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TV 2001

F for Fake: Il grande fratello

Non è facile parlare di Il grande fratello. Per la verità non sarebbe nemmeno obbligatorio, eppure lo hanno già fatto tutti, nel bene e nel male. E tutti hanno in qualche modo contribuito a decretarne il successo, fornendo una cassa di risonanza anche quando ne hanno preso le distanze. Per molti giorni “Repubblica” ha dedicato una pagina intera alla tra­smissione, solo in se­guito limitandosi a una noterella informativa: persino Eugenio Scalfari (“Il Venerdì”, 17.11.2000) ha mostrato qualche imba­razzo a giustificarsi con il “dovere di cronaca” e a difendersi con la solita storia che “bisogna capire il perché” di un simile successo. “L’Espresso” (16.11.2000) ha schiaffato in prima pagina la foto di una concorrente seminuda e il doppio titolo Quello che non sapete della nuova tv - Giù la maschera, Grande Fratello: all’interno c’erano sei paginette piene di fotografie e sciocchezzuole risa­pute, una delle quali firmata da Aldo Grasso: insomma, do ut des - ovvero: io ti faccio un po’ di pubbli­cità, ma in cambio ti uso per vendere. Quelli che il calcio ha tentato prima la parodia (Littizzetto), poi al­cune go­liardiche e di­spendiose intrusioni (Paolantoni). A fare dello spirito ci ha provato anche la Gia­lappa’s Band, ma era un po' come ridere dello/degli scemo/i del paese. Figuriamoci quando ci si è messa Striscia la notizia, con la farsa del concorrente che voleva andarsene e poi ci ha ripensato. L’intervento più divertente è stato inaspettatamente quello di un gruppo di estrema destra, che si è re­cato davanti agli stabilimenti con dei cartelli che chiedevano la liberazione di quei dieci imbecilli: io avrei chiesto altre pene, ma va già bene così. Quello che mi consola è che quando verranno pubbli­cate queste pagine, sarà già finito tutto e ogni pubblicità sarà impossibile. A meno che non facciano, con la fantasia che si ritrovano, un Grande Fratello 2.

Tra le voci più insistenti della fanfara elogiativa c’era quella per cui con Il grande fratello la tv avrebbe subìto una tra­sformazione epocale. In realtà non solo il titolo è una delle defi­nizioni più abusate del nostro secolo, ma quale rivoluzione c'è in questa parodia della tv-verità? Sa­rebbe bastato pensare a quello che ci spaccia quotidianamente Mediaset per nutrire dei sospetti su quei giovani reclusi 24 ore su 24 in una finta casa a intessere un talk show (o un reality show? la di­stinzione è problematica) sui fatti loro, la vita, l’amore, se stessi, per di più in un confessionale fra il neo-liberty e Tomb Raider. Poi­ché ogni contatto con l’esterno era vietato (niente radio, niente giornali, niente telefono), quella tanto celebrata verità si riduceva a un nar­cisismo assolutamente sproporzionato ai suoi conte­nuti, una via di mezzo fra il Maurizio Costanzo Show, C’è posta per te, la RAI del pomeriggio e le tv condominiali di qualche anno fa. Monologhi e dia­loghi erano abbastanza vuoti da accreditare l’ipotesi di un inter­vento di appositi sceneggiatori, o tutt’al più di una ver­sione in diretta di Bouvard e Pécuchet, ma la tv non è Flaubert e la messa in scena della stupidità non ha niente a che vedere con l’esibizione più o meno fedele di uno stupido chiacchiericcio. Il comico involontario – quand'anche è comico - non è il comico.

La stessa invenzione di Orwell c’entrava solo per quel tanto che concede la nostra telecultura, cioè per il nome (d’altra parte che filologia vuoi pretendere da una tv che mette il tema musicale di Via col vento a sigla di Porta a porta?). I giovani in questione sapevano perfettamente di vivere sotto osser­vazione, avevano firmato un contratto senza clausole scritte in pic­colo. Non subivano soprusi, ma ne erano complici. Anche in 1984 c’era la consapevolezza di es­sere spiati, è vero, ma le manifesta­zioni conseguenti non erano certo l’esibizionismo (chiunque abbia letto il libro lo sa - il che esclude per l’appunto gli sceneggiatori suddetti): quell’esibizionismo che nell’effetto-eco garantito da tutta Me­dia­set permetteva ai partecipanti, via via che erano esclusi, di andare in giro a raccontare che cosa era veramente successo fra quelle mura e facce di cartapesta e a ritagliarsi il loro warholiano quarto d’ora di noto­rietà nonché alcune inopinate illusioni.

Se da un lato ogni potenziale interesse finiva per cadere, trascinato dalla mancanza assoluta di vero­simiglianza, come vuole lo stile della casa, dall’altro il punto centrale della trasmissione diventava, in ossequio alla cultura telecapitalistica, la competizione, un meccanismo a eliminazione che coin­vol­geva sia i partecipanti, sia il pubblico, chiamato a votarli. Tuttavia, come sempre, la falsità ha un inar­restabile effetto valanga, per cui è lecito sospettare che an­che queste vo­tazioni fossero truccate, come i talk show, le interviste, i quiz, e le elezioni del Pre­sidente USA che per qualche giorno hanno fatto concorrenza, mostrandoci che ab­biamo sempre qualcosa da imparare dall’America, oltre ai pro­grammi tv. Ma si può anche sospettare che non fosse ne­cessario truccarle: chiunque vin­cesse, l’uno valeva l’altro (al momento in cui scrivo non so chi sarà il vincitore, ma non mi interessa neppure). Non mancherà, immagino, qualche sociologo e/o statistico che analizzerà il risultato come un campione capace di informarci sui giovani e sui gusti liberi del pubblico, magari per fare da traino alle prossime elezioni, ma non è questo il punto: essere turlupinati dalla tv ci piace; crediamo alla pubblicità, ai ma­ghi, ai dispensatori di milioni e agli anchor men. Il punto non era neanche chi potesse uscirne vinci­tore. In quella specie di vita che stiamo vivendo non è impor­tante che qualcuno vinca, né tanto meno che sia il migliore, ma che qualcuno perda. E’ infatti probabile che, una volta finita la gara, il vincitore non abbia lo stesso spazio mediatico che nel frattempo hanno avuto, settimana dopo settimana, gli sconfitti. Sono questi a fare spettacolo, perché in un eccidio non si intervistano i carnefici, ma le vit­time. Al Grande Fratello mancava il sangue, ma non im­porta, perché tanto al sangue in tv, come al cinema, non ci crede ormai più nessuno (“è solo un po’ di rosso” o, se preferite, è “il vecchio succo di pomodoro”, come dicevano in Nashville e in Arancia mecca­nica).

Il punto, allora, è che la vera e rivoluzionaria verità sta nel proporci un mondo di falsità, sadismo, igno­ranza, vanità, chiacchiere, il nessuno assunto a modello per tutti, ovvero una sintesi della cultura Me­diaset - ma non è escluso che la RAI lo copi, come ha fatto Chi vuol essere miliardario con quella fo­tocopia sfacciata che è Quiz Show, che per di più è il titolo di un film sui quiz truccati (nemmeno i tito­listi RAI sanno quello che fanno). Più ancora il punto è che di que­sto palinsesto globalizzato è parte essenziale la proibizione, per contratto, di comunicare con ciò che lo cir­conda e avere notizie su ciò che succede, sotto l’occhio stolido di un piccolo figlio di puttana che in realtà non esiste. Proprio la televisione del futuro.

(«Cineforum» n. 401, gennaio-febbraio 2001)

 

Gli amici americani: Friends

Una series è lo sviluppo - più spesso la ripetizione - di un’idea di partenza, che può essere legata a uno o più personaggi, oppure a una situazione e non a caso esiste un genere televisivo, affermatosi fin dalle origini, che prende il nome di sitcom e che è inevitabilmente episodica, anche se spesso si riconosce un legame consequenziale nella successione. Il problema delle series è che non sanno mai decidere quando finire e così, dopo qualche anno, diventano come Peter Sellers in Hollywood Party, che dovrebbe morire durante le riprese e non muore mai.

Negli USA, che in questo caso sono più avanti di noi solo di pochi mesi, Friends è giunto al suo set­timo anno di vita (è cominciato nel settembre 1994 e la stagione si chiuderà a maggio 2001) e at­tualmente conta già più di 150 episodi: circa 55 ore insomma, più dei due Heimat messi insieme. Per ora non si sa se continuerà anche il prossimo anno (in Italia arriverà comunque un altro blocco di epi­sodi, quelli che stanno andando in onda negli USA), ma rimane in ogni caso il sospetto che abbia già esaurito le proprie potenzialità, molto migliori di quanto si potesse prevedere. Apparentemente si tratta infatti di una delle tante sitcom giovanilistiche che la tv americana manda per il mondo: una am­bientazione circoscritta in un pub e in due appartamenti occupati da sei giovani, tre maschi e tre femmine, con l’introduzione saltuaria di qualche cameo (Julia Roberts, Bruce Willis, Tom Selleck, ecc). Niente di staordinario, dunque, ma dialoghi e gag sono intelligenti, spesso divertenti e caustici, e gli attori sono capaci di reggere alla perfezione i tempi della commedia: un gioiello al confronto delle sitcom italiane, al punto che persino il cartone usato per le scenografie sembra migliore.

