri.

E infatti è successo il patatrac (l’Apocalisse!) e Dio ha cambiato idea, abbandonandoci nelle mani di un arbitro che avrebbe meritato tutt’al più di commentare in tv una delle nostre partite (lo vedrei bene anche con Carraro: a proposito, di che cosa può lamentarsi un paese che elegge a presidente della federazione uno così? Il minimo che possiamo aspettarci è che nessuno capisca chi siamo, che lingua parliamo e che cosa vogliamo). Con la sconfitta coreana sono saltati i palinsesti già pronti per la finale, il cui raggiungimento sembrava dover essere solo un pro forma; le trasmissioni infarcite di cantanti e donnette si sono adagiate nelle pieghe della stanchezza, proprio come i nostri giocatori; sono cessati i servizi dal parlamento (una pena); si sono bruciati miliardi di pubblicità, mica quei quattro soldi delle pensioni, dei ticket e dell’art.18 su cui si batte una parte della sinistra; è cessato il tormentone sui nostri giocatori che non conoscono e non cantano l’Inno di Mameli (una volta tutti sapevano anche «Giovinezza» e «Faccetta nera», adesso bisogna accontentarsi di «Notti magiche» e «Forza Italia»); ma soprattutto si sono messi da parte sia Dio che quello che fino a pochi giorni prima era il suo profeta, cioè Totti; e si è dimenticata la storia dell’acqua benedetta, forse inquinata (che sia stato un complotto come quello di cui parlava il generale Ripper nel Dottor Stranamore?).

Il governo Berlusconi è il perfetto rappresentante di questa nuova Italia clerico-fascista (il trittico Dio, Patria e Famiglia è sempre di moda), ma bisogna ammettere che è proprio sfortunato; o forse non è nelle grazie di Dio come sostiene. Bastava infatti che l’Italia arrivasse alla finale e avrebbe fatto passare sotto silenzio la farsa Scajola (quello che, come ci ha ricordato Emilio Fede, ha guidato l’organizzazione di Forza Italia: che cosa volete di più?), le sue dichiarazioni, le dimissioni prima concordate, poi respinte, infine volontariamente ripresentate e finalmente accettate. Bastava che l’Italia arrivasse alla finale e ci saremmo risparmiati l’ipocrita e strumentale commemorazione di Marco Biagi da parte del solito mister B (una puntata di Quark sugli sciacalli non sarebbe stata all’altezza). Ma Dio c’è e forse è giusto, anche se la Sua è una giustizia crudele.

P.S. L’incubo del connubio calcio-Padre Pio l’ha avuto anche Alberto Crespi (cfr. «Film TV», n.27, 2002), così come il richiamo al film di Bellocchio: è chiaro che non sono il solo a dormire male di questi tempi.

(«Cineforum», n.417, agosto-settembre 2002)

 

 

Scandali al sole

Sarà per via del caldo, ma in estate persino la tv, per quanto incredibile possa sembrare, peggiora. Non è come d’inverno, che ci sono tutti i programmi buoni, perché la mente è fresca e può apprezzarli meglio, distogliendosi dalle noiose faccende quotidiane (droga, discoteche, corse in macchina, omicidi in famiglia e altre piacevolezze del genere). Nell’estate di Bengodi la gente non guarda la tv, ma va in vacanza e ha ben altre distrazioni (droga, discoteche, corse in macchina, omicidi in famiglia, ecc). Uno pensa: potrebbe essere l’occasione per programmare quelle cose, magari un bel film, che hanno un pubblico limitato ed esigente, con gusti particolari che non rientrano nel paniere. E invece no. Insistete a voler fare gli esigenti e gli anticonformisti? Ve ne restate a casa invece di andare in vacanza e far galoppare l’economia del paese? E allora non vi meritate altro che una tv ancora peggiore di quella che avete nel resto dell’anno. Con le repliche dei quiz, ché tanto le risposte non ve le ricordate; con i backstage promozionali di Saranno famosi, così potete sognare anche voi di entrare nell’elettorato – pardon, fra gli aspiranti – di Mediaset. I film? Sì, qualcuno. Alla mattina, quando di solito uscite, o in piena notte, quando di solito dormite.

Per fortuna ci resta l’attualità e in particolare quella politica che non conosce soste (ci sono i giudici da mandare in vacanza) e qualche bella sorpresa la riserva sempre, tanto più che la calura e l’afa allentano i freni inibitori e fanno sì che la stupidità esploda con una forza che più di così non si può. Quelli che seguono sono solo alcuni dei molti esempi possibili.

