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Questioni di cinema

Esiste una politica della cultura in Italia? Purtroppo sì, nel senso che, soprattutto, negli ultimi vent'anni, la politica è stata mossa dall'intento di limitare o addirittura sopprimere la cultura: dopo tutto questa è pericolosa, in quanto aiuta a pensare. Un cittadino che legge, romanzi o saggi, che va a teatro o al cinema, che frequenta concerti (magari non tutti) è portato a ragionare, a guardare le cose con un punto di vista che cambia continuamente - un punto di vista che non è il suo, ma è diverso. La coscienza della diversità è coscienza dell'identità.

Esistono poi momenti in cui questo intervento politico si fa più forte, non si accontenta dell'invadenza televisiva o del controllo dei media - in cui anche discorsi apparentemente marginali si fanno sempre più scomodi. E' allora che questa Politica come Potere deve intervenire con maggior forza. Non capisce che qualunque forma di censura e di inibizione  non fa che produrre nuovi scontenti e nuovi antagonisti.

Il nemico pubblico numero uno

Quando un paese è ridotto in condizioni disastrose come il nostro, vuoi per le crescite incontrollate (e regolarmente tollerate) dei prezzi (petrolio in primis, ma ingordigia in secundis), vuoi per una tassazione fra le più alte, vuoi per la parallela “legittima difesa” dell’evasione fiscale, vuoi per l’incapacità o le scelte degli economisti di trovare una soluzione meno ridicola della Robin Tax, la prima idea di risparmio che si presenta - ed è comunemente adottata - riguarda la cultura. Non a caso già dall’ultima estate hanno avuto inizio i lamenti di amministrazioni diverse, a partire da Torino e Firenze, alla ricerca d’una pezza che permetta a iniziative di prestigio di sopravvivere (nota bene: sopravvivere, non migliorare). La risposta, come prevedibile, si aggira su una diminuzione di circa un miliardo nei prossimi tre anni. Si tratta comunque di una scelta endemica, che da sempre vede nella cultura, nella scuola, nell’università e nella ricerca scientifica il più superfluo degli investimenti (da cui la ben nota fuga dei cervelli, che si chiamano cervelli proprio per questo – e da cui le restrizioni migliorative proposte dalla Gelmini, fuggita solo per prendere un titolo di studio nel suo Terzo Mondo).
Mettiamo che v’impongano di scegliere fra chiudere un ospedale o una biblioteca: chiunque, anche se sano, sceglierebbe la seconda, ma dimenticherebbe quanti soldi sono stati strappati alla cultura per sovvenzionare cliniche in cui un ricovero al giorno toglie il malato di torno (come al Santa Rita e altrove). Forse qualche libro farebbe meno danni, ma la Regione Lombardia e altre non hanno tempo per gli spiccioli. Così alla fine abbiamo meno libri, meno riviste, meno film, meno concerti, ma in compenso abbiamo qualche ospedale in più che non funziona.
Mettiamo che si debba scegliere fra un’opera lirica in RAI e un mattone di villa Berlusconi, fra una cineteca e qualche militare che gioca alla guerra nelle nostre città, tanto per alimentare quella paura che porta voti, fra un vestito nuovo del papa e una serata del Maggio fiorentino, fra una ricerca scientifica seria e l’acquisto di tecnologie, magari nucleari, da paesi “amici” come la Francia e la Russia: tutte scelte già fatte; di mattoni ne paghiamo tutti i giorni e via dicendo, per di più restando all’oscuro dei rischi.
Libri, teatri, musica classica, film? Roba che non si mangia, buona tutt’al più a nutrire lo spirito, mentre è lo stomaco che ha fame ed è meglio un uovo oggi che una gallina domani: ma quando un paese intero ragiona così, se va bene, che futuro può avere? Lo dice anche Bondi, che poteva pensarci prima, essendo stato per anni il portavoce del gallo. Sarebbe però sin troppo facile sostenere che un paese che prestasse maggior attenzione alla cultura non avrebbe il governo che ha, ministri che non sanno nemmeno l’italiano o credono di essere ai Littoriali. E’ vero che l’attuale disattenzione culturale porta la firma di uno che ha prodotto Mediaset e tutto quanto ne consegue, RAI compresa (via Saccà, ma non solo); che l’unico slancio culturale è il progetto Dell’Utri di riscrivere la storia (magari ponendo la fiducia, perché non si sa mai e l’opposizione è ancora lì che discute) o un tv-movie su Alberto da Giussano (non vediamo l’ora); che Bondi è il ministro dei Beni Culturali, uno che sogna, a imitazione e aggiornamento di Malaparte, di scrivere un giorno: «Spunta il sole, canta il gallo, Berlusconi monta a cavallo»; che è da quella televisione che una certa signora De Filippi si vanta di avere rivoluzionato il mezzo, portando a cantare e ballare persone che non sanno fare né l’una, né l’altra cosa – dimenticando sia che questo è esattamente ciò che avevano già fatto, con trascurabili differenze, Funari e La Corrida, sia che è proprio così che funziona l’attuale sistema elettorale. A divi mediocri, politici mediocri; la scuola è la stessa. Ma è anche vero che non è il solo governo Berlusconi a portarci a un simile culto dell’ignoranza (sebbene il fascismo sia una buona referenza). E infatti, anche se quella di sinistra è stata un po’ meglio, non lo è stata quanto avrebbe potuto e dovuto essere.