Il primo pedale che Friends spinge è quello comune a tanto comico: l’inadeguatezza dei personaggi di fronte alle azioni che sono chiamati a compiere. Solo che, grazie alla accumulazione abbastanza variata di situazioni, questa si rivela presto per quella inadeguatezza radicale alla vita che si chiama immaturità. Monica (Courtney Cox Arquette) è una ragazza gelosa e insicura, ossessionata dalla competitività e dal desiderio di mettersi in mostra anche a sproposito, ma anche, e conseguente­mente, dalla paura di non sposarsi, come deve fare ogni ragazza di buona famiglia. Rachel (Jennifer Aniston) non ha avuto in sette anni una sola occasione per dire qualcosa di intelligente, tutta presa dalla passione per i vestitini e i bei negozi, senza il minimo senso del denaro e delle responsabilità (non a caso è stata impiegata da Bloomingdale e poi da Ralph Lauren). Phoebe (Lisa Kudrow) è la nuova versione dell’ochetta bionda, tutta presa in una logica solo ed esclusivamente sua, nutrita di cattiva tv, ecologia spicciola e new age (grazie a questo offre più di una escursione comica nel surre­ale). Ma non se la passano certo meglio i maschi. Joy (Matt Le Blanc) è un aspirante attore tanto vanesio quanto macho, ignorante e intellettualmente limitato (la sua recitazione ricorda a tratti quella di Jerry Lewis). Chandler (Matthew Perry) ha problemi che si trascina dietro sin dall’infanzia e che cerca di superare indossando la corazza del sarcasmo; ma anche per lui prendere una decisione è un’impresa superiore alle sue forze. Ross (David Schwimmer), infine, fratello di Monica, è timido e impacciato, incapace di superare il trauma di un matrimonio chiusosi con la scoperta che la moglie era lesbica. Alle spalle di ciascuno c’è inoltre una famiglia e un’adolescenza che non hanno funzionato come avrebbero dovuto, una sorta di paese assente e di sogno tradito. Nasce di qui la loro incapacità di confrontarsi effettivamente con gli altri, di scegliere la propria vita. Esemplare al riguardo è il rapporto fra Ross e Rachel: entrambi in fondo si amano, arrivano a sposarsi per ben due volte, ma senza mai riuscire ad affrontare da adulti questo rapporto e le sue difficoltà. E Monica e Chandler ripetono questa difficoltà con altre fobie e altre illusioni.

Un panorama completo, dunque. La series inchioda tutti i suoi personaggi nei loro caratteri, li condanna a non avere vie d’uscita, perché altrimenti cadrebbero i presupposti della series stessa. Così, se all’inizio la relazione fra Monica e Chandler è divertente per la sua puritana clandestinità, quando diventa di dominio pubblico apre la strada a una storia in cui i personaggi sono condannati a tradire se stessi, a compiere un passo per il quale la loro infantilità non è più del tutto coerente, senza che la series sappia giocare veramente a fondo con questa nuova incapacità. Rachel e Ross continuano a girare attorno al loro amore non ammesso e anche le gag sulle emergenze dall’inconscio (il nome di lei fatto da Ross nel momento in cui sta per sposare un’altra donna; il secondo matrimonio; le resistenze alla separazione, ecc) finiscono per stancare. Joy e Phoebe, che sono almeno apparentemente i più solitari e quindi i più liberi, non hanno lo spessore per reiterare più di tanto la loro estranea funzione di coro, che in un caso non capisce e nell’altro costruisce un mondo immaginario fatto di stereotipi.

Certo, la series chiama continuamente in causa temi come l’omosessualità, latente e/o esplicita, il rampantismo, la new economy, il narcisismo di cui parlava Christopher Lasch vent’anni fa, ma la satira si stempera spesso in un’affettuosa, anche se intelligente, presa in giro. Nei suoi episodi migliori, tuttavia, Friends mostra quella dose di riconoscibilità che è la forza del comico: quello che riconosciamo, messo alla berlina, è un mondo ridotto a brandelli, ma è il nostro mondo, anche se non siamo più giovani e non facciamo sempre ridere. Poiché questi personaggi finiscono per apparirci simpatici, sebbene non abbiano in realtà alcuna ragione per esserlo, il quadro offerto da Friends risulta straniante e tutt’altro che rassicurante. Giovani in attesa di un futuro che probabilmente non verrà mai, condannati in sé alla ripetizione: da questo punto di vista la series è perfetta.

L’impressione di ripetitività viene però accentuata dalla scansione scelta da RAIDUE: non a puntate settimanali, come in origine, ma cinque puntate per settimana, con un conseguente più spiccato senso di saturazione. Senza contare poi che molti episodi vengono ripetuti fuori del loro ordine cronologico, come se fossero autosufficienti. Il fatto che Friends sia una series contaminata in parte da un intreccio consequenziale non sembra avere importanza per la nostra tv, sempre poco attenta sia a quello che trasmette, sia a coloro ai quali trasmette. Uno guarda un episodio qualunque e pensa: uffa, l’ho già visto, è la solita roba. Anche i programmatori si rivelano così inadeguati, messi a fare un lavoro che non sanno fare, incapaci di capire con quale oggetto hanno a che fare e in che modo valorizzarlo o quanto meno rispettarne le forme essenziali: solo che questo non fa ridere, dal momento che questi signori non sono probabilmente pagati - e certo non poco - solo per questo. Oppure si tratta di un disegno preciso, che allontana ogni sospetto di qualità, che considera il pubblico come un ricevitore solo passivo e anche un po’ stupido? Beh, nemmeno questo fa ridere.

(«Cineforum» n. 402, marzo 2001)

 

Quei chiari oggetti del desiderio

Si può fare un gioco, non più stupido di tanti altri: ogni volta che una ragazza che non sa fare niente e compare per almeno due settimane consecutive sullo schermo televisivo, chiedersi con chi va a letto. Il gioco si fa difficile dal momento che la nostra tv è piena di belle donne. Non c’è programma che possa farne a meno. Qualche volta sono ospiti e le chiamano attrici. Qualche volta fanno parte del programma e le chiamano soubrettes o showgirls. Quello che hanno in comune è che non sanno far niente, ma sono chiamate, senza alcuna ironia, anche a fare le “opinioniste”: Valeria Marini e Pamela Prati, Ela Weber e Nina Moric, Afef e Paola Barale, Samanta de Grenet e Natalie Caldonazzo (spero che si scrivano così), Alessia Merz e Anna Falchi, Natalia Estrada e Martina Colombari (se ne dimentico qualcuna, è colpa dell’età) - tutte belle, niente da dire, ma forse quello che sanno fare non lo mostrano in tv. Qui fanno solo parte dell’arredamento, come le sculture pop del Korova Milk Bar. Le riconosci perché sono vestite come puttanelle extracomunitarie o come travestiti da marciapiedi - il che ci conferma che, se sono un sogno, non dobbiamo avere un inconscio di gran classe. Se ballano non sono sincronizzate, ma ognuna va per conto suo, come se questo bastasse a certificare una loro mai acquisita identità; se devono fingere di cantare in play back, credono che basti sbadigliare in modo strano; se devono fare le dive, si lasciano sollevare come mobili ingombranti da una squadra di facchini truccati da checche; se sono spagnole agitano le mani come in una grottesca parodia del flamenco. Si potrebbe continuare a lungo, ma in fondo che cosa pretendiamo? Che una credenza reciti Giulietta? che un comodino interpreti Medea? Che la moglie di Paolo Limiti faccia Marilyn Monroe? Che Valeria Marini interpreti L’Angelo azzurro?

Per arrivare a tanto hanno comunque la loro corvée da fare: cominciano, per esempio, col fare le veline o letterine o come diavolo si chiamano (in una trasmissione che non ricordo un comico che non ricordo ha detto “vogliamo anche noi le nostre zoccolette”), il che significa esibirsi in mossette che non convincevano nemmeno all’Ambra Jovinelli di un tempo. Ora, l’aspetto decorativo ha la sua importanza e, da quando esiste il varietà, le donne hanno sempre avuto questo ruolo. Erano il sesso accoppiato al comico, la coscia più che la spalla. Oggi non è vero che l’avanspettacolo è morto, ha solo cambiato medium. E’ diventato Striscia la notizia o Paperissima o Porta a porta con i suoi nani e le sue ballerine; non mostra più le calze smagliate e le impronte della fame e delle illusioni, riservate oggi in esclusiva ai promo erotici di notte fonda; non ispira più compassione o una tenue simpatia, ma solo noia. E ciascuno di noi, anche i maschi, pensa: cavolo, quello saprei farlo anch’io. Qualcuno per questo le prende in giro, come ha fatto Teo Mammuccari con Flavia Vento, che poi è diventata la parodia involontaria della parodia su cui è cresciuta; qualcun altro finge di farlo, come fa Fabio Fazio, che in realtà se ne serve solo per ciò che sanno effettivamente fare in pubblico, cioè niente. Una mitopoiesi da retrobottega.