1. Baldassarre dichiara che d’ora in avanti RAI Educational si occuperà di «riscrivere la storia»: qualcuno gli avrà parlato di 1984, magari senza averlo letto, e lui avrà trovato la proposta interessante; e poi, a riscrivere la storia di tutte le malefatte fasciste del secolo scorso, c’è da creare altro che un milione di posti di lavoro. Non a caso la proposta sembra trovare sostegno in Gasparri, ma soprattutto in tal Melchiorre Cirami, che cerca pateticamente di fare lo spiritoso su Rita Levi Montalcini; scoprendo di non avere un grande successo, il terzo dei re magi (la battuta è vecchia, ma questo non è un quotidiano) decide di passare a cose più serie, come la legge Berlusconi-Previti. Questa gente non saprà riscrivere la storia, ma il presente sì.

2. In una trasmissione targata Mediaset delle ragazze si esibiscono con sculettanenti degni di puttanelle da strada nella speranza di diventare «Veline». La tv è spietata: queste ragazze sono pronte a tutto per un posto in tv, ma molte farebbero meglio a guardarsi allo specchio o ad ascoltare una propria registrazione, perché c’è un limite a tutto.

3. No, scusate, cancelliamo quest’ultima frase, non è vero che c’è un limite a tutto: la signora Franzoni si reca da Costanzo, accompagnata dall’avv. Taormina. Forse è eccessivo dire che una simile doppia decisione sposta l’ago della bilancia a favore di una probabile colpevolezza, ma certo non fa un bel vedere.

4. La perennemente sorridente, come per una paresi facciale, Cristina Parodi, conduttrice di una sorta di tg5 in versione gossip, afferma che Christian De Sica è «uno showman capace di portare un pizzico di Broadway a Piazza di Spagna». E allora si può dire che almeno alla vergogna non ci sono limiti.

5. Nemmeno alla farsa. Mentre mister B si dichiara disponibile a fare anche il Presidente della Repubblica (nemmeno al peggio ci sono limiti), La 7 è la sola a trasmettere la diretta per l’anniversario dei “fatti” di Genova, quelli che hanno portato all’assassinio di Carlo Giuliani (quello ucciso da una serie di rimbalzi e carambole che nemmeno JFK si sognava). Non è escluso che la concessione sia dovuta al fatto che si sapeva già, grazie al disinteresse di Fini & Co, che questa volta non sarebbe successo niente.

6. A La 7 viene in compenso negata la diretta dal Senato sullo scandalo dell’anno, ma in compenso ci si può gustare il sudore del Presidente Pera di fronte alle accuse per come ha condotto la discussione sulla Legge Cirami. La tv ha questo di bello: che ti copre per giorni e giorni di porcherie, ma ogni tanto ti regala un’immagine coi fiocchi, per esempio tutta la storia degli ultimi anni in un volto sudato e, diciamolo, un po’ viscido.

7. Fra le porcherie c'è il silenzio con cui Mediaset accoglie - o, meglio, ignora - la questione Tremonti, le cui previsioni sull'economia italiana sembrano la fotocopia di quelle di Vanna Marchi; i suoi tg aprono e chiudono sul maltempo, per la serie, anzi la sitcom, Piove, governo a posto. Quest’estate, per loro fortuna, piove molto.

8.       Potrebbe essere l'occasione buona per un dibattito su «Platone e il totalitarismo», la tesi sostenuta dal solito Pera. E invece no, ancora una volta (comincio a sentire la sindrome di Wile Coyote). Quella è roba da giornali, da intellettuali. Noi, popolo della tv, dobbiamo occuparci del campionato di calcio che slitta. E qui la scelta è dura: perché da una parte ci sono tutti gli sportivi che devono sublimare le loro sfighe e dall'altra i presidenti che invocano lo stato di calamità. I nostri liberisti sono fatti così: appena fanno una cazzata (e ne fanno, ne fanno), eccoli lì pronti a chiedere che lo stato ci metta una pezza, in nome del popolo italiano. Mentre Galliani, nota (brutta) figura super partes, tiene sotto controllo la situazione, Mister B deplora il costume di spendere tanti soldi per il calcio, poi, per dare il buon esempio, dopo aver comprato Rivaldo, si prende anche Nesta. Demagogia e ipocrisia: ce le abbiamo nel sangue, nel DNA e da qualche altra parte che è meglio non nominare perché non porta più fortuna, come Padre Pio (vedi Italia-Slovenia 0-1), nel cui nome viene perpetrata anche una maxitruffa a base di libro+videocassetta.

