Crea sito

TV 2000

L’orrore, l’orrore

Se c’è una cosa che fa scendere in piazza la gente di questi tempi è la voce che arriverà un pedofilo […]. Quello che non ci siamo mai chiesti, tuttavia, è se queste proteste abbiano davvero qualcosa a che fare con i pedofili (D. Aitkenhead[1]).

Pochi italiani conoscono quale centro di coordinamento e di guida delle forze più reazionarie è il Vaticano, e quale fattore di corruzione esso costituisce nella nostra vita pubblica, con la sua morale gesuitica, con la continua pratica del doppio gioco… (E. Rossi[2]).

Questo articolo non parla di cinema, ma di televisione, di immagini e di ciò che sta loro attorno e che, con qualche eufemismo, chiamiamo di volta in volta morale, coscienza, cultura o che altro. Lo spunto è lo scandalo (chiamiamolo pure così, ma solo a patto di riservargli il ruolo mondano che ha assunto que­sta parola: niente a che fare con l’etica, dunque) esploso alla fine di settembre per le immagini mandate in onda dalla RAI all’ora di cena riguardanti bambini violentati. Poiché questa rivista è istituzionalmente inibita alla cronaca, nera o rosa che sia, al momento in cui scrivo non so bene che cosa sarà successo, fra polemiche, dimissioni e querele, ma non riserverò neanche una riga alla volgare bagarre politica scatenata sui banchi del Parlamento (ma davvero politica? davvero non privata? davvero non esiste il conflitto d’interessi?) e agli Arturo Ui che cominciano a farsi strada.

 

Eroi del nostro tempo

La maggior parte delle polemiche riguardavano due punti: uno, che a trasmettere quelle im­magini fosse stato un Servizio Pubblico, che notoriamente ha dei doveri che ai privati sono risparmiati, perché viviamo nel mondo del libero mercato e non del libero stato; due, che quelle immagini fos­sero state trasmesse all’ora di cena, cioè nel momento di maggiore audience.

Per quanto riguarda il primo punto, è chiaro che la politica non è in grado di tenere il passo con la tecnologia. La perfezione di un sistema informativo sta proprio nella sua ingovernabi­lità, come ci aveva dimostrato ampiamente il Kubrick di Il dottor Stranamore: e quello che piace al libero mer­cato è appunto l’ingovernabilità di Internet, non a caso accoppiato nell’immaginario comune alla tanto celebrata new economy; questo non significa che tutti quelli che navigano in Internet siano degli sporcaccioni (comunque qualche sospetto comin­cia a circolare, perché la cultura non è mai stata un buon alibi), ma che se dai qualcosa a tutti o quasi non puoi avere il controllo sull’uso che tutti ne fanno. E comunque, se ti azzardi a denun­ciare un abuso, scegliendo di volta in volta i modi più efficaci, finisci per ledere la libertà dei commercianti, il vero peccato mortale del nostro tempo. E infatti è passato subito in secondo piano il vero cuore della notizia: cioè che esiste una vera e propria intrapresa, una multinazionale, che si serve di Internet per fare af­fari. Detta così, suona bene. Separa definitivamente e postmodernamente i fini dai mezzi. Vendere non è peccato - esattamente come riempire un palinsesto - mentre è stupido e antieconomico chiedersi che cosa si vende, siano mozzarelle o bambini.

Per quanto riguarda il secondo punto, è noto che le informazioni importanti si danno di notte, come le Olimpiadi. All’ora di cena, quando le sacre famiglie sono riunite attorno al de­sco per ringraziare il Signore del pane quotidiano, non si devono mostrare le cose, ma sem­mai parlarne un po’, di sfuggita, in modo da non dare fastidio. Se no, perché il Servizio Pub­blico pagherebbe conduttrici belle oltre che brave? Lì ci sono i nostri soldi, le tasse che soste­niamo sempre di pagare, e non vogliamo che siano impiegate per mostrarci le efferatezze del mondo, per informarci nell’unico modo che forse (ma non ne sono certo) può ancora colpirci un po’, cioè attraverso le immagini. Viviamo in un mondo che finge ancora un obsoleto dopo Carosello tutti a nanna e per parte no­stra fingiamo che i nostri figli non abbiano il loro televi­sore in camera, che questo trasmetta sol­tanto dolci spettacoli alla piccolo Lord, che il Grande Censore invocato da Popper sia quello che mette i pallini verdi o rossi di Mediaset, o che basti ad aggiustare tutto un qualunque Bruno Vespa con il suo Porta a porta tutto teso a far piangere la madre di una bambina uccisa: un vero scoop.