Qualche volta emerge una figura diversa, in grado di suscitare simpatia, oltre che ammirazione, ma sono eccezioni. Prendiamo – si fa per dire - Natasha Stefanenko o Ellen Hidding: nemmeno loro sanno cantare, ballare o recitare, d’accordo, ma per lo meno riescono a convincerci di essere vive e non solo gonfiate per l’occasione. La regola però sono le altre, la vera faccia di una televisione imbastita senza un’idea, solo (ma è tutt’altro che poco) per convincerci che niente è più bello del vuoto, che la parola “persona” è del tutto priva di significato e che chiunque conta solo come immagine, così alla fine non possiamo nemmeno lamentarci. Ciascuna di queste donne, come di tante altre, è da questo punto di vista l’uomo giusto al posto giusto. Chi sceglierebbe infatti una come Valeria Marini per passare una serata? E’ vero, qualcuno c’è e qualcun altro probabilmente c’è stato: sicuramente persone che si occupano di tv, non a caso, ovvero ai posti di comando, con quelle donne ai loro piedi, e una vasta audience a invidiarli, perché non c’è niente di più contagioso di una tv che continua a credere che Bouvard & Pécuchet siano due grandi autori, come Garinei & Giovannini, Castellano & Pipolo, Amurri & Verde, Costanzo & De Filippi.

Non c’è niente di nuovo, a pensarci bene. La regola è sempre quella del Panem et circenses, come ne Il gladiatore, che sembra girato pensando all’Italia, al Presidente Manager, Entertainer, Allenatore e Operaio (l’ultima presa per il sedere di una classe che non c’è più). Ma allora perché non anche, già che ci siamo, il Presidente Soubrette? Il make-up è pronto e due passi di danza sgraziati come quelli di Maria De Filippi, che non è nemmeno bella, li sanno muovere tutti: dobbiamo proprio aspettare le elezioni per goderci uno spettacolo del genere?

Queste martellanti esibizioni di non-sesso artificiale e di virtuale mercato delle vacche, questa riduzione della donna a cartolina per militari repressi o a carne da film porno, hanno lo scopo primario di produrre una frustrazione a quanto pare esaltante, cioè di offrire sogni impossibili sbattendoci in faccia il fatto che qualcuno quei sogni se li gode, che da qualche parte c’è insomma un Presidente Scopatore. Questo ci basta. Nella sua corsa verso la democrazia dell’imbecillità, la tv ci addestra all’impotenza o all’onanismo, ovvero al fatto che la nostra vita non la possiamo cambiare e che non ce n’è nemmeno bisogno, perché, anche se cambieranno le “quindicine” politiche, ci sembrerà sempre di avere il paradiso a portata di mano: alla lettera, s’intende.

Il tutto ha una tradizione alle spalle e si chiama, tanto per cambiare, “gallismo”: la tv ne fornisce la forma virtuale, ma forse proprio per questo ancora più reale; infatti non chiama in causa nessuna responsabilità individuale, ma affoga tutte e tutti in una dimensione da auditel, collettiva e indifferenziata, cioè nel “mondo reale”, come dicono gli americani e Woody Allen. E’ con questa cultura alle spalle che, di fronte a una gaffe più o meno voluta di qualche giornalista, a una gag più o meno riuscita di Luttazzi, a una canzone che parla di droga, i leccapiedi di Mediaset, da Bossi a Fini, portano avanti con la loro perfetta e inimitabile volgarità una campagna intimidatoria che li vede ergersi a paladini della morale, pensate un po’. E’ grazie a questi uomini politici che la tv non è al primo posto nella gara alla stupidità.

Che poi su questa strada Mediaset sia molto più avanti della RAI (se non altro, sa scegliere e sfruttare le ragazze più carine) non è né casuale, né marginale, ma rientra nel disegno acefalo che organizza, senza apparire, la tv in quanto tale: non a caso la RAI le prova tutte per imitare la rivale. Anche i casini di gallistica memoria si facevano concorrenza, ma non per questo smettevano di essere casini. Alle radici l’impronta è unica e se tutti non sanno fare altro vuol dire che qualcosa di buono c’è. Questo la dice lunga sulle speranze che possiamo nutrire. Fatevi le vostre belle seghe e zitti, prima che mettano l’auditel anche su questo.

(«Cineforum» n. 403, aprile 2001)

 

Satyricon o le disgrazie della destra

Si è fatto di recente un gran parlare di satira – e spesso, naturalmente, a sproposito. Lo spunto è nato da una performance di Daniele Luttazzi, non particolarmente esilarante ma sufficiente a far “scendere in campo” (adesso si dice sempre così) non solo i politici coinvolti, vale a dire Berlusconi, ma anche - o soprattutto - i neo-post-fascistelli di AN, Fini e Gasparri in prima linea, quelli che pretendono di difendere la morale nazionale profferendo minacce indegne anche di miglior causa. Tutto questo casino non ci sarebbe stato se non ci fossero state in vista le elezioni, il che conferma quanto la democrazia sia una bella parola con cui riempirsi la bocca, ma che a pranzo finito è meglio dimenticare.

Se ne sono sentite di tutte i colori, come per esempio che la satira non deve essere né offensiva, né di parte. Una classificazione esatta dei diversi tipi di comico è effettivamente difficile, tant’è che raramente le definizioni proposte risultano convincenti. La satira confina con il sarcasmo, con l’ironia, talora persino con la farsa (è il caso di Emilio Fede, che finge sempre di non ricordare i nomi di quelli di cui parla, storpiandoli alla Franco Franchi o De Rege). Con essi, comunque, condivide l’appartenenza al comico: come scrive V.J. Propp, “la comicità è uno strumento, la satira è il fine” (Comicità e riso, Einaudi, Torino, 1988, p.181). Questo fine può essere sintetizzato nell’intento di costruire un doppio parodico del sublime, un anti-sublime per eccellenza: per essere più precisi, di ciò che pretende di essere sublime, con ragioni evidentemente opinabili. E’ quindi assurdo invocare una satira oggettiva: la satira esprime un pensiero critico e come tale è necessariamente di parte. Non è una forma di difesa, ma di aggressione: mette sotto accusa le contraddizioni che individua nel proprio bersaglio, dando per scontata la conoscenza di quest’ultimo e affondando i suoi colpi proprio nei suoi aspetti più appariscenti. Trasforma l’informazione in conoscenza e in riflessione, le dà un senso che ha sì bisogno dei fatti, ma come un referente da richiamare alla memoria e sottoporre a una sovrasemantizzazione stilizzata, di volta in volta caricaturale e/o iperbolica. Se un comico dice “Mi consenta” oppure “Si contenga”, può anche essere divertente per chi ricordi l’origine di queste parole, ma solo la loro eventuale collocazione in un determinato contesto potrebbe trasformare la citazione in satira.

L’errore di Luttazzi non è stato comunque quello di non essere abbastanza divertente, bensì di non aver voluto esserlo. Ha chiamato un giornalista a presentare un suo e a commentare la mancanza di informazioni precise circa il rapido arricchimento di Berlusconi. Tutto qui. Quindi la satira non c’entrava. Il fatto che entrasse in un programma di satira (il titolo, Satyricon, ha tratto in inganno tutti quelli che giudicano le cose dalle etichette) conferma solo la perdita dei confini di genere da parte della tv. Ogni programma è un contenitore in cui i generi si mescolano, per rendere più appetibile il prodotto, come accade nei piatti di Vissani e in tutta la produzione culturale postmoderna. Il peccato mor(t)ale della trasmissione è stato appunto quello di avere “fatto televisione”, ovvero di avere mescolato le carte e confuso il profano con il sacro: un veicolo ritenuto di norma evasivo solo perché comico era a fianco dell’informazione, che è altrettanto di norma ritenuta seria. Ma quello che dava fastidio era l’informazione, non la satira che non c’era.

Paradossalmente l’esito è stato ancora più ridicolo della satira che si sarebbe potuta fare. Con tutto l’humour di cui è notoriamente capace e che ha coltivato sin da quando faceva l’entertainer nelle crociere, il resistibile Silvio B. ha obiettato che fare satira sull’opposizione è il segno di un regime totalitario-comunista e come prova della sua argomentazione ha citato le grottesche invettive che il nazismo, approfittando della sua posizione di privilegio, rivolgeva agli ebrei, prima di provvedere a ben più drastiche e finali soluzioni (forse ignora che tra le vittime dei nazisti – che si guarda bene dal chiamare fascisti, perché se no va all’aria lo sdoganamento di AN - ci sono stati anche dei comunisti). E’ difficile restare impassibili di fronte all’immagine del ciarliero leader della destra nei panni di un detenuto cui si impedirebbe di parlare. E quale sarebbe, nel caso, il ruolo di Fini, Storace & Co,? (a proposito di comicità involontaria, come dimenticare che in un Porta a porta di aprile a fare da contraddittorio a Berlusconi è stato chiamato Vittorio Feltri? con Fede vestito da ballerina il quadro sarebbe stato completo).

Tutto questo è marginale ed essenziale al tempo stesso. Il fatto è che la destra non sa fare satira (con la sola e ormai lontana eccezione di Guareschi), a meno che non si voglia spacciare per tale la goliardia becera di Striscia la notizia o quel rigurgito di avanspettacolo di ultima categoria che mettono in scena gli eredi del Bagaglino. Forse per fare satira bisogna essere proprio dall’altra parte: può non bastare, ma è necessario. Anche la sinistra ostenta spaventosi vuoti di spirito, ma ha almeno tirato fuori dal cappello, dopo “Cuore” e Michele Serra, anche Elle Kappa e Altan. A parte l’obbligo di essere sempre spiritosi, che è un bell’ostacolo per chiunque, questi ultimi hanno la capacità di cogliere - con un frammento di dialogo la prima e spesso di monologo il secondo – il senso profondo delle contraddizioni, accostandolo a un disegno elementare, quasi astratto nella sua mancanza di riferimenti iconici specifici. Non hanno bisogno di fare la caricatura degli uomini di potere, come fanno Forattini e gran parte degli imitatori. Mirano direttamente al senso attraverso il paradosso e quella forma retorica che si chiama crasi: elidono i passaggi intermedi di quelli che vengono costruiti nell’opinione pubblica come piccoli o grandi processi di beatificazione.