9.       Nel frattempo i tg sono comunque solerti a tenerci aggiornati sui raduni romagnoli di CL: ostie e piadine (astenersi per favore dalle battute del tipo Ed è subito Pera). Come se fossero il Festival di Sanremo o la Mostra di Venezia. Come se fossero qualcosa di più di una semplice festa parrocchiale o di una Festa dell'Unità. La differenza sta nel fatto che anche mister B finisce per scegliere Rimini dopo un mese di estenuanti vacanze in Sardegna. Un ritorno folgorante. Una gag dietro l'altra (ma chi gliele scrive?), roba che anche Groucho post-Marx impallidirebbe. Ne scelgo una dal mazzo, consapevole dell'ingiustizia che commetto nei confronti delle altre: a proposito delle «preoccupazioni ferragostane» sui prossimi (prossimi?) rincari della vita, conclude: «se uno dice che tutto va male, le cose finiscono per andar male sul serio». Qualcuno potrebbe spiegargli che, se uno dice che tutto va bene, non è affatto vero che tutto vada bene. Ma sarebbe un attentato all’istituzione della bugia.

10.    Mentre non si trova uno straccio di palinsesto in cui infilare Santoro, comincia la Mostra di Venezia e, potendo scegliere fra Ghezzi, Mollica e la coppia Marzullo & Barlozzetti, la vita cambia da così a così.

(«Cineforum», n.418, ottobre 2002)

 

Scusate il ritardo, sempre

In una rubrica come questa il ritardo è inevitabile, ma forse serve a tener allenata la memoria e a distinguere due mesi da un secolo. Nella prima metà di Settembre la tv – proprio come la vita - è stata prodiga di avvenimenti, e molti già oggi sembrano lontani, divorati dai successivi. Si è conclusa la Mostra di Venezia, nella solita vergogna RAI, che non è una novità, ma è stata aggravata dalla conduzione Marzullo: strano che non gli abbiano affidato anche la diretta per la manifestazione del 14 settembre, magnanimamente lasciata a La 7. La quale si è sì ricordata che esiste un signore che si chiama Dario Fo, ma in compenso non ha saputo approfittare della diretta come avrebbe potuto e dovuto, preferendo imbastire un mini-talk-show in studio, che non era proprio la stessa cosa. Per fortuna l’intervento di Moretti era integrale e la destra ha potuto sostenere che fosse rivolto alla sinistra: sarà, ma intanto Emilio Fede ha parlato più di questo che dell’incontro Bush-mister B. Fede è sempre un buon termometro. Come la Voce del Padrone e quel cagnolino accanto al trombone del giradischi (per gli accostamenti, fate voi).

Alla sera del 14 il Tg3 e Primo Piano hanno in parte completato il quadro degli intervenuti alla manifestazione, chiamando persino Marcello «Prezzemolo» Veneziani, che deve essere l’unico a destra che sa leggere, scrivere e far di conto (Tremonti, all’erta!), visto che chiamano sempre e solo lui. Mancava D’Alema, impegnato a teorizzare che non con le piazze si vincono le elezioni ma con i partiti (già), nonché a promuovere il suo libro edito Mondadori. Opinione personale e moralistica: per un leader dovrebbe valere il principio di Spider-Man («Il mio talento è la mia maledizione») e in una repubblica delle banane il meno che può fare un’opposizione seria è non mangiare banane; «in un paese civile» - allocuzione d’alemiana per eccellenza - non lo so.

Nella prima metà del mese ci sono state anche le trasmissioni dedicate all’11 settembre. Hanno cominciato Ferrara e Lerner con 8 1/2 (9 sera, La 7), parlando di tutto fuorché dell’11 settembre: Ferrara preferiva parlare della «guerra preventiva» all’Iraq e chiedere perché gli alpini italiani in Afghanistan non intervengono anche loro, non si sa bene a fare che cosa, ma questo deve essere un dettaglio. L’unica cosa chiara era che gli USA, qualunque cosa facciano, non sbagliano mai.