Personalmente, se fossi stato Gad Lerner, non avrei dato le dimissioni; o magari le avrei date, ma rivendicando al tempo stesso non il diritto, bensì il dovere di mostrare quelle immagini a quell’ora, di graffiare almeno un po’ l’appiattimento strisciante delle statistiche, dei numeri e delle parole: non in nome d’una generica e ipocrita libertà d’informazione (quella che con tanto vigore difende Vitto­rio Feltri, per inten­derci), ma in nome della necessità di quelle informazioni. Avrei rivendicato il do­vere di rompere l’ipocrita campana di cristallo sotto la quale ogni giornalista contribuisce a ren­dere sempre più imbecille il pubblico dell’ora di cena. Avrei rivendicato il dovere di mo­strare che quella che chiamiamo pedofilia non è un feno­meno statistico e basta, ma carne e sangue, violenza e or­rore, mentre “il world wide web che le classi intellettuali abitano, che trasformano e dal quale sono trasformate, lascia fuori la Lebenswelt, il mondo della vita”[3].

Certo, alcune di quelle immagini erano di troppo: non quelle che mostravano la violenza, ma quelle che mostravano soltanto bambini, per di più riconoscibili, come oggetti del desiderio; non a caso proprio queste sono state riprese e riproposte, anche da altre reti. Che fossero una consacra­zione non richiesta e un’offesa alla privacy, non aveva importanza. Che cosa conta la privacy in un mondo in cui si fa spettacolo spiando? O per una tv che si nutre di continui fuori onda e di quel loro doppio parodico, assai poco divertente, che è Il Grande Fratello? Nello stesso periodo an­dava in onda su ReteQuattro un programma presentato da Mike Buongiorno, Bravo bravissimo, una gara fra bambini che, truccati com’erano da putta­nelle o travestiti, istigavano a una violenza non solo sessuale, in nome di un successo di cui i genitori erano coscientemente complici (tor­nano sempre in mente le parole di Artaud di fronte a Shirley Temple: “Quella bimba ha cosce oscene!”). Deve essere bello vedere i propri figli assurgere al loro quarto d’ora di grottesca noto­rietà e illudersi che possano avere un futuro da veline o da letterine oppure, in ripiego, da burat­tini capaci solo di dire Lo voglio e Lo compro: a qualunque costo, anche non avendo i soldi.

 

Figure e santini

Nella civiltà delle immagini sono giustamente le immagini a dover essere perseguite. Conso­liamoci: l’impressione di realtà è ancora più pericolosa della fantasia. Ci mostra che certe cose succedono veramente. Il che è intollerabile, molto più che gli effetti speciali di uno squartamento. Non basta, come sostiene Gianni Canova, che l’occhio possa vedere tutto per­ché perda o rischi di perdere ogni contatto con la realtà[4]. E’ ancora necessario un intervento ulteriore, un divieto: una censura appunto. Non si vietano infatti le immagini in sé: si vieta il rapporto fra loro e la realtà, di qualunque tipo sia, come dimostra tanta fiction, sia cinemato­grafica che televisiva, quella che va in onda ap­punto in prima serata.