Alla tv, invece, manca una delle caratteristiche più importanti della satira, e cioè la sintesi, l’icasticità, l’irruzione violenta della contraddizione. Il suo guaio, come sempre, è che deve riempire ore di palinsesto e quindi diluisce, disperde, finisce per nascondere o stemperare. L’ottavo nano, per esempio, con le sue due ore di durata e le sue ripetizioni, era spesso noioso, e lo stesso vale, sia pure per una durata inferiore, per Satyricon, come per la maggior parte degli spettacoli satirici degli ultimi anni. Se si eccettuano alcuni momenti (il Pravettoni di Paolo Hendel o il Rutelli sordianamente ricostruito da Guzzanti, il “casino” delle libertà messo in scena da L’ottavo nano), il resto è quasi sempre volgarità, barzelletta riciclata, roba da avanspettacolo o da parrocchia.

Su una cosa comunque si può essere chiari: la satira deve far ridere e colpire nel segno. Le reazioni più o meno isteriche dei bersagli sono la prova che almeno il secondo obiettivo è stato raggiunto. Esse hanno fornito casse di risonanza e nuovi spunti alla satira, in una reazione a catena che conferma la validità originaria dell’aggressione, ma più ancora la sua necessità morale.

(«Cineforum» n. 404, maggio 2001)

 

Prima/ultima pagina: informazione e talk show

“Domani sarà un vecchio pezzo di carta e servirà per avvolgere le patate”

(Kirk Douglas, L’asso nella manica)

Agli inizi di febbraio di quest’anno, sul “Venerdì di Repubblica”, Paolo Galimberti si domandava se l’informazione fosse in grado di essere “autonoma e credibile” o dovesse “accontentarsi delle verità raccontate da commissari europei, ministri e funzionari”, cioé delle famigerate veline. L’occasione specifica, tuttavia, non era legata a omissis e segreti di stato, ma ai casi “mucca pazza” e “uranio impoverito”, due argomenti su cui, tutto sommato, sia la stampa che la tv avrebbero potuto, volendo, raccogliere qualche informazione di prima mano. Lo aveva fatto, per esempio, il solito Report, mettendo a confronto le dichiarazioni dell’immancabile pezzo grosso ospite di Porta a porta con le sue palesi contraddizioni. Ciò significa che si può, non dico raggiun­gere la verità, ma quanto meno instillare dei dubbi, per di più su argomenti tutt’altro che trascura­bili. Che anche questi siano segreti di uno stato ridotto in tutto e per tutto a mercato?

E’ passato qualche mese, ma poca acqua è passata sotto i ponti: i problemi, ben lungi dall’essere risolti, aspettano soltanto di essere nuovamente di moda e le domande di Garimberti sarebbero ancora valide, al di fuori dei casi specifici, ma l’informazione non ha creduto di dover insistere. E così fra qualche mese o settimana ci sarà qualche giornalista pronto a stupirsi scoprendo che l’uranio è radioattivo e che le farine animali date in pasto ad animali erbivori sono un controsenso di cui si parla da anni o addirittura da decenni. Oppure che esiste la mafia e magari ha rapporti stretti con la politica. O quello che volete. Basta scegliere nel mucchio di cose gettate lì per es­sere consumate e dimenticate in quattro e quattr’otto. Se è vero che il pubblico non ha memoria, una ragione c’è.

Il problema non riguarda solo i tg. Anzi, l’esempio più lampante di questa informazione disinfor­mante è il talk show. E dire che la sua origine è ben altra: la cronaca fornisce un argomento di at­tualità, di quelli che ci potrebbero aiutare a capire un po’ meglio in che razza di mondo viviamo (droga, prostituzione, aborto, immigrazione, violenza, mucca pazza, crisi del maschio, emancipa­zione femminile, arti figurative, poesia, belle donne, pedofilia, calcio e chi più ne ha più ne metta); quale occasione migliore di alcune persone competenti che ne parlano? E invece si prendono quattro o cinque persone qualunque, meglio se non sanno neppure di che cosa sono chiamate a discutere, le si mettono attorno a un tavolo o in un salotto (dipende all’arredamento che passa l’amministrazione) e le si lasciano libere di chiacchierare come se fossero al bar o dal barbiere, possibilmente sovrapponendo le proprie voci in un tumulto incomprensibile, tanto quello che di­cono non ha valore. L’importante è parlare. La competenza non è democratica e la si tollera solo nel caso in cui uno degli eletti abbia appena scritto un libro, perché la pubblicità sì che è democra­tica. E in ogni caso è offerta, come un regalo personale, dal conduttore, il quale sa benissimo che i convocati, che siano astrologi o uomini politici, soubrettes o impiegati del catasto con la mania dei brevetti, non hanno niente da insegnare a nessuno.

Il conduttore è una figura fondamentale: dovrebbe guidare la discussione, frenare e distribuire gli interventi, comprendere quale linea dare alla discussione perché questa risulti più proficua; do­vrebbe insomma fare l’ascoltatore intelligente. Se così fosse, però, nessun giornalista vorrebbe – né saprebbe - fare il conduttore di talk show. E invece il sogno di ogni giornalista arrivato è di avere un talk show proprio. C’è qualcosa che non funziona da qualche parte.

Il fatto è che al conduttore non gliene frega niente di quello che dicono i convenuti. Né Vespa, né Costanzo ascoltano. Si potrebbe dire che non sono abbastanza stupidi da farlo: di sicuro c’è che sono i primi a sapere che non vale la pena ascoltare i loro invitati. Una sola cosa preoccupa il conduttore del talk show: che si capisca che lui è più intelligente di coloro che per “dovere di cro­naca”, ma sostanzialmente a malincuore, deve far parlare con noi. Il massimo che si concede è qualche sorriso compiaciuto alle parole di Berlusconi, come di fronte a un nipotino che recita la poesia di Natale (qualcuno ricorderà la faccia di Vespa quando in cinque minuti veniva ridisegnata la viabilità italiana).

Che in questo modo il talk show scivoli nel varietà è inevitabile. Non è un caso che Costanzo si dedichi – più corpo che anima, tant’è che balla anche - a un avanspettacolo della domenica pome­riggio, che Vespa esibisca le sue girls, che Fede passi da un varietà all’altro fingendo di essere simpatico proprio come in quello che lui e solo lui, o quasi, chiama il suo tg. Ma sì, abbattiamo an­che queste barriere, smettiamola di essere seri, se mai lo siamo stati, e lanciamoci nello spetta­colo: il mondo non aspetta altro.

Per avere una tale forza è necessario fare gavetta. Vespa o Costanzo non si nasce: si diventa (sarà l’alimentazione, saranno le cattive compagnie, chissà). Ecco allora la scuola dei talk show pomeridiani, in cui quattro giornalisti sfigati guidano dall’alto beceri bottegai e massaie pettegole fra la stupidità delle parole che non sanno dire e qualche tragedia che la tv riesce a rendere com­pletamente finta, ma che fa comunque audience. Non ci sono ospiti importanti? Basta avere pa­zienza. Qualche star un giorno o l’altro si romperà una gamba ed ecco che allora salterà fuori il perfetto sostituto e sarà un successo. Un domani saranno loro - i Gilletti, i Cucuzza, le D’Eusanio, le De Filippi – ad assurgere all’olimpo dei divi caserecci, decretando, in nome del popolo italiano, il trionfo del gossip e del provincialismo, ma soprattutto di se stessi. Oppure toccherà a La Rosa, robusta – in tutti i sensi - rappresentante dell’altra faccia dell’informazione, quella della piaggeria e della sudditanza.

Dimenticavo la variante miliardaria del talk show: gli spettacoli di Celentano, che uniscono la ciel­lina presunzione del conduttore all’ignoranza altrettanto ciellina del condotto, cioè di ogni discorso a vanvera su argomenti su cui un’informazione un po’ più corretta e cosciente dei propri limiti po­trebbe trovare ben altro da dire. Ma lo direbbe a poca gente, perché ormai il pubblico è fatto e vuole medium, non messaggi che durino più di una settimana, coltivati da una campagna pubblici­taria abile a celebrare tanto il vuoto quanto la sua obsolescenza. Vengono alla memoria l’Andy Griffith di Un volto nella folla, il Burt Lancaster di Il mago della pioggia, il Peter Finch di Quinto potere. Possibile che il cinema non insegni davvero niente? E che si debba plaudire a qualche sprazzo di genialità spettacolare all’interno di una trasmissione noiosa, predicatoria e arrogante? E che questa gente – mi riferisco a CL, naturalmente - sappia fare qualcosa solo quando ci sono in ballo fior di miliardi?

Sono partito dall’informazione e dal talk show ed ecco dove sono arrivato. La natura segue le sue strade, esattamente come i processi digestivi: il finale non può essere altro che questo, poiché questo chiedevano le premesse. Concludeva Galimberti: “per ora abbiamo ancora le suole semi­nuove e i taccuini semivuoti”. Qualcuno ne ha già anche le tasche piene.