E’ seguita la serata condotta da Costanzo & Mentana (10 sera, Canale 5), in cui persino le riprese del Ground Zero sembravano fatte in studio, uno di quei trasparenti che piacevano a Hitchcock. A Costanzo non è parso vero passare in rassegna molti dei casi tragici che si sono verificati con l’attentato: la famiglia di un pompiere, quella di un cameriere e via dicendo. Alla vedova di quest’ultimo ha prima chiesto di «voltarsi ancora una volta a guardare» il vuoto delle Twin Towers alle sue spalle e poi che cosa avrebbe raccontato a suo figlio. Sembrava una fotocopia dei tg di Fede: la tv del dolore, un’urna di morti private, una funesta coincidenza, insomma lo stile Mediaset (qui non si parla di politica), come del resto testimoniato dalla presenza, assai meno ciarliera del solito, di Mentana. Commento sagace di Capuozzo: «Niente sarà più come prima» - quello che Slavoj Zizek definisce «solo un modo di affermare qualcosa di “profondo” senza sapere veramente quel che vogliamo dire» (Benvenuti nel deserto del reale, Melteni, Roma 2002). Ma come la mettiamo col film mandato in onda subito dopo lo speciale di Fede su New York, cioè La città della gioia? Forse l’aveva scelto lui stesso, con quel suo humour fatto di giochi di parole in stile De Rege: d’altra parte, se è vero che Dio li fa, poi li accompagna, chi meglio di lui poteva raccogliere la lezione di mister B? Pensate alla boutade sui clandestini morti, che non si lamentano mai di niente (memo per gli storici che fra qualche anno sghignazzeranno sulla proposta di assegnazione del Nobel per la pace).

Il pomeriggio seguente è stato occupato dall'11 settembre. Un anno dopo, cosa è cambiato (RAIUNO), condotto senza presuntuose invadenze da Tiziana Ferrario. La serata è invece toccata a Bruno Vespa - un rito più che un mito - che ha inaugurato una nuova testa di capelli color Berlusconi e ha fatto il riassunto di tutto il resto: un po’ di tv del dolore, un po’ di guerra preventiva, la voce dissenziente di Niloufar Pazira, l’interprete di Viaggio a Kandahar, che ha preteso di ricordarci che non ci sono solo i morti made in USA e che Bush sta usando l’11 settembre come promo per la sua politica. E poi (par condicio?) Luttvak, che almeno non si trincera dietro una democrazia sempre più falsa e dice chiaro e tondo tutto ciò che caratterizza oggi la politica estera americana, sostenendo ovviamente che è tutto giusto. Sempre meglio della moglie di Ferrara (ma appunto, Dio li fa, poi li accompagna) che sprizza livore da ogni ruga e trancia giudizi di una profondità tale che non li sentiamo nemmeno in autobus o allo stadio.

La discussione si è subito spostata sul film collettivo 11.9.2001 e sul suo antiamericanismo: l’accusa più facile di questi tempi, persino più di quella di comunismo. Ma come la mettiamo se per esempio a me piacciono dei film americani che mettono in discussione la politica estera USA? Se mi piace I tre giorni del Condor, devo dichiarare guerra a Saddam Hussein? Oppure – che è ancora peggio - devono piacermi anche Salvate il soldato Ryan e We Were Soldiers? Se mi piacciono Michelle Pfeiffer e Meg Ryan, devo per forza sognare di baciare in bocca – per non dire di peggio - Bush?

E’ vero che siamo tutti americani (le possibilità di non esserlo sono scarse) o almeno delle imitazioni più o meno riuscite; ma è anche vero che non esiste una sola America. Possiamo scegliere. Gli elementi li abbiamo, anzi ne abbiamo sin troppi, visto che «un’abbondanza di informazioni porta a una penuria di attenzione. Quando si è sopraffatti dal volume delle informazioni raccolte, è difficile capire su cosa concentrarsi» (J.S. Nye jr, Il paradosso del potere americano, Einaudi, Torino 2002): per questo sentiamo il bisogno dei conduttori tv che ci guidino e ci aiutino a scegliere (lo stesso succede agli anglofoni quando ascoltanto mister B che parla all’ONU in quello che lui chiama inglese: cercano un interprete). Così ci capitano i Ferrara, i Costanzo, i Fede, i Vespa, ma anche i Lerner e i Santoro. Sono loro la nostra America e la nostra coscienza, la tv che si accende ormai da sola nelle nostre teste e che decide per noi.