Il mondo intero è diventato favola, ma una favola senza figure. Queste sono pericolose, come la vita. Ma la censura è sia una forma stupida di suicidio, che una illu­minante cartina di tornasole: ogni volta che interviene in modi così massicci rivela i luoghi in cui si nasconde più subdolamente e il vuoto culturale in cui cresce. In questo vuoto o, per essere più precisi, nella sua dimensione italiana, il cattolicesimo gioca ancora un ruolo essenziale, come ai tempi delle mutande di Rocco e i suoi fratelli. Non tanto o non solo il Vaticano, che pure ha le sue colpe, quanto il cattolicesimo che si è sedimentato anche nei laici e li spinge di fatto a credere che solo di lì vengano la verità e il vero modo di vivere, non imbarazzanti bugie o una psicagogia dell’ipocrisia. Per anni, o decenni, o secoli è stato proibito parlare male della famiglia, noto pilastro d’una seria società borghese e ovviamente cattolica. Era proibito divorziare, era peccato separarsi, è peccato convivere, so­prattutto se omosessualmente, perché tutto questo non fa famiglia. E adesso, soltanto adesso, scopriamo che la maggior parte delle violenze contro i minori si consumano - si sono sempre con­sumate - in famiglia: ma guarda un po’. Per anni ci siamo sentiti ripetere che siamo tutti figli di Dio, ma adesso scopriamo, grazie alle parole del cardinale Biffi, che qualcuno è più figlio di altri. E in­fine per anni, decenni o secoli, ci siamo sentiti ripetere - dai fatti, più che dalle parole - che il Male esiste, ma la cosa vera­mente importante è non parlarne; fingere che non ci sia o ridurlo a innocuo dato statistico, roba per intellettuali che leggono i giornali; accudirlo - non controllarlo - fra le pa­reti di casa o, adesso, fra le mura del Villaggio Globale. Non a caso sono tollerate, anche all’ora di cena, le immagini delle fosse comuni del Kosovo o da qualche altra parte, possibilmente post-co­munista, di questo brave new world: quella dopo tutto è gente, si fa per dire, che non ha la nostra religione; quelle sono immagini che non toccano le nostre famiglie. Nel campionato dello scandalo sono almeno la serie B.

La nostra anima ecclesiale e l’apparato che la sorregge ci stanno presen­tando un conto che per qualche anno qualcuno ha creduto spazzato via insieme alla DC. Non c’è stato giorno in quest’estate in cui la tv e i giornali non ci ab­biano dettagliatamente ragguagliato su quello che di­cevano il Papa e i suoi cardinali, sulle adunate oceaniche degli otto milioni di sacchi a pelo e sull’annuale convegno di CL - senza che nessuno nemmeno per un momento accennasse alla contraddizione di un movimento (chiamiamolo pure così) che si proclama cattolico per eccellenza, nemico del capitalismo cor­ruttore e poi si prostra davanti a Berlusconi e al Dio Denaro. Ma mi rendo conto che chiedere coerenza e lucidità a un sistema informativo che si basa sull’ipocrisia, sulla legge del non sappia la mano destra quello che fa la sinistra, è quanto meno ingenuo: “che ne siano o no consapevoli, i segregazionisti di ogni tendenza e colore stringono una sacra alle­anza con le forze implacabili della globalizzazione”[5].

Questo cattolicissimo tenere i piedi in due staffe (si pensi al fotofinish fra i due papi da beatifi­care, un colpo al cerchio e un colpo alla botte) è alla radice della iconofobia da cui sono partito. Proteggere le famiglie significa proteggere le belle (e false) immagini della famiglia dalle brutte (e un po’ più vere) immagini della vita. Significa difendere un santino che copra la realtà, la vio­lenza, il sangue, l’orrore, che non affronti i problemi, perché questi sono già tutti risolti. E’ bravo il Maz­zacurati di La lingua del santo a raccontare quest’Italia in cui chi sceglie veramente di essere li­bero - cioè di rispettare la propria identità - finisce in pri­gione, mentre attorno a lui continua a ce­lebrarsi il rituale, la processione, l’obnubilamento metodico che cancella tutto, che nasconde.

Forse potevamo ereditare qualcosa di meglio dal cattolicesimo. Oppure no?

«Cineforum» n. 399, novembre 2000

[1] D.Aitkenhead, These Women Have Found Their Causa, but They’re not Sure What It Is, “The Guardian”, 24.4.1998, cit. in Z.Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, p.17.