(«Cineforum» n. 405, giugno 2001)

 

 

This Sporting Life

“Il regime parlamentare rivela una certa affinità con i giochi sportivi, affinità non accidentale”

(N. Elias, Sport e aggressività, Il Mulino, Bologna 2001, p. 32).

I bottegai che guardano Vespa & Costanzo e le loro signore, così sensibili, che guardano Fede & De Filippi sostengono, con compiaciuto disprezzo, che oggi il calcio è diventato troppo violento: pazienza i cori, pazienza gli striscioni, i falò, le spranghe, i coltelli - ma i motorini buttati giù per gli spalti degli stadi? Bisognerebbe sospendere le partite, interrompere il campionato, mandarli a lavorare. Rifiuterebbero qualunque confronto fra le “frange estremiste” e i loro “bravi ragazzi”, quelli che si tatuano svastiche sulle spalle, ripuliscono la città dagli squatter e vogliono guadagnare tanti soldi senza perdere tempo a studiare. Nessuno riuscirebbe mai a spiegare loro che lo sport è nato come surrogato almeno parzialmente immaginario della violenza; che, se oggi questo surrogato non funziona più, non è perché il tifoso è un “diverso”, bensì uno come noi che si è semplicemente stancato di regole e mediazioni metaforiche e vuole mostrare al mondo che esiste anche lui, che quella violenza che sembra così scandalosa solo perché è pacchiana e non strisciante, è la stessa violenza che respiriamo dappertutto, nelle botteghe, per le strade e autostrade, nella tv, perché fa parte di una vita competitiva, aggressiva, irrispettosa, violenta e (perché no?) capitalistica (la tracotanza del denaro, la logica della concorrenza ad ogni costo, la legge del più forte o quella del conto solo io e via dicendo); che insomma il tifoso si comporta nei modi che il nostro mondo – tv compresa - gli fornisce.

Non voglio sostenere che la tv abbia una precisa e unica responsabilità di ciò che succede negli stadi, né altrove. E’ subdola come tutti i media e non coltiva determinismi così diretti: non alimenta il gesto violento in sé - che stigmatizza tanto per salvare la faccia, ma non la coscienza – ma contribuisce a realizzare quella stessa cultura da cui provengono la violenza negli stadi e la degradazione rissosa della politica e della vita. Anche i politici, infatti, si sono stancati di affidarsi alle sole parole e ai ragionamenti e hanno deciso di passare a qualcosa di più vicino ai fatti; hanno trasformato le elezioni da sostituti almeno formalmente democratici delle vecchie guerre per il potere in risse da pub, recuperando tutta la retorica della volgarità e della violenza.

Il paragone fra calcio e politica non è accidentale e la tv è la sua pietra. Non a caso l’attuale Presidente del Consiglio è anche il presidente di una squadra di calcio e proprietario non si sa più bene di quante televisioni (sono noti i suoi interventi da presidente-mister e di recente ha addirittura preannunciato una versione ministeriale del turn-over calcistico, per accontentare tutti: le mance, si sa, vanno ripartite). Un sottile filo – casualmente rosso e nero – lega tutte queste componenti in un disegno unitario e coerente, globale, di cui, se va bene, in un caso come nell’altro, si condannano ipocritamente solo le manifestazioni più superficiali ed esplosive, la superficie.

Prendiamo una qualunque partita di calcio trasmessa in tv, RAI o Mediaset poco importa. Le parole divinizzano insistentemente i campioni e i loro “numeri”, le immagini li ingigantiscono nei replay. Obbediscono entrambe a una scelta che alimenta la competitività e l’aggressività individuali contro una concezione collettiva del gioco e della squadra. Ma questa enfatizzazione individualista ha anche altri riscontri, nel calcio come in altri sport. Quando sul suo viale del tramonto Franco Baresi cominciava a commettere qualche fallo di troppo, come comincia oggi a fare anche Paolo Maldini – o quando Roberto Baggio o Batistuta (cito a caso e potrei aggiungere, con le debite differenze, Schumacher e i campioni delle moto) “cercano il rigore”, li si perdonava e li si perdona in nome di una carriera prestigiosa. Come dire che a qualcuno – a chi è arrivato in alto - certe cose possono essere concesse, e ad altri no. La sudditanza psicologica non appartiene solo agli arbitri, più ancora appartiene alle masse e ai telecronisti che ne coltivano le passioni e i livori, costruendo una più o meno consapevole mitopoiesi di cui il linguaggio, teso solo a enfatizzare quelli che dovrebbero essere i gesti più comuni per un giocatore e/o per un politico, è una struttura portante.

Dominano eufemismi grossolani e infantili, oltre che scorretti: si usano a sproposito termini come “finalizzare” (nel senso di portare a compimento) oppure “calibrare” (nel senso di mirare) o “cercare il numero”, solo perché suonano bene e arricchiscono lessicalmente un’azione: la fanno diventare un’altra cosa (allo stesso modo difendere i propri interessi è diventato “scendere in campo”). Senza contare poi quell’italiano d’altri poco gradevoli tempi, fatto di “manipoli”, “bombe”, “percussioni”, che si riflette con allarmante puntualità nei pittoreschi “non si fanno prigionieri” di previtiana memoria o nel “faremo piazza pulita” di più recente memoria finigasparriana. E senza contare la partigianeria di quando gioca la nazionale: gli avversari sono sempre in netto fuorigioco, i “nostri” danno tutt’al più l’impressione di esserlo; gli altri commettono falli che ai nostri vengono sistematicamente perdonati, almeno finché vincono. Viva l’Italia – anche se i giocatori non sanno l’Inno di Mameli.

Calcio e politica si nutrono della stessa corsa all’eufemismo, che vuol dire poi alla menzogna: da un lato Berlusconi si inventa dieci o cinquant’anni di comunismo, complotti terroristici e/o giudiziari, dall’altro i telecronisti sportivi professionali, insieme ai loro consulenti (ex-giocatori che dovrebbero dare ai commenti una patina di esperienza), parlano spesso di cose che non sono accadute, ma che avrebbero potuto accadere. Ci raccontano tutto quello che Tizio avrebbe potuto fare se Caio gli avesse passato il pallone dieci centimetri più avanti o Sempronio non l’avesse intercettato. C’è il desiderio di creare lo scoop ad ogni costo, di fare una televisione capace a trasformare il reale in virtuale (la vita in favola), di fare immaginare una partita che non c’è e che finisce inevitabilmente per acuire le delusioni di un tifoso e i trionfalismi dell’altro.

Anche questa è violenza, come gli slogan e le promesse campate per aria. E’ la violenza di chi approfitta di una posizione di dominio per farci credere quello che vuole – e la tv la spaccia quotidianamente. Capita alla fine che qualcuno, sedotto-educato da quelle menzogne come da tante altre equivalenti, e quindi con tutta l’ignoranza che esse comportano, s’incazzi e sfasci quello che gli capita sotto mano. Diventa allora l’esecrabile punta di un iceberg in cui nessuno accetta di riconoscersi, ma di cui tutti parlano come se fosse lebbra, una malattia lontana. La sua colpa è in realtà solo quella di avere trasformato la metafora in metonimia.

(«Cineforum» n. 406, luglio 2001)

 

Per non ricordare

Una volta, all’avvento dei videoregistratori, qualcuno ammise che le citazioni dai film sarebbero state più precise, ma la memoria elettronica avrebbe soppiantato o addirittura distrutto la memoria umana. Oggi la memoria elettronica è assai più ampia di allora, eppure la tv, che ne è la prima depositaria, sembra sforzarsi di cancellare proprio il passato: o lo astrae da ogni collocazione cronologica per immetterlo in un palinsesto indifferenziato (i film, mescolati come un mazzo di carte), oppure lo ignora (i “materiali di repertorio”, le repliche, gli evergreen). Ogni avvenimento viene trasmesso come se non avesse alcun passato, come se fosse sempre la prima volta. Come se vivessimo in una soap operas, dove i morti risorgono (amici di Beautiful, gioite: Caroline sta per tornare!) e i personaggi possono cancellare tutto di sé da una settimana all’altra.

Durante l’ultima campagna elettorale solo una volta o due, grazie a Blob, è capitato di vedre le registrazioni di quello che si dicevano, nel lontanissimo 1994, i nuovi alleati del progresso democratico, Bossi, Berlusconi e Fini. Che cosa è successo a quei nastri? Si sono smagnetizzati più rapidamente del previsto? Sono stati inghiottiti dalla mafia insieme alle opere pubbliche? Oppure sono in attesa che un nuovo Travaglio li riesumi dal loro spielbeghiano magazzino di arche perdute e li mostri, beccandosi qualche accusa di falso e di faziosità? O forse, contrariamente alle mozzarelle che sono sempre fresche, le registrazioni scadono il giorno stesso in cui vengono effettuate? Non lo sapremo mai. Sappiamo solo che nessuno li ha utilizzati. La parola d’ordine è acqua in bocca o, più italianamente, scurdammoce o’ passato. La post-informazione non vuole riscrivere la storia, come in 1984, bensì cancellarla. Perchè cancellare la memoria significa impedire le associazioni di idee, quelle che permettono di capire ciò che succede - il prima e il dopo, le cause e gli effetti - e di godere la farsa tragica in cui viviamo il nostro ruolo di comparse.