Serge Latouche si chiede se «non sarebbe meglio pensare di sostituire il sogno universalista [americano] con un pluriuniversalismo necessariamente relativo, e cioè con una “democrazia delle culture”, dove queste conservino, tutte, la loro legittimità e il loro posto» (La fine del sogno occidentale, Elèuthera, Milano 2002). Un lungo lavoro ci attende, ma si potrebbe cominciare con lo spazzar via i luoghi comuni, le lacrime ipocrite, i fideismi camuffati da opinioni, le banalità da bar sport: detta così, sembra facile, ma in realtà, in quell’universo parallelo e infiltrato che è la tv, è quasi un andare contro natura. E poi come la metteremmo con tutti quei giornalisti di colpo senza lavoro?

(«Cineforum», n.419, novembre 2002)


Non per soldi, ma per denaro

Il travolgente successo di Max & Tux, la trasmissione chiamata dai nuovi quadri dirigenti della RAI a sostituire Il fatto di Enzo Biagi, dimostra quanto essi siano intenzionati a non perdere nemmeno un’occasione nella loro lotta senza quartiere a Mediaset che in quell’ora manda in onda Striscia la notizia. Li immaginiamo, i dirigenti riuniti in consiglio: chi vota per Biagi? chi per Solenghi & Lopez? Qualcuno ha votato due volte? Beh, sì, io, per fare un piacere a un amico che ha dovuto assentarsi un momento, per un cappuccino o un problema di prostata, ma in fondo avrebbe votato nello stesso modo, lo giuro. Va bene. Voto valido. Passa la mozione Solenghi-Lopez. Ma io ho votato contro! Mi dispiace, il quadro elettronico dice il contrario. Ah, allora…: come non detto; ma l’opposizione che faremo sarà terribile.