[2] E.Rossi, Il manganello e l’aspersorio, Laterza, Bari 1968, p.10.

[3] Z.Bauman, cit., p.133.

[4] G.Canova, L’alieno e il pipistrello, Bompiani, Milano 2000, p.34.

[5] Z.Bauman, cit., p.194.

Per dovere e piacere di cronaca riporto una polemica che si è scatenata a seguito di questo articolo (una delle poche, per essere sincero). Essa nasce con una lettera alla rivista (per ovvie ragioni di tutela della privacy ometto il nome dell’autore).

 

caro Cineforum

'lattoné, fa'l to' mestè' credo reciti un detto vernacolare, in qualche improbabile sottodialetto italico. Ma il senso dovrebbe comunque essere: parla se sai (o parla se sei...), aliter... tacere è bello! Dopo ricercatori di biologia autoabilitatisi a moralisti o filosofi, dopo attricette e showgirls assurte al rango di opinioniste politiche, dopo presidenti di società di calcio trasformati in trascinatori di folle, dopo cuochi che fanno i poeti o poeti che fanno i cuochi (non so quale sia la cosa più catastrofica...) ecco l'ultima novità: il critico cinematografico che si autoproclama storico e teologo!! Leggo allibito sull'ultimo nu­mero di Cineforum appena tolto dal cellophan una affannosa 'tirata' del buon Giorgio Cremonini, ini­ziante con la fallace premessa/promessa "Questo articolo parla di televisione". Ebbene no, cari si­gnori, questo articolo parla dei massimi sistemi, accozza insieme giudizi personali e frecciate a destra e manca (più a destra che a manca...), mena il torrone per un po', disorienta il povero lettore, lo fa in­terrogare ansioso sulla dieta del Cremonini stesso (erba piperita, mandragola, salsapariglia...?), e poi, zacchete!, ecco il fendente, ecco il bersaglio, ecco la madre di tutte le battaglie: addosso al cattolice­simo! Non entro nel merito degli argomenti (?) addotti dal Voltaire redivivo (ne aggiungo piuttosto un altro che è stato incredibilmente dimenticato: il 99.99% degli esseri umani della storia sono nati da accoppiamento uomo-donna, cioè da qualcosa che ha a che fare con la famiglia, tutti i crimini della storia sono stati commessi da esseri umani, ergo la famiglia è responsabile di tutti i crimini della storia - boom!! e il papa è servito...). Più che altro mi permetto di esprimere le perplessità di un abbonato plu­riennale che si era abituato (povero ingenuo...) a sentir parlare di cinema da persone (beate loro!) esperte di cinema. Vi dico sinceramente che, essendo molto interessato anche da tematiche storiche, morali e religiose, ho ampie possibilità di approfondimenti e confronti presso autorevoli fonti specifi­che. Non credo che Cineforum ritenga di essere tra queste: devo dire, purtroppo, che la pubblica­zione di un tale articolo (in pieno risalto e senza dibattito né attenuazioni) non aumenta il prestigio della testata nemmeno nel suo campo proprio. Sperando di non avervi tediato troppo a lungo, vi sa­luto cordialmente, augurandovi buona visione delle pellicole in uscita (io, purtroppo, in questo mo­mento vado al cinema molto meno di quanto vorrei...) e, a Cremonini, come penitenza, buona lettura di qualche bel libro di devozione o di storia sacra (o magari, in subordine, la lettura regolare anche di "Avvenire" oltre ai bollettini delle società ateistiche e anticlericali di cui deve essere socio sosteni­tore...) 


XY - Italia

 

ECCO LA MIA RISPOSTA: Egregio Signor XY, ho ricevuto, per conoscenza, la e-mail che Lei ha spedito al Direttore di Cineforum. Mi fa piacere sa­pere che la rivista su cui scrivo annovera fra i suoi lettori anche qualcuno che, come Lei afferma, ha “ampie possibilità di approfondimenti e confronti presso autorevoli fonti specifiche”, ovvero religiose. Tra queste noto comunque l’assenza di un dizionario che permetta di distinguere fra un “accoppiamento uomo-donna” e “la famiglia”. Forse è soltanto una Sua scelta e temo non sia obbliga­torio seguirla. Per quanto riguarda le accuse di confusione e approssimazione che mi rivolge, è Lei il primo a dimostrare che si capiva perfettamente quello che intendevo dire.