Da una statistica di Federculture pubblicata su Il sole 24 ore a metà luglio, risulta che, stando agli ultimi dieci anni, siamo al 17° posto per quota di PIL destinata a Investimenti di Ricerca e Sviluppo (0,28%); che la nostra migliore Università è al 173° posto nella graduatoria dei migliori atenei del mondo; che ogni anno 6.000 cervelli lasciano l’Italia per gli USA; che ogni famiglia spende il 6,8% del budget familiare per la voce ricreazione e cultura (contro il 9,4 della media europea, il top del 12,5 della Norvegia e del Regno Unito e persino l’oltre 7 della Grecia). In questo panorama il cinema occupa il 2° posto dei consumi culturali con il 9,1%, dietro al teatro (23,5), ma davanti ai musei (4) e ai concerti di musica classica (5,6). La statistica non tiene conto delle spese in libri e riviste, ma si sa che la gente non legge poi tanto; e per esserne sicuri vengono tagliate le sovvenzioni alle iniziative editoriali, come Cineforum sa anche troppo bene e come immagino le altre riviste specializzate possono confermare: meglio scialacquare in quotidiani di partito o pseudo tali, come nei casi Mastella e Ferrara, per citare solo i più noti. Quella sì che è cultura! Ma in fondo, cerca di consolarci Galli Della Loggia, questo è quello che vuole il popolo: e un governo, si sa, deve rassegnarsi obtorto collo.
Il problema – ammesso che per qualcuno lo sia ancora – non è solo governativo, ma riguarda anche le amministrazioni locali, che, salvo rare occasioni, ne ripetono performances e stile. E’ vero che un’iniziativa locale potrebbe ben poco contro il degrado generale, ma è anche vero che in un paese votato all’ignoranza le mosche bianche sono di un colore solo un po’ più sbiadito di quelle comuni. La cultura è una nicchia solo parzialmente sostenuta da un mercato finto-liberista – che di cultura ne ha ben poca (per definizione? per scelta? fate voi) - e se anche la pubblica amministrazione si tira indietro, non c’è trippa per gatti. Nemmeno per quattro gatti.
Il fatto è che quando non ci sono di mezzo raccomandazioni e amicizie (altra nostra brillante tradizione), un’attività culturale viene premiata se offre un’occasione di divertimento, un po’ meno se di riflessione e conoscenza. Come se, guarda un po’, non si volesse che la gente si mettesse a ragionare troppo sulle cose. La cultura è in sé eversiva e questo dà fastidio (ricordate Fahrenheit 451?) - al governo come al vaticano. come dimostra Famiglia Cristiana.
Il cinema è solo una delle facce di un diamante opaco che non riflette nulla e attraverso il quale non vedi nulla, se non i soliti giochi di sottopotere per cui si può scommettere che Rondi & Alemanno & Detassis troveranno più soldi di Moretti & Chiamparino. Ma lasciamo perdere i festival, che spesso sono solo fiori all’occhiello di un barbone. Vale invece per le riviste, per le iniziative “diverse”, per tutte le nicchie che le sovvenzioni a pioggia, quando ci sono, condannano alla desertificazione. L’idea è che bastino i quotidiani, ma è difficile credere che gli inserti che alcuni di questi dedicano ai libri (penso a Repubblica o la Stampa, ma non escludo altri) forniscano elementi, anche scarni, di comprensione; o che la storia recente del cinema possa essere sbrigata in quattro e quattr’otto nelle recensioni o nelle variopinte edizioni domenicali, quelle in cui, quando va bene, si passa con estrema disinvoltura, che so, da Saramago alla cucina thailandese, da Maria De Filippi a Il divo, da Cormac McCarthy a Carla Bruni, dall’olocausto all’iPhone, e via dicendo, come se fossero tanti barattoli da disporre in fila random sullo scaffale di una memoria che non c’è e in certi casi nemmeno merita di esserci.
Poi, per un sarcastico scherzo del destino, arriva quella che è stata la miglior stagione del cinema italiano degli ultimi decenni. La situazione si fa drammatica e il nuovo vecchio governo non potrà assistere in silenzio: magari dopo aver trovato l’intesa con l’opposizione, incaricherà uno dei esponenti più significativi (Bondi? Gasparri? il superpartes Fini?) di chiedere scusa al popolo italiano e promettere che non lo faranno più.


«Cineforum», n. 478, novembre 2008