Pensiamo all’asta del buco che ha allietato la nostra informazione nel mese di Luglio: “Avanti signori con le vostre offerte, venti miliardi? Venticinque? Quaranta? Novanta? Centoventi? Nessuno offre di più? Centoventi e uno, centoventi e due… Spiacenti, signori, il pezzo viene ritirato dall’asta e chi s’è visto s’è visto”. Questo è quello che è successo grazie al nostro ministro Tremonti, di cui si comincia a scrivere con una certa frequenza che è “un buon comunicatore”. E’ probabile che il primo requisito per esserlo sia proprio non ricordare nemmeno ciò che si è detto il giorno prima, o comunque approfittare del fatto che non se ne ricordano gli altri. Gli esempi illustri non mancano – dalle gaffes di Fassino alle dimissioni a suo tempo imposte a Occhetto ma oggi risparmiate a D’Alema. E poi: Taormina era un avvocato? Ma va’. Quando? Ieri? Questa mattina? Beh, acqua passata. Berlusconi aveva promesso che si sarebbe occupato del conflitto d’interessi? Ma va’. Quando? Un mese fa? Beh, tante cose sono cambiate da allora.

Qualcuno sostiene che il Tremonti Show è stato solo un trucchetto per non rispettare promesse che sarebbero onerose anche per il paese più ricco del mondo. Sarà anche vero, ma chi se le ricorda ormai più, quelle promesse? Non certo la post-informazione, che ha steso anche su questo un velo, tutt'altro che pietoso, di silenzio. Non è certo un caso se lo stesso Tremonti la sua offerta più consistente l’ha fatta proprio in tv e in un tg. Certo, nella UE qualcuno l’ha notato, ma quasi di sfuggita e senza dargli troppo peso: se ne sentono tante… La tv la guardano tutti e il suo segno lo lascia ovunque. Sinapsi e neuroni sono ad esaurimento, perché sciuparli per ricordare? La vita non è mica uno di quei quiz in cui ti pagano per le cose che ricordi, anche se magari te le hanno preannunciate un'ora prima. E se non ti pagano, a che serve ricordare?

Come in The Truman Show o in Ricomincio da capo, la nostra vita televisiva scorre in un presente perenne e parcellizzato, un tempo fuori dal tempo, in cui conta solo avere qualcosa cui pensare giorno per giorno, pronto a essere sostituito da qualcosa d'altro, a patto che sia strombazzato a dovere. Ed ecco che per qualche ora una castagnola indirizzata a Emilio Fede diventa una specie di Hiroshima (come la cimice berlusconiana di qualche anno fa); che le parole di un prete giustamente incazzato sostituiscono interamente tutte le collusioni berlusco-formigoniane dei ciellini che si dicono cattolici; che gli otto nani che governano economicamente il mondo - quelli che lo hanno ridotto a quello che è - diventano di colpo una grande catena di solidarietà e beneficienza. Come “Telethon”? Già.

Tutto questo è comunque già stato soppiantato dall'evento mediatico dell'estate, il G8 di Genova (c'era comunque l'Etna di riserva): una città trasformata da una parte in pomposa scenografia deserta come un progetto architettonico e dall'altra in un ghetto ingovernabile, sotto gli occhi di una tv tanto vigile da trasformare una morte in una tragica strip fotografica. Dove finiranno le ore e ore di immagini registrate da giornalisti e registi a Genova? Dove finirà quella strana verità che risulta da un coacervo contraddittorio di verità parziali, forse insignificanti una per una, ma significative tutte insieme? Saranno lavate insieme al sangue per le strade e in una scuola trasformata in ostello e insieme agli elogi a forze dell'ordine sempre più simili, per crudeltà e inadeguatezza, a un misto di Garage Olimpo e I soliti ignoti?

La memoria elettronica di quei giorni (quella di RAITRE, ma anche, guarda un po’, quella di Canale 5) non durerà abbastanza da mostrare ai milioni di nani che attorniano, a debita distanza, quelli più ricchi, che cosa succede quando si vuole trasformare in passerella arrogante un mondo che ha, globalmente, ben altri problemi; o quello che succede quando si preparano con tanta cura un ring e i contendenti; che insomma fumarsi golosamente una sigaretta in una polveriera non é la cosa più intelligente che si possa fare, nemmeno quando si è ricchi. E comunque nessuno a Genova, in luglio, si è ricordato che un signor G vestito di grigio aveva promesso, fino a un mese prima, "città più sicure", magari avendo già in mente il suo Piano Scajola. Nessuno ha associato il raid sudamericano di chiusura alla vittoria elettorale anche di AN (la cui mano si riconosce sempre, nel tragico e nel comico, sia che la porgano Fini, Gasparri o La Russa). E dire che è a questi uomini incapaci di fare ciò per cui sono pagati – la politica da una parte, l’ordine pubblico dall’altra - che dobbiamo la figura di merda che abbiamo fatto di fronte al mondo. Tanto è bastato comunque perché si dimenticassero motivi della protesta, ovvero che cosa è il G8.

Un giorno forse – quando avremo smesso di credere che un grande partito non debba sprecare il suo tempo con queste cose, come a luglio sostenevano D’Alema e Violante - cominceremo anche ad avere paura: e non ricorderemo l'inizio dell'incubo che abbiamo avuto sotto gli occhi. Tremonti, Scajola e Berlusconi saranno ancora una volta i nuovi ometti della provvidenza cui affidare le nostre speranze. E diremo: il fascismo? Ma va’.

(«Cineforum» 407, agosto-settembre 2001)

La piccola bottega degli orrori

Durante le vacanze, per fortuna, si guarda poca tv: si ha di meglio da fare, si legge qualche libro, ci si riposa; per di più, anche se sono quelli di tutto l'anno, i programmi sembrano persino peggiori del solito. Tuttavia una notte attorno a ferragosto oltre un milione di italiani ha scelto di guardarsi L'insegnante viene a casa (M. Tarantini, 1975), rilanciando su un tappeto povero di idee un presunto dibattito su Alvaro Vitali (da non confondere con Walter, che ha danneggiato solo Bologna). RAIDUE ha colto la palla al balzo, inscenando con Stracult uno squallido speciale sul vecchio nuovo comico (ma per favore!). Nel frattempo gli era stato assegnato il Premio Massimo Troisi e sia "il manifesto" che "Il giornale" gli avevano dedicato una pagina ciascuno; al secondo avevano collaborato, con interventi diversi, anche Michele Anselmi e Goffredo Fofi, definito per l'occasione "guru della critica".

Anselmi ha scritto un articoletto che suona in parte come una richiesta di scuse a posteriori per un elogio non adeguatamente riservato ai tempi d'oro: allora aveva avuto sì la tentazione di parlarne bene, ma poi si era almeno in parte trattenuto, perché, come direbbe Berlusconi, allora c'erano i comunisti e non avevano la cultura del sorriso che ci hanno portato le destre (ma, come vedremo, anche le sinistre hanno fatto la loro parte: Pierino bipartisan?): "Allora, quando eravamo giovani si poteva al massimo [ci era consentito di] sorriderne. Oggi finalmente si rivaluta". Dopo i tentativi falliti con Franchi e Ingrassia, con Buzzanca e con Boldi, ci mancava.

Un po' più problematico, come si conviene a un "guru", Fofi ha rilasciato un'intervista, spero tagliata di alcuni passaggi che forse avrebbero chiarito un po' meglio che cosa significassero gli attacchi a Soldini e Moretti (l'accusa di buonismo a quest'ultimo non tiene ad esempio conto in nessun modo della conclusione di La stanza del figlio, che è un happy end quanto potrebbe esserlo il ritiro in un albergo per anziani), tanto più se letta in contrapposizione al "grandissimo" Lino Banfi (ma per favore!). Così suona anche poco convincente la sia pur ironica affermazione per cui "siamo tutti seri, malinconici, pensosi, maturi" (evidentemente non frequentiamo gli stessi ambienti). Personalmente stimo Fofi, lo leggo con curiosità e so che non è nuovo a prese di posizione del genere marxiano "di qualunque cosa si tratti io sono contro"; è vero che gli dobbiamo la rivalutazione di Totò, ma è anche vero che gli dobbiamo di conseguenza la giustificazione fornita a cani e porci a rivalutare chiunque. Diamine, abbiamo sbagliato con Totò, perché non dovremmo sbagliare con tutti gli altri? Agli italiani, in fondo, piace la deligittimazione dei giudizi, ma soprattutto dei giudici, quando non la pensano come noi.

Certo, Fofi distingue fra Totò e Vitali, ma la tentazione di dire che ogni qual volta si fa una scelta si sbaglia è stata per anni troppo forte. E' la tentazione della superficialità e della comodità, cioè dell'ignoranza, la stessa che ha sedotto la nuova cultura di sinistra qualche anno fa e che continua a sedurla anche adesso che è diventata vecchia (nemmeno "il manifesto" è infatti nuovo a scelte del genere, al contrario). Quando Barthes invitava a non confondere la "cultura di massa" e la "cultura delle masse", i nostri intellettuali di sinistra (gli Aprà, gli Abruzzese, i Silvestri e via dicendo) non se ne preoccupavano più di tanto: se c'era la parola "massa", bastava. Sono nati di qui Veltroni e Diliberto, non so se mi spiego.

Sempre in agosto su "l'unità" è comparsa una dichiarazione di Renato Nicolini, che annunciava l'intenzione a tornare a votare per i DS. Bene, un voto è sempre un voto, e prima o poi potrà anche far comodo, ma sarebbe bene ricordare anche che cosa si porta dietro culturalmente - qualcosa di cui il suddetto sembra ancora volersi gloriare.