Lasciando da parte le sin troppo facili ironie e cercando di restare serio, ammetto di essere fervidamente laico e di occuparmi di quella storia moderna che fa parte della mia vita. Non c’è bisogno di essere teologi, né di essere iscritti ad alcuna associazione o confraternita per capire che di questo trattano sia il cinema che la tv. Ma siccome io non ho visto la luce, come dicevano i Blues Brothers, non ho ricette da proporre, ma domande da fare, e le faccio. Poi capita che mi risponda qualcuno che conferma di fatto l’opportunità di quelle domande, per esempio non rispondendo ad alcune di quelle fondamentali, come: perché continuare a chiudere gli occhi della gente? o: che cosa ci fa quello che si professa come cattolicesimo, sia pure moderno, insieme a Berlusconi & Co? In entrambi i casi temo che sia Lei stesso a suggerirmi la risposta: il silenzio è d’oro. In ogni senso.

La ringrazio per avere precisato che il mio articolo “non aumenta il prestigio della testata”. Come sempre, questo significa: mandatelo via finché siete in tempo. Con buona pace di quel miscredente di Voltaire che mostra di avere almeno sentito nominare.

Giorgio Cremonini, Bologna, 12.11.2000

 

E QUESTA E’ L’ULTIMA PUNTATA DELLA TELENOVELA, CUI NON HO RISPOSTO:

Egr. Sig. Cremonini,

un improvviso black out ha cancellato (per fortuna, visto che era di sicuro troppo lunga...) una mia prima risposta alla sua e-mail, per cui le riscrivo, più in sintesi:

1. grazie comunque per la sua risposta

2. l'ironia è arma a doppio taglio, è vero: ora intendo evitarla! (così non provoco la sua...)

3. ammetto che tutta la prima parte del suo articolo parlava di TV e di civiltà delle immagini: la tesi sostenuta è discutibile ma certo legittima e interessante

4. continuo a non cogliere il nesso tra la prima parte e la seconda, che mi pare contenga affermazioni e attacchi alla Chiesa e al cattolicesimo piuttosto gratuiti e immotivati

5. insinuare che la Chiesa abbia l'intenzione di 'chiudere gli occhi della gente' è uno di questi: secondo me infatti la questione è esattamente all'opposto (far aprire gli occhi, rivelando e denunciando le motivazioni 'profonde' che stanno dietro ciò che, purtroppo, accade)

6. Circa Berlusconi e Co, non entro tanto nel merito della sua denuncia/domanda (anche questa più che legittima anche se ovviamente discutibile), in quanto vorrei proporle due rilievi di ordine generale:

a. la Chiesa cattolica (come gerarchia e come libere aggregazioni del 'popolo di Dio') si è sempre confrontata, ma mai appiattita sul potere politico né tantomeno su ideologie e valori 'mondani'. Da duemila anni è sempre lì (forse è questo che 'brucia' a certi laici...), fedele al 'depositum fidei' che non le appartiene, mentre poteri e ideologie si sono via via consumati e sono spariti dalla scena del mondo... Lo stesso succede oggi, nel dialogo con tutti e nell'abdicazione a nessuno.

b. continuo a ritenere 'fuori posto' un intervento come il suo, così connotato ideologicamente, in una rivista che credo voglia rivolgersi a tutti gli amanti del cinema, e non solo ai cinefili 'laici e di sinistra'. Per altro, basta chiarirsi...

7. La frase 'mandatelo via finché siete in tempo' ecc. mi ha mortificato, perché mi attribuisce intenzioni (o desideri) del tutto a me estranei. Intendevo dire solo: mi pare meglio evitare toni aggressivi (se non offensivi) verso una qualsivoglia appartenenza politica/ideale/religiosa, ma se proprio qualcuno deve esprimere giudizi così connotati che almeno si instauri un confronto e si offra una pluralità di voci e di letture. A meno che, ripeto, 'Cineforum' non si schieri dichiaratamente con una parte politica e ideologica, diventandone espressione (pur libera e autonoma, per carità...) nel campo della critica massmediologica, e rimettendosi dopo di che alla scelta e al giudizio dei lettori.