D’altra parte - ci ha ricordato mister B col suo seducente e rassicurante sorriso da gatto del Cheshire - bisogna far circolare il denaro. Sì, va bene, ma perché deve circolare sempre solo da quella parte? Perché è la parte giusta. Chi l’ha detto? L’ha detto Lui e Lui ha sempre ragione. D’accordo, ma io pago già il canone. Già: e a chi lo paghi? Alla RAI, mica a Mediaset. Mediaset è libera e gratis: bisogna sostenerla. Ma io sostengo già lo stato, pago le tasse, le bollette, eccetera. E allora? Non viviamo mica in un paese comunista, dove paghi lo stato e basta. Viviamo in un paese libero e democratico, che, se non ci fosse Mediaset, non sarebbe più libero e democratico. Sì, d’accordo, la libertà e la democrazia saranno una gran bella cosa, ma io devo campare e per campare ci vogliono i soldi. Ma i soldi ci sono, di che hai paura? E la congiuntura internazionale? Dipende: che giorno è oggi? lunedì? allora la congiuntura non c’è, quella tocca al giovedì; e comunque Lui ha detto che il denaro c’è – Lui stesso ne è la prova vivente - e allora significa che c’è, perché nella costituzione c’è scritto che Lui ha sempre ragione, e se non c’è scritto c’è comunque uno spazio bianco per scriverlo (per le adesioni rivolgersi a Cirami o a chi vi pare, tanto qualcuno disposto lo trovate sempre). Sì, ho capito, ma toglimi una curiosità: cosa c’entra questo con la televisione? Come cosa c’entra? non ti rendi conto che la tv è l’immagine della nostra ricchezza? guarda la sontuosità del nuovo TG2 a conduzione raddoppiata come il TG5; guarda tutti quei balletti con le ragazze che ballano in sincrono e perfettamente a tempo; pensa ai giochi a quiz che producono miliardari quotidiani come i campi di calcio; pensa ai ministri che si recano così democraticamente da Gianni Morandi: come si chiama lo spettacolo del sabato sera? Uno di noi. Appunto. Non ti senti anche tu parte di questa grande famiglia di ricchi? Ci sarà un motivo se tanti extracomunitari vogliono venire a vivere in Italia. Già, mi chiedo anch’io qual è. Come qual è? E’ la tv: un promo turistico; non ti diverte l’idea di fargli seguire uno sberleffo, del genere Vi piacerebbe, eh? Questi sono i vantaggi della ricchezza: se non potessimo prendere per il sedere i poveri, che gusto ci sarebbe? non sei ancora convinto? prova a ragionare: di che cosa è piena la tv? di consigli per gli acquisti, che sono le uniche informazioni utili: è la tv a dirci quali macchine dobbiamo comprare, quali telefonini usare, come dimagrire; se vuoi comprare il latte, fidati della tv; se vuoi essere bello, elegante e intelligente, pensa a Borghezio quando è andato al raduno di Forza Nuova; se hai dei soldi da investire per assicurarti una vecchiaia tranquilla, pensa alle banche e assicurazioni che ti raccomanda la tv; se vuoi imparare a ballare, guarda Maria De Filippi; se vuoi imparare l’italiano, ascolta Bossi; se vuoi imparare l’inglese, ascolta mister B; se vuoi imparare le buone maniere, puoi scegliere fra Ferrara e Sgarbi; se vuoi diventare senatore a vita, hai come modello Mike Buongiorno e tutto ciò che ha fatto per fare dell’Italia il paese che è; se vuoi la tua razione quotidiana di commozione e i funerali non ti sembrano già abbastanza tristi, il TG1 si presenta promettendo la registrazione del pianto di uno dei bambini rimasti sotto le macerie della scuola di S.Giuliano; nella stessa occasione il TG3 ti promette informazioni di prima mano su come si vive in una tenda, così, se vuoi dedicarti al campeggio, sai come orientarti. Non ti basta ancora? Sei proprio incontentabile. Che cosa vuoi di più dalla vita, a parte un amaro? Non è questo, anzi, è proprio che non se ne può più di tutte queste disgrazie, proprio all’ora di cena, quando la bella famiglia italiana finalmente si riunisce davanti al focolare. Beh, anche a questo c’è un rimedio: la tv satellitare. Una parabola costa, completa di decoder, poco più di € 500: un affare. Ti abboni a Telepiù o a Stream (non importa, tanto il padrone è lo stesso) alla modica cifra di almeno € 30 al mese: un altro affare. Puoi gustarti un sacco di film che hanno pochi mesi di vita. Lo so, lo so, ma li ripetono anche diciotto volte in un mese e spesso col mascherino sbagliato; e poi ci sono tante cose che non m’interessano, come i contenuti speciali che mettono nei DVD; insomma, se voglio vedere vedere Telepiùgrigio, perché mi devo beccare anche Il gambero rosso oppure Eurosatnews? Ma come? Sono un regalo e dici che non ti interessa? Sei proprio un ingrato: a caval donato…; è la regola dei pacchetti, come i pacchi dono ai paesi sottosviluppati: è il pensiero che conta, mica il contenuto. Va bene, allora grazie, ma vorrei una scelta più ampia. No problem: basta che ti abboni a tutto; costa solo € 100 o giù di lì (tralasciando le partite di calcio e le proiezioni tipo Palco, che sono optionals); come puoi rinunciare a una cuccagna del genere? come puoi tradire un paese che in un paio d’anni ha messo insieme il maggior numero di cellulari e antenne paraboliche pro capite, così come gli USA con le armi (vedi Bowling for Columbine, con quel Michael Moore che ci ricorda tanto Milena Gabanelli)? Ehm, veramente…, insomma, io ho montato l’antenna e comprato il decoder l’anno scorso, quando c’erano le smart card false e non pagavo nient’altro: ma adesso… Ecco, sei il solito italiano che vuol fare il furbo: chi ti ha detto che se tutti sono disonesti la disonestà non conta più? ti sei montato la testa? sei diventato parabola-dipendente e adesso smettere è molto più difficile, ma se cominci a drogarti, non puoi venire dopo a piangere perché la droga costa; lo sai che costa, fin dall’inizio; e comunque cerca di avere un po’ di dignità. Dignità? Sì, la dignità dei ricchi che pagano tutto quello che devono pagare e non si lamentano: prendi esempio dalla FIAT, che di fronte ai problemini degli ultimi tempi, non ha detto una parola, non si è messa a frignare perché lo stato non le dà un aiutino come dovrebbe sempre fare con le imprese miliardarie e come fa, ad esempio, con Mediaset; questi sono gli esempi da seguire, mica quelli che ci offre la sinistra che sta sempre lì a lamentarsi, Cofferati in testa (ma è proprio di sinistra poi?). Ascolta: nel tuo bel salotto pieno di quadri e tappeti acquistati nelle aste televisive la sola cosa che dovresti fare ogni qual volta si accende il magico schermo è alzarti in piedi e partecipare alla standing ovation del paese. Viva la tv, viva l’Italia.

(«Cineforum», n.420, dicembre 2002)