E' una polemica vecchia, più dell'estate romana, più della stessa tv. Qualcuno dirà che anch'io sono vecchio, come è vecchia la difesa della cosiddetta qualità. Ma se gli anni passano per tutti, ormai è vecchio anche il suo rifiuto: con l'aggravante che questo ha combinato più danni. Ha promosso e/o sostenuto una cultura dell'in-differenza, una cultura in cui nessuno dovesse essere più bravo e meritevole d'attenzione di un altro, perché non sarebbe stato democratico. Ha sostenuto la nobile gara a chi scopriva più tesori nascosti e geni misconosciuti dove c'erano solo monnezza e pierini: e all'ombra di questi sono cresciuti operatori culturali e nuovi ideologi, come quegli assassini che pensano di diventare famosi grazie alla fama delle loro vittime, ma poi scelgono come obiettivi delle mezze calzette.

Su una cosa sono d'accordo con Fofi: "essendosi perduto il senso della bellezza, la bruttezza vera non è più riconoscibile". La non riconoscibilità del bello - ma soprattutto la volontà di non riconoscerlo - ha partorito una generazione di demagoghi superficiali, che hanno finto per anni di combattere la cultura accademica, ma soprattutto hanno creato, protetto e coltivato un'accademia del trash, non meno deleteria dell'altra. Ancora oggi c'è chi difende Mediaset perché dà tanti posti di lavoro e ha grandi audience, ma non si preoccupa di dare la minima valutazione sui suoi prodotti. L'aria di città è irrespirabile, ma tutti continuiamo ad andare in macchina, perché la FIAT è la prima industria italiana e invocare una politica verde (cioè più aria che gas) è quasi una bestemmia. Ma facciamo finta di niente e continuiamo pure a farci del male (Fofi e Bertinotti mi perdoneranno questa citazione morettiana).

Che cosa c'entra la tv con tutto questo? C'entra, c'entra, anche lasciando perdere i riferimenti iniziali. In fondo, se mi si passa il paradosso, sono proprio questi "compagni" ad avere inventato la televisione, ad averne sdoganato (oggi si dice così) l'appiattimento, la volgarità, la banalità elevata a prima serata, ad averne fatto insomma il modello culturale dominante di questa piccola bottega degli orrori, oltre che delle banane. Anche a loro dobbiamo se siamo diventati un paese incapace e non interessato a elaborare politicamente una cultura della differenza. Come potremo distinguere sinistra e destra, fra economia e arroganza, fra conflitto d'interessi (FI) e interesse per il conflitto (AN e Lega), se non sappiamo prima distinguere fra una gag e una "scureggia"? Il cinema e la tv non sono tutto, d'accordo, ma non sono nemmeno niente: quello che vale per loro vale anche per noi e lascia sempre qualche segno e questo segno si chiama appunto, nel bene e nel male, cultura.

Non dovrebbero meravigliarsi più di tanto - i nostri "compagni" - se alla fine è diventato Primo Ministro e Uomo della Provvidenza un uomo di televisione. Non è escluso che fra qualche mese o anno anche "l'Unità", naturalmente dopo "il manifesto", trovi, come per Pierino, qualcosa di buono o di sinistra anche in lui (l'ha già fatto D'Alema, lo faranno altri). Qualche anno fa dicevo che, per vincere le elezioni, avrebbero dovuto candidare Berlusconi. Scherzavo. Non pensavo che, sia pure per interposta persona, qualcuno lo avrebbe fatto.

(«Cineforum» n. 408, ottobre 2001)

 

La grande illusione

“E’ in tv che capiamo quello che veramente siamo”

(Nicole Kidman, in Da morire)

Qualcuno che non avesse proprio di meglio da fare potrebbe anche chiedersi perché scrivo tanto di tv visto che non c’è quasi mai niente che mi piaccia. In sintesi potrei dire che la ragione è proprio questa (è più facile raccontare il disgusto che non il piacere), ma la risposta è più complessa e può fungere da minipremessa tardiva a questa rubrica.

Per cominciare, è vero che le trasmissioni interessanti sono solo eccezioni, ma quanti sono in un anno i buoni film e i buoni libri? Quanti i giornali seri? E quante le persone oneste che frequentiamo? Smettiamo per questo di andare al cinema, di leggere, di aprire un giornale o di parlare con la gente? Vedere il trionfo dei ruffiani, degli imbecilli e dei prepotenti potrà anche avvilirci, farci rodere dall’invidia, scandalizzarci, ma non per questo ci suicidiamo. C’est la vie, cioè quella che, come dice Woody Allen, imita appunto la cattiva televisione.

La tv è importante, perché è il modo più diretto per vedere un mondo che è diventato favola e per di più si è globalizzato: è onnipresente, come quando è esploso il primo aereo contro le Twin Towers e c’era già qualcuno che lo riprendeva. In ogni caso da noi è una favola che tocca e seduce milioni di persone ogni giorno: 24 ore di tv moltiplicate per 6 o 7 emittenti (chissà che fine farà La 7) sono un campionario con cui diventa inevitabile fare i conti, come l’aria inquinata, l’elettrosmog, i cibi adulterati, il vino cattivo, il fumo, la stupidità e l’opposizione fra la “cultura del dire”, che è di sinistra, e la “cultura del fare”, che è di Berlusconi, neanche sfiorato dal sospetto che esista una “cultura del pensare”, ma in compenso ossessionato da una “cultura del parlare” che conferma al mondo tutto il peggio che già pensava di noi: alla faccia di Ruggiero, torna alla memoria Rockfeller, il corvo che ripeteva cose che mettevano in imbarazzo il ventriloquo che fingeva di controllarlo. Anche la tv ha un suo, magari farsesco, fondo di verità.

Questi sono dettagli. Il fatto è che, come ogni favola, la tv mescola divertimento e terrore (fra settembre e ottobre i tg non vedevano l’ora che scoppiasse la guerra e l’annunciavano e la raccontavano, come fanno i commentatori di calcio, prima che ci fosse; in compenso, quando è scoppiata, c’è stata l’invasione di “esperti” che non sapevano che cosa dire), ma soprattutto informazione e menzogne, indistinguibili tra loro perché la tv ha nella verosimiglianza il suo imprinting. Il reality show oggi classificato come un genere è in realtà l’essenza della tv: abbraccia la diretta e i tg come i quiz, i talk show come le candid camera, gli scoop come i materiali di repertorio - schegge di uno spettacolo che ricomincia ogni giorno daccapo e forma (mi si passi l’eufemismo) la nostra coscienza politica.

Il solo modo di difenderci da questa massiccia ingerenza gnoseologica è ragionare sulle contraddizioni e sulle differenze. La tv è un supermarket pieno di etichette variopinte, di prodotti decenti e indecenti: anche se significa spesso chiedere l’impossibile – la luna, quando abbiamo soltanto le stelle – bisognerebbe scegliere, leggere sulle confezioni tutto ciò che è scritto in caratteri minuscoli, capire che cosa c’è dietro l’involucro patinato, riconoscere le gaffes che le immagini sanno mostrarci con un’evidenza inibita alle parole: grazie alla tv abbiamo visto e sentito il nostro “premier” vantare la superiorità della civiltà occidentale (ma si può chiamare gaffe?), oppure Emilio Fede protestare con la consueta signorilità perché qualcuno gli ha dato del “leccaculo”, o infine, la sera del 7 ottobre, ancora Berlusconi annunciare per il giorno seguente un incontro con il Presidente del Consiglio (i lapsus dimostrano, se non altro, che anche lui ha una psiche, oltre al portafogli). Sono soddisfazioni anche queste e rendono, nel mucchio, la tv degna di una riflessione, come tutta la Banda Bassotti (Berlusconi, Bertinotti, Bin Laden, Biffi, Blair, Borghezio, Bossi, Bush, Buttiglione: quando passeremo alla lettera C, tanto per illuderci di un cambiamento?)

Scrive Alain Touraine (Come liberarsi del liberismo, Il Saggiatore, Milano 2000) che ogni ribellione globale è destinata alla sconfitta, se non altro per mancanza di mezzi, e bisogna quindi operare per nicchie monotematiche: perché non combattere la cattiva tv insieme al cattivo cinema, alla strage delle balene, al razzismo, agli sperperi ambientali, alle bombe anti-uomo (come se ci fossero quelle pro), alle truffe farmaceutiche, allo sfruttamento dei minori e dei maggiori, ecc, ecc? Saranno anche piccole battaglie, certo, ma hanno un minimo comune denominatore (magari solo il desiderio di mettere un paletto all'arroganza del potere e del denaro). Forse di qui - fuori da un obsoleto e controproducente settarismo programmatico - passa anche un nuovo modo di fare politica (capito, DS?)

Tutto ciò compete a una lettura politica prima che estetica (si può parlare di estetica a proposito di Gasparri, La Russa o La Rosa?). E' inutile nasconderlo e penso che non ci sia niente di male, anche se noi che scriviamo di cinema ci trinceriamo un po’ troppo spesso dietro un’aura di artisticità molto protettiva e consideriamo il parlare di politica come uno sporcarsi le mani. E’ bello trincerarsi dietro l’alibi del postmoderno e credere, come facciamo spesso, che tutto possa essere risolto nell’ambito di un’estetica metalinguistica e gratificante, racchiuso in un film, nel cinema o in un’altra forma d’arte, senza alcun contatto con la realtà. Rischiamo di far sempre la figura di quelli che hanno da qualche parte nel corpo un cancro e credono che questa sia solo una parola che riguarda gli altri, che basti mettersi un vestito nuovo e rimirarsi in uno specchio per sembrare sani: nemmeno il cinema è solo un make-up-pozzanghera in cui riflettere il nostro narcisismo.