Aspettando di leggerla ancora nelle Schede della rivista le invio cordiali saluti


XY, Italia

 

L’ultima minaccia: Report

Ci sono tanti modi di fare giornalismo in tv. C’è quello dei tg, tutto orientato a subordinare ogni possi­bile verità al desiderio di uno scoop, che molto spesso non arriva (ma che diamine, una la­crima non si nega a nessuno). C’è quello delle redazioni regionali, che ci informa sulle sagre di paese e le vec­chiette scippate da nipoti, sicuramente extracomunitari. C’è la vetrna alla Bruno Vespa, con tanto di nani politici e ballerine e lacrime annesse, strappate con ogni mezzo, fino alla tortura. C’è quello go­liardico di cui si vanta Antonio Ricci, l’inventore della tv. E’ sin troppo facile scherzarci su e fare di tutta l’erba un fascio, ma non sarebbe giusto: anche le menzogne e le stupidaggini hanno un loro stile.

Fortunatamente ogni tanto il gregge - chissà come mi è venuto in mente questo termine - parto­risce una pecora nera: che non è evidentemente Il grande fratello, finta diretta che ci mostra una finta gio­ventù in una finta casa alle prese con finti problemi in una finta televisione (a proposito di stile, Me­diaset non perdona). E' invece – ma ogni possibilità di cofronto finisce qui, altri­menti sarebbe offen­sivo - Report, la migliore dimostrazione di questi ultimi anni di come si possa fare informazione anche in tv: eppure la stampa preferisce dedicare intere pagine al Grande fra­tello, magari con la scusa di parlarne male, che non fare da cassa di risonanza a colleghi di cui forse non si perdona l’indipendenza.

Come ci informa il sito Internet www.report.rai.it, “il metodo organizzativo di Report non ha nes­sun modello di riferimento nei Network nazionali. Una nuova forma di produzione che utilizza in parte i mezzi interni (nell'edizione e progettazione del programma) e in parte quelli esterni (la realizzazione delle inchieste) […]. Una razionalizzazione del lavoro che rende l'intero programma economicamente competitivo […]. Una produzione interna ridotta al minimo: 3 persone di reda­zione che fanno da sup­porto e da tramite fra gli autori […] e l'Azienda, in tutti gli aspetti buro­cratici e di controllo sulla qualità dei contenuti. Gli autori sono freelance che autoproducono la loro inchiesta (cioè la realizzano con la loro videocamera, si pagano le spese, la montano nel loro luogo di residenza), con la costante supervisione dell'autore della trasmissione, e infine la vendono alla Rai; senza che in mezzo ci sia l'inter­mediazione di una società. L'abbattimento dei costi e la libertà di azione dei videogiornalisti permette di lavorare anche 3 o 4 mesi su ogni sin­gola inchiesta”.

Report nasce nel 1997, sequel del precedente Professione Reporter (1994-1996). La dirige e con­duce Milena Gabanelli, che qualcuno forse ricorderà essersi occupata in passato anche di ci­nema. Va in onda a periodi alterni e talora in giornate diverse, su RAITRE, alle 23 della dome­nica, quando la parte maggiore dell'audience è già andata a letto con l'idea che il modo sia quello di cui parlano Ma­ria De Filippi o Luca Barbareschi e le domande da porsi siano quelle di Marzullo. Rappresenta in un certo senso una minaccia, l’ultima della giornata e della settimana: il suo guaio è infatti occuparsi di problemi concreti e porre domande cui tutti, se vives­simo “in un paese civile”, dovremmo volere una risposta. Per esempio, la difficile repe­ribilità dei prodotti farmaceutici detti "generici", che non sono griffati e costano molto meno di quelli, iden­tici, prodotti dalle case farmaceutiche; la cosiddetta sperimentazione della "cura Di Bella" (uno dei maggiori scandali dell'informazione degli ultimi anni, di cui credo che nessuno abbia mai ca­pito nulla: buona? cattiva? chi se ne frega?); le menzogne che coprono le fabbriche di armi o le emittenti, entrambe fuori legge, ma egualmente tollerate; l'intreccio di interessi, italiano ed euro­peo, quindi americano, che condanna i cibi alla globalizzazione e noi a chissà che cosa (la tra­smissione ha rivelato con estrema chiarezza, se mai ve n'era bisogno, l'incapa­cità del ministro Fassino a rispondere a domande che non gli permettano di rispondere che viviamo, anche grazie a lui, nel migliore dei mondi possibili); quelle strane contraddizioni che spingono lo stato a ripe­terci in ogni modo che il fumo fa male e a dare nello stesso tempo incen­tivi alle coltivazioni del tabacco (che sia un modo di alleggerire preventivamente il problema delle pensioni?), oppure a emanare divieti di affissione che in campagna elettorale vengono ignorati o sanati; e via dicendo. Il tutto spesso in poco più di un quarto d’ora, senza pause, tenendo sempre presente quell’elemento essen­ziale che è il ritmo, nemico dell’autocompiacimento.

In alcuni casi l'intervento giornalistico ha anche successo, proprio come nei vecchi film ameri­cani: più spesso viene riassorbito da un governo – o da un sistema di governo, indipedente dal suo colore – che considera l'informazione come una piaggeria dovuta o un semplice e innocuo brontolamento, de­stinato a cancellarsi da sé nel giro di qualche giorno. Per esempio, per quanto mi riguarda, è stato grazie a Report che ho sentito parlare per la prima volta dei "generici"; solo in seguito ho visto molti giornali riprendere la notizia, magari senza citare la fonte; solo in seguito ho visto intervenire il Mini­stero della Sanità, che però si è visto a sua volta bloccare – tempora­nea­mente? spontaneamente? - una proposta di legge. Certo, la Regione Toscana li ha imposti come scelta preferenziale, ma nello stesso tempo in Emilia-Romagna e in Lombardia Farmacie Comu­nali sono state cedute a catene farmaceutiche private, ma hanno conservato la loro bella etichetta: che ci sia sotto, in entrambi i casi, lo zampino delle grandi case farmaceu­tiche, quelle così preoccupate della nostra salute?

Milena Gabanelli, che conduce la trasmissione, non assomiglia né ai Redford & Hoffman di Tutti gli uomini del presidente, né al Pacino di Insider, né all’Humphrey Bogart di L’ultima minaccia, in­somma a nessuno dei più noti rappresentanti di quel giornalismo all’americana di cui tutti la­mentano l’assenza, ma poi non fanno nulla per colmare la lacuna. Per sua e nostra fortuna non assomiglia neppure a Bruno Vespa o a Maurizio Costanzo. Ha un'aggressività dolce, che la porta a tratti a una perfidia non comune sui nostri teleschermi. E’ sarcastica e diretta, ma con stile, e soprattutto con l’aria di una che vuole andare fino in fondo e non riconosce tabù. Non esita a mostrarci le lettere e le insistenti telefo­nate cui gli uffici pubblici e privati chiamati in causa non danno risposta. Non lo fa con l’aria di chi pensa Guardate come siamo bravi o di chi crede so­stanzialmente inutili sia domande che critiche, ma di chi ritiene do­veroso per un servizio pub­blico avanzarle entrambe. C’è tutto sommato qualcosa di tranquilliz­zante nel suo sorriso e nei suoi occhi chiari: la certezza che non tutto è andato a farsi fot­tere e che questo è magari sì un paese di merda, sia pure come tanti altri, ma per lo meno possiamo toccarlo con mano (sempre che sia una soddisfazione: nella vita bisogna accontentarsi). E so­prattutto che il compito di un giornalista non è passare veline, né sostenere il proprio "editore di riferimento", ma dare infor­mazioni, che è poi un modo, e non dei più banali, di fare critica.

(«Cineforum» n. 400, dicembre 2000)