Ancora a proposito degli intrecci fra il cinema e la vita, il titolo Targets ricorda innanzitutto i bersagli, poi le organizzazioni di programmi televisivi e di mercato, e infine un film di Bogdanovich in cui i miti si rivoltavano contro chi, senza rendersene conto, li coltivava e li trasformava, rovesciandoli, in realtà (era la storia di un serial killer che sparava a caso sulla gente e la cui vita s’intrecciava, altrettanto casualmente, e cioè fatalmente, con quella di un divo dell’horror, cioè Boris Karloff). Ebbene, parlare male della cattiva tv è sempre meglio che andare in giro a sparare alla gente. Ed ecco che alla fine salta fuori un poco originale peccato di presunzione: l’idea che parlare o scrivere serva a cambiare il mondo o quanto meno a far vedere a qualcuno cose che ha sotto gli occhi quotidianamente, ma non ha mai visto da prospettive che non ha mai considerato. Se uno non nutrisse, almeno segretamente, questa illusione, smetterebbe di scrivere e di parlare. Non gli resterebbe che: a) sparare alla gente; b) guardare solo tv; c) farla. In ogni caso, per quanto mi riguarda, sarebbe troppo faticoso.

(«Cineforum» n. 409, novembre 2001)

 


Invito a cena con delitti
Era inevitabile che la tragedia delle Twin Towers e la successiva guerra – che in attesa di ulteriori sviluppi si può collocare in Afghanistan – accentrasse l’attenzione della tv. Tg e speciali ci hanno a modo loro bombardato quasi quotidianamente per tutto il mese di ottobre e buona parte di novembre (tranne la domenica, in cui la tv parla solo di calcio). Fin qui niente di male, anzi: il guaio è che la guerra tira fuori il peggio da molti di noi, soprattutto dai giornalisti e dai politici. Qualche esempio? Il menù è ampio e abbondante e il paragone gastronomico è dettato dall’invito a cena chez Blair del nostro “premier” (forse rischiavano di essere in tredici).
Entrée o mise-en-bouche, come direbbe Chirac, ovvero il terrorismo messo in atto quotidianamente dai media. Una bomba qui, un attentato là, una busta sospetta più in là. Non bastano? Va bene ci mettiamo anche un paio di atomiche, tanto per gradire. Sono tutti bravissimi a cartografare una vera e propria geografia del terrore, il quale, come ben sappiamo, è una delle radici ancestrali del divertimento e quindi dello spettacolo. Poi c’è qualcuno che pensa “ecco, stanno chiamando me” e va a distribuire le sue bombette nel Nordest: la peggiore tv ha sempre degli imitatori.
Soupe: la guerra c’è, anche se da noi non si vede; però le bombe sono tanto intelligenti – e magari anche “sante” - da colpire accuratamente la Croce Rossa ed evitare al contempo i campi di papaveri che costituiscono la fonte di maggiori entrate dell’Afghanistan.
Primo all’italiana: le balbettanti perorazioni della superiorità cristiana, con accompagnamento dell’identificazione della religione musulmana con il fanatismo dei Talebani (ora, se qualcuno identificasse l’Italia con i ciellini, personalmente anch’io, che sono ateo, mi seccherei un po’). Esemplare al riguardo, come sempre, un Porta a porta di novembre, in cui nella scelta di un rappresentante della cultura islamica è stato chiamato un presidente di non so quale associazione che più becero non si poteva.

Consommé: vogliamo proprio restare indifferenti di fronte alla libertà perduta o addirittura mai goduta delle donne musulmane? Non vogliamo offrire loro almeno un avvenire da veline, previo passaggio in stile jus primae noctis nel letto di qualche pezzo grosso della tv?

Grigliata mista: la nuova coppia comica formata da Luttwak e Baget Bozzo (è vero che, se uno si distrae un po’ rischia di non distinguerli, ma poi capisce che il primo parla l’italiano meglio del secondo e sembra anche meno “bevuto”).

Trionfo di cacciagione: Bush invoca ipocritamente il blocco dei finanziamenti nemici e subito dopo il nostro “premier”, in un empito di orgoglio nazionalista, si libera del gioco imperialista e decide di far di testa sua (rogatorie, ecc).

Contorni vari: Borghezio che s’inalbera perché qualcuno dice che in Italia gli italiani sono “indigeni”; Fede e La Russa che storpiano i cognomi dei loro interlocutori, di solito non presenti, come fanno i bambini quando vogliono essere spiritosi; l’ipotesi che la posta all’antrace sia made in USA (“C’è una Cia dentro la Cia”: non vi ricorda niente?).

Dessert o formaggio: la crescente ammirazione nell’opinione pubblica mondiale per quanto sta facendo di bello, onesto e utile il nostro paese, nonché per la ponderazione con cui si è tanto a lungo chiesto se fare o no una manifestazione di solidarietà per le vittime americane.

Ampia scelta di amari: le parole e i sorrisi compiaciuti e tranquillizzanti di Fazio e Tremonti anche di fronte alle oscillazioni (si fa per dire) di borsa; il rientro dall’estero di tutti i capitali che non abbiamo mai visto partire; la scoperta che La 7 sarebbe stata la fotocopia innocua delle sue sei sorelle, con Ferrara a gigioneggiare nella parte, alquanto surreale, dell’intellettuale di destra; la decisione di entrare in guerra con qualche migliaio di uomini (e la speranza che ci siano, in capo al mondo, abbastanza donne per soddisfarli: L’armata sagapò – non vi ricorda niente?)

Il conto è salato? Pazienza. Vorrà dire che per pagarlo venderemo Raiway. Non esageriamo: basta rescindere il contratto di Enzo Biagi.

La cena è finita. Digerite in pace. La guerra sembra un film e comunque il nostro “premier” non possiede – non ancora, per lo meno – industrie belliche da proteggere via legge (ma suoi amici e padroni ne possiedono, eccome, e lo dimostra il vero e proprio pasticcio dell’Airbus). Quindi, come si dice, la vita e lo show must go on.

Così siamo andati al cinema e abbiamo visto l’altra faccia di questa regressione di massa. Abbiamo visto, in No Man’s Land, quanto affidabili siano le Nazioni Unite e quante speranze ci siano di mettere pace in una Terra – intesa come pianeta – in cui vivono gli uomini. Abbiamo visto in Mick, Paul e gli altri (bel titolo: complimenti) quali siano i vantaggi della liberalizzazione. Abbiamo visto in Viaggio a Kandahar che cosa significa essere donne in Afghanistan, ma anche che nessuna tragedia può troncare i nostri cordoni ombelicali, culturali e storici. Abbiamo visto emergere le Twin Towers da una Manhattan invasa dalle acque in un noiosissimo A.I (a proposito: Spielberg, che non è italiano, si è dimenticato di mettere, accanto agli orga e ai mecca, anche i lecca, tipo Gasparri nella citata occasione Raiway). E abbiamo visto infine, in La nobildonna e il duca, che i rivoluzionari francesi erano brutti, stupidi, cattivi e ignoranti, incapaci di trattare con le dovute buone maniere l’aristocrazia, più o meno come i guareschiani e berlusconiani “comunisti” – al massimo brave persone con “idee confuse” (solo che i nuovi ricchi non sono la vecchia aristocrazia). Tutte cose che, come ben sappiamo, noi umani telecomandati non avremmo mai potuto immaginare.

Comunque abbiamo avuto il temporaneo ritorno di Report, con le sue puntate sulle fonti d’energia o sulle multinazionali farmaceutiche e affini; se non altro, ci si poteva rendere conto del fatto che, se il terzo mondo nutre e manifesta qualche rancore verso i primi due, qualche ragione ce l’ha: non ragioni religiose, che sono tanto stupide da non meritare nemmeno un simile appellativo, ma vere ragioni etiche, sociali ed economiche (già: perché la TV parla solo di religione?). Curiosa, comunque, ed estemporanea, la retrocessione in prima serata, quella di solito riservata alle fesserie (in ogni caso la prossima serie tornerà ai vecchi orari per nittalopi), con relativo ampliamento e introduzione di due rubriche nuove: Salva con nome, dedicata a trasmissioni di denuncia di tv locali o affini che meritano di essere ricordate (dimostrazione di come la tv non sia in sé cattiva, ma lo siano spesso i giornalisti – dove cattivo è chiaramente un eufemismo) e Good News, che testimonia come a volte le cose possano anche girare per il verso giusto. Il paradosso – non della trasmissione, ma dei nostri tempi – è che questa seconda rubrica finiva per sembrare falsa, più o meno come l’appassionata riflessione di Giuliano Giuliani a un Maurizio Costanzo Show di novembre. Eh, no, cari amici, non ci caschiamo, il mondo non è fatto in modo che le cose vadano almeno qualche volta per il verso giusto. Se così fosse, dovremmo proprio cominciare a pensare di essere degli alieni.

(«Cineforum» n. 410, dicembre 